Varsavia rafforza una strategia di accoglienza selettiva che stride con la sua linea dura sui rifugiati. Tra i prescelti, in primis i migranti ex-sovietici, in nome dell’affinità culturale e delle esigenze del mercato del lavoro. E per convincerli a trasferirsi, fioccano gli incentivi

Una lavoratrice in un negozio di scarpe. REUTERS/Kacper Pempel
Una lavoratrice in un negozio di scarpe. REUTERS/Kacper Pempel

Varsavia - Armeni, bielorussi, georgiani, moldavi, russi, ucraini. Sono gli stranieri che l'odierna Polonia ostinatamente anti-rifugiati desidera attrarre a braccia aperte in nome della loro affinità culturale e delle esigenze del mercato del lavoro interno. Un'ulteriore apertura verso i migranti economici di queste sei nazionalità è prevista in un emendamento all'attuale legge sull'immigrazione anticipato da Gazeta Dziennik Prawna il 17 luglio. Sul testo sta lavorando da alcune settimane il ministero del Lavoro polacco e, qualora venisse approvato ed entrasse in vigore, prevederebbe una serie di agevolazioni a favore dei migranti graditi a Varsavia.


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Prima fra tutte, quella di consentire ai lavoratori di queste sei nazionalità di ottenere la residenza permanente dopo due anni e mezzo trascorsi in Polonia anziché gli odierni quattro. Il testo punta inoltre a consentire il ricongiungimento tra i lavoratori stranieri e le loro famiglie dopo un anno e mezzo e ad estendere dagli attuali sei a dodici mesi il periodo in cui armeni, bielorussi, georgiani, moldavi, russi e ucraini possono lavorare in Polonia senza alcun permesso specifico. Come recita la normativa “l'obiettivo di questi cambiamenti è rendere più semplice stabilirsi in Polonia per i cittadini di sei nazioni culturalmente simili e che hanno qualifiche professionali per lavori richiesti dall'economia polacca”.

Fra i migranti economici di cui la Polonia intende incoraggiare l'arrivo e la permanenza nel Paese per motivi di lavoro vi sono inoltre filippini e vietnamiti. I primi hanno il vantaggio di essere cattolici, mentre i secondi sono una presenza radicata dal Baltico ai Tatra sin dagli anni '60 grazie ai rapporti allora esistenti fra la Polonia e il Vietnam socialisti. Non a caso, oggi la comunità vietnamita sulle sponde della Vistola conta circa 30mila persone: seconda e terza generazione escluse. L'11 luglio, invece, il governo di Varsavia e quello di Manila hanno sottoscritto un accordo bilaterale per agevolare l'arrivo di lavoratori filippini in Polonia con un occhio alle prospettive occupazionali nel settore della sanità e dell'assistenza agli anziani. 

Migranti economici richiesti dal mercato

La strategia d'accoglienza selettiva della Polonia prevede infatti che sia il mercato del lavoro a determinare quali migranti extracomunitari abbiano il diritto di trasferirvisi e, per quanto controversa, pare funzionare. Secondo dati Eurostat, infatti, il 73% di migranti non europei presenti in Polonia nel 2017 aveva un impiego, una percentuale superata solo da Repubblica Ceca, Romania e Portogallo nell'Ue. Vista la continua emigrazione all'estero di manodopera qualificata interna, la Polonia stima di dovere attrarre quattro milioni di lavoratori stranieri di qui al 2030. E considerati i risicati stipendi – per standard europei – offerti in settori cruciali come costruzioni, servizi, istruzione e sanità, l'unica soluzione per il governo di Varsavia pare quella di invogliare migranti economici extra Ue a trasferirsi per restare nel Paese a tempo indeterminato.

I dati su quanti di questi stranieri desiderati vivano in Polonia sono discordanti. Le stime sugli ucraini presenti oggi, ad esempio, oscillano fra i 500mila e i 2 milioni con molti media polacchi che concordano su un milione e 400mila presenze, pari al 5% della forza lavoro. Eppure la maggior parte di queste persone sono di passaggio, attratte da stipendi sino a quattro volte superiori a quelli percepiti in patria, e lasciano la Polonia prima dei 48 mesi oggi necessari per richiedervi la residenza permanente. Alcuni di loro tornano a casa per investirvi i risparmi accumulati oltreconfine, altri cercano occupazioni meglio remunerate altrove in Europa nonostante le maggiori difficoltà burocratiche da affrontare. I numeri del censimento nazionale del 2011, seppure datati, erano chiari in questo senso: all'epoca solo 51mila ucraini risultavano residenti in Polonia, 40mila dei quali dotati anche di cittadinanza polacca.

