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La presa della giustizia del governo polacco

Con l’assalto alla Corte suprema, Varsavia completa l’occupazione della magistratura. Ora tutti i pilastri del sistema sono controllati dal governo.  La democrazia liberale è sull’orlo del crac. Ma l’opposizione non molla. E Bruxelles dà il via a un'inedita resa dei conti

Il presidente della Corte Suprema polacca Malgorzata Gersdorf mentre entra nel palazzo della Corte Suprema accompagnata da una folla di sostenitori e giornalisti. REUTERS/Marcin Goclowski
Il presidente della Corte Suprema polacca Malgorzata Gersdorf mentre entra nella sede della Corte Suprema accompagnata da una folla di sostenitori e giornalisti. REUTERS/Marcin Goclowski

Il primo organo a essere occupato è stato il Tribunale costituzionale. Poi è stata la volta del Consiglio nazionale giudiziario, i cui membri, prima eletti dalla stessa magistratura, sono ora eletti principalmente dal Parlamento. Dunque dai partiti. Adesso è la Corte suprema, competente per il terzo grado di giudizio, a subire una riforma che la consegna nelle mani del governo polacco. Con una legge, entrata in vigore martedì, l’età pensionabile dei giudici passa da 70 a 65 anni. La conseguenza: appendono la toga al chiodo 27 membri sui 72 complessivi, inclusa la presidente Malgorzata Gelsdorf. I loro sostituti saranno scelti dal Consiglio nazionale giudiziario, e proprio per questo è possibile che molti di loro saranno in quota Diritto e Giustizia (PiS), il partito nazionalista e populista che vanta la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.

Con questa ennesima riforma, Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS e de facto della Polonia, ancorché senza cariche di governo, completa la presa della giustizia. Per lui un obiettivo imprescindibile. Kaczynski è convinto che un pezzo importante della magistratura sia custode del patto fondante della Terza Repubblica, siglato da ex comunisti e liberali dopo il 1989. Un patto che, nella logica di Kaczynski, ha permesso ai primi di continuare a esercitare un ruolo nella vita pubblica e ai secondi di importarvi paradigmi e idee che, interpretati troppo radicalmente, hanno svilito la nazione polacca. Europeismo e libero mercato, in due concetti.

Nell’ottica del PiS, la riforma entrata in vigore ieri elimina dal gioco i giudici di una certa età, che hanno fatto gli interessi del liberal-comunismo. Il senso di questo passaggio va oltre l’ideologia e la partita sulla giustizia. Tutti i pilastri della democrazia polacca, infatti, sono ora controllati dal governo. Lo è la radio-tv pubblica, occupata subito dopo la vittoria elettorale dell’ottobre 2015 con una legge che, nottetempo, ha fatto cessare il mandato di dirigenti di rete e direttori dei notiziari. Lo sono parlamento e presidenza della Repubblica, benché il titolare di quest’ultima, Andrzej Duda, si permetta di tanto in tanto di non firmare leggi volute dal PiS. Lo sono le varie agenzie dello Stato. Lo è, da ieri, appunto, l’intero sistema della giustizia.

L’opposizione, politica e civile, vede nella riforma della Corte suprema l’ultimo atto di un processo di smantellamento del principio di pesi e contrappesi che dovrebbe essere il sale di una democrazia liberale. La Polonia, dal loro punto di vista, non lo è più. Sia martedì che ieri, tutti i movimenti civili che hanno animato le proteste, grandi e piccole, tenutesi dal ritorno al potere del PiS, si sono ritrovati davanti alla sede della Corte suprema, nel centro storico di Varsavia. C’era il Comitato per la difesa della Democrazia, il primo motore delle proteste, poi indebolito da una serie di contrasti interni, e c’erano Obywatele RP, Odnowa, Strajk Kobiet. Si sono tenute manifestazioni anche in altre città del Paese.

A Varsavia, da Danzica, è arrivato anche l’ex presidente e fondatore di Solidarnosc Lech Walesa, che ha suonato la carica della resistenza civile. Walesa è un personaggio fumantino, avvezzo a sparate e qualche scivolone, ma il suo carisma, tra chi si oppone al governo, rimane forte. Il simbolo della resistenza a Kaczynski è comunque la presidente della Corte suprema, Malgorzata Gersdorf. Ieri si è presentata regolarmente in ufficio, scortata da una gran folla. Gersdorf sostiene che la legge che prepensiona retroattivamente lei e gli altri giudici della Corte suprema è incostituzionale, perché pone fine anzitempo al loro mandato di sei anni, stabilito proprio dalla legge fondamentale. E così ha affermato che continuerà ad andare al lavoro, forte peraltro del sostegno quasi unanime dei colleghi della Corte suprema, che hanno firmato un documento sull’illegittimità della riforma.

Anche gli intellettuali, sulla questione della Corte suprema, si erano fatti sentire. Nelle scorse settimane avevano firmato un appello, chiedendo alla Commissione europea di intervenire per difendere la democrazia polacca. Mentre Grzegorz Schetyna, numero uno della Piattaforma Civica (PO), principale partito dell’opposizione liberale, ha scritto su Twitter che se il suo partito tornerà al potere assicurerà alla giustizia tutti i responsabili dello sfascio costituzionale.

La questione giustizia si gioca anche sul fronte europeo, dove da mesi va avanti il braccio di ferro con la Commissione europea sullo Stato di diritto. Era scattato già a inizio 2016, al tempo della riforma della Corte costituzionale, svuotata di indipendenza con una serie di nuove norme e nuove nomine, favorevoli al governo e contra legem. Bruxelles chiede a Varsavia di fare sostanziali passi indietro su questa e altre riforme in materia giudiziaria. Varsavia finora ha effettuato solo alcune correzioni, prevalentemente cosmetiche.

Così, alla vigilia dell’entrata in vigore della legge sulla Corte Suprema, Bruxelles ha rotto gli indugi, lanciando una procedura d’infrazione nell’ambito dell’articolo 7 del Trattato europeo, che prevede, nel peggiore dei casi, la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio europeo. Il che dà la misura di quanto sia grave lo scontro politico e legale tra Bruxelles e Varsavia. Il più grave, forse, della storia europea. E giova ricordare che finora l’art. 7 non era mai stato attivato, nemmeno nei confronti di Viktor Orban, tanto per intenderci.

Il processo che porterebbe a questa estrema ratio è però molto tortuoso. Ci sono vari passaggi da superare e c’è soprattutto l’insidia del veto: la decisione di sospendere il diritto di voto è infatti vincolata al consenso unanime degli Stati membri. Ma da tempo l’Ungheria di Viktor Orban fa sapere che mai e poi mai lascerà sola la Polonia, compagna di strada fedele nella costruzione di un blocco politico-culturale che vede nel primato della nazione sull’Europa e nella resistenza al liberalismo al multiculturalismo la propria stella polare. Questo blocco vuole stupire alle elezioni europee del maggio 2019.

Prima però, in Polonia si voterà per le amministrative. È la prima volta, dall’ottobre 2015, che Kaczynski e il PiS si misureranno con le urne. Il loro consenso resta molto alto, ma a tratti spuntano timidi segnali di cedimento. I partiti liberali si presenteranno in coalizione in diverse città, e in alcuni casi potrebbero anche spuntarla.

La ricetta del PiS per mobilitare l’elettorato resta la solita: pugno duro contro la casta liberale, conflitto con l’Europa, guardia alta contro le potenze vicine, Russia e Germania, un po’ di legge e ordine, misure di welfare. Alcuni recenti provvedimenti si adattano a perfezione a questo copione. Oltre alla riforma della Corte suprema, si possono citare il recente bonus per gli alunni delle scuole (circa 70 Euro da spendere in materiale didattico), il rilancio dell’offensiva anti-abortista e la nuova richiesta di riparazioni di guerra nei confronti della Germania, appena rinnovata da Jaroslaw Kaczynski. Il quale solo di recente è tornato a parlare in pubblico. Da inizio maggio, infatti, era scomparso dalla scena. È stato ricoverato in una clinica di Varsavia per diverse settimane. Ufficialmente per un problema al ginocchio, anche se si sussurra che abbia qualcosa di più serio. A ogni modo, sembra tornato sulla barricata.

@mat_tacconi

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