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Polonia, lo schiaffo delle città al populismo di Kaczynski

Diritto e Giustizia si conferma prima forza del Paese nelle amministrative conquistando le zone rurali. Ma nei grandi centri, Varsavia in testa, la bocciatura è netta. All’inizio di un ciclo elettorale cruciale, la partita politica si riapre. La riscossa dei liberali però è rimandata

Il candidato sindaco Liberale Rafal Trzaskowski ha vinto facilmente le elezioni a Varsavia. Agencja Gazeta/Dawid Zuchowski via REUTERS
Il candidato sindaco Liberale Rafal Trzaskowski ha vinto facilmente le elezioni a Varsavia. Agencja Gazeta/Dawid Zuchowski via REUTERS

Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista di Jaroslaw Kaczynski, leader de facto della Polonia, rimane la prima forza del Paese. Alle elezioni amministrative di domenica avrebbe ottenuto il 33% del voto, su scala nazionale. Il dato è basato su exit poll, ma è da considerare come attendibile. Al secondo posto, con il 26,7%, si piazza la Coalizione civica (KO), la lista liberale. Segue il Partito popolare (PSL), con il 13,6%. Poi la sinistra e Kukiz ’15, partito anti-establishment: il solo, tra questi, teoricamente compatibile con il PiS.

Per Kaczynski è un risultato in chiaroscuro. Sono quattro i punti percentuali persi rispetto alle politiche del 2015. Non pochi, ma neanche troppi. Dopo tre anni al potere, il PiS mantiene un certo consenso grazie al welfare generoso, consentito da una crescita sostenuta (quest’anno potrebbe arrivare al 4,8%), e nonostante le ormai note offensive contro la magistratura, finite nel mirino della Commissione europea.

I populisti, sempre più sovranisti, a dire il vero, vincono abbastanza facilmente nelle zone rurali, così come nei centri abitati con popolazione inferiore a 50.000 persone. La Polonia meno sviluppata e più ancorata alla tradizione, in altre parole: il loro storico bacino elettorale. Dalle grandi città però arriva uno schiaffo violento. I candidati del PiS vanno al ballottaggio a Danzica e Cracovia, ma hanno poche speranze di farcela, e perdono al primo turno a Lodz, Lublino e nella capitale Varsavia, dove contrariamente alle attese non c’è stata praticamente partita. Trionfa il candidato liberale, Trzaskowski. La propaganda della radio-tv di Stato, che sotto Kaczynski ha perso ogni barlume di indipendenza, aveva fatto credere che l’uomo del PiS, Patryk Jaki, potesse davvero insidiare Trzaskowski.

L’andamento del voto urbano, che conferma la perenne spaccatura città-campagne che caratterizza la Polonia, infonde fiducia tra i liberali. I suoi esponenti vedono nel fiasco del PiS nelle città e nell’affluenza elettorale, intorno al 55%, insolitamente alta per un Paese che tende a disertare le urne, una mobilitazione contro l’autoritarismo del governo che lascia ben sperare in vista delle europee e delle politiche, in programma a maggio e ottobre 2019. L’anno dopo ci saranno le presidenziali. Il voto di domenica ha aperto un ciclo elettorale cruciale per gli equilibri del Paese.

I liberali esultano, si diceva, ma dovrebbero anche riflettere. Il 26,7% della coalizione liberale è inferiore ai voti riscossi alle politiche del 2015 dai due partiti che l’hanno lanciata, Piattaforma civica (24%) e Nowoczesna (7,6%). La proposta liberale non è più così allettante tra l’elettorato moderato e progressista. Men che meno lo è quella della sinistra, che conferma la sua crisi senza fine. L’alleanza democratica di sinistra (SLD), partito che ha governato negli anni ’90 e nei primi anni 2000, e che nel 2011 ottenne il 41%, si ferma al 6,6%, sempre secondo gli exit poll. Razem, una sinistra moderna e giovane, non va oltre l’1,5%. La speranza di rilancio per l’intero campo della sinistra – la sola rimasta, verrebbe da dire – è Robert Biedron, sindaco uscente di Slupsk, città del nord, il primo sindaco gay della storia polacca. Tutti lo vogliono in pista. A quanto pare, sarebbe pronto a scendervi, già dalle europee.

Tra sconfitti, sconfitti a metà e vincenti a metà, l’unico partito che può dirsi apertamente soddisfatto è il Partito popolare (Psl), che va oltre ogni attesa con un 13,6%, raccogliendo i voti in uscita dai sovranisti e dai liberali. Il risultato è una buona notizia per tutto il “fronte democratico”, visto che il Psl è stato alleato della sinistra e dei liberali nelle rispettive stagioni al governo. Ma questo 13,6%, se confermato dal conteggio finale, non va comunque sovrastimato. Il Psl, che funziona bene in una consultazione amministrativa, grazie alla sua verve agraria e localista, dovrà faticare molto per confermare questo bottino in un voto nazionale. Insomma, tutti i giochi restano aperti in vista delle europee e delle politiche del 2019. Kaczynski non è finito, e i liberali non riescono a ingranare le marce alte.

@mat_tacconi

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