Sei anni dopo, dati pubblicati dall'Ufficio stranieri polacco (Udsc), riportano come nel 2017 gli ucraini residenti in Polonia sono saliti a 140mila su un totale di 308mila residenti stranieri nel Paese. Stando a queste cifre, quindi, oggi soltanto un ucraino su dieci vive e lavora da più di quattro anni consecutivi in Polonia: una percentuale ritenuta insufficiente dal governo per accontentare le richieste del mercato occupazionale. I dati 2017 dell'Udsc sui cittadini degli altri quattro stati “culturalmente affini” mostrano 14mila bielorussi e 11mila russi residenti, mentre armeni, georgiani e moldavi non rientrano neppure fra le prime dieci nazionalità presenti nel Paese. A dimostrazione di come pochi tra questi migranti economici desiderati dalle autorità e invocati dai datori di lavoro abbiano deciso di restare a lungo in Polonia.

Un rapporto Eurostat mostra come nel 2016 la Polonia abbia concesso 586mila permessi di residenza temporanea a persone provenienti da Paesi extraeuropei. E dati ancora più recenti del ministero degli Esteri evidenziano come solo nel primo semestre di quest'anno 130mila ucraini abbiano ottenuto la residenza temporanea per motivi di lavoro in Polonia a fronte di 7mila vietnamiti e appena 430 filippini. Per quanto riguarda i permessi di lavoro concessi a cittadini extracomunitari, numeri resi noti dal ministero del Lavoro polacco confermano che nel biennio 2016-2017 ne sono stati rilasciati 463mila, addirittura 299mila dei quali destinati a ucraini. A seguirli vi sono bielorussi, moldavi, indiani, nepalesi, turchi, armeni, cinesi e vietnamiti.

La confusione di Varsavia su rifugiati e migranti

Una politica d'accoglienza, per quanto selettiva, che stride con l'immagine di nazione anti-immigrati dell'odierna Polonia guidata dalla destra cattolica, patriottica e sovranista di Diritto e Giustizia (PiS). Un'immagine che recenti uscite istituzionali hanno contribuito a rafforzare. «Noi non apparteniamo a questo gruppo di amici innamorati dei migranti», ha dichiarato ad esempio il 21 giugno il primo ministro Morawiecki per giustificare la decisione di Varsavia – al pari di Budapest, Praga e Bratislava – di boicottare il mini forum europeo sulla migrazione di tre giorni dopo a Bruxelles.

Già nel maggio 2017, del resto, il governo di Varsavia rifiutava di accogliere i 6mila rifugiati assegnati alla Polonia dall'Ue nell'ambito di accordi sottoscritti due anni prima. Il tutto in un contesto in cui a gennaio 2016 l'allora premier Beata Szydło dichiarava che la Polonia ospitava «un milione di rifugiati ucraini», salvo essere smentita dell'ambasciatore di Kiev, Andriy Deshchytsia, e dai dati ufficiali che ne riportavano circa 200. Questa continua confusione terminologica fra “migranti”, “migranti economici” e “rifugiati” nell'affrontare un tema così importante non aiuta il governo a marchio PiS nel suo intento di sottolineare a livello internazionale come la Polonia non sia per principio ostile ad accogliere stranieri extraeuropei, bensì rifugiati.

Di sicuro, che si tratti di rifugiati o di assai più numerosi migranti economici, gli ucraini restano complessivamente ben accetti in Polonia, nonostante alcune frizioni con Kiev sul delicato tema della memoria. Varsavia riconosce l'importanza di questa manodopera straniera qualificata nel soddisfare le richieste del mercato del lavoro interno e continuare a sostenere un'economia in espansione e cresciuta del 4,5% l'anno passato. Il governo di Kiev, invece, sa che l'opzione polacca è fondamentale per molti ucraini vista una disoccupazione interna al 9,5% nel 2017, mentre le rimesse dei lavoratori temporaneamente o permanentemente in Polonia danno ossigeno a migliaia di famiglie. Secondo un recente studio del think tank Centre for Economic Studies di Kiev, oggi 4 milioni di ucraini – il 16% della forza lavoro – sono migranti economici. Circa uno su quattro di questi lavoratori ha un impiego in Polonia e l'obiettivo del governo di Varsavia è trattenerli il più a lungo possibile perché senza di loro la tigre economica polacca non ruggirebbe.

@LorenzoBerardi

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