Nella Polonia dove l'aborto "non esiste", le donne rialzano la testa

Nel voivodato meridionale di Podkarpackie, tutti i medici oppongono l’obiezione di coscienza anche in quei pochi casi in cui la legge consente l’aborto. E l’intera sfera della sessualità e dei diritti femminili è nel mirino di un’ondata conservatrice. Ma le donne non ci stanno più

Una manifestazione che celebra il primo anniversario della "Protesta nera" contro i piani di modifica della legge sull'aborto a Lublino, Polonia, 3 ottobre 2017. Agencja Gazeta / Jakub Orzechowski via REUTERS
Una manifestazione che celebra il primo anniversario della "Protesta nera" contro i piani di modifica della legge sull'aborto a Lublino, Polonia, 3 ottobre 2017. Agencja Gazeta / Jakub Orzechowski via REUTERS

Rzeszow (Polonia) - In Podkarpackie l’aborto non esiste più. Nel voivodato, una delle regioni economicamente più fragili della Polonia (il tasso di disoccupazione è il doppio della media nazionale), dal 2015 è impossibile trovare una struttura che garantisca l’accesso all’interruzione di gravidanza.

La legge polacca è già estremamente restrittiva nell’ambito dei diritti riproduttivi. Dal 1993, dopo quasi quarant’anni di liberalizzazione, l’aborto è consentito solo in caso di gravi malformazioni del feto, rischi di salute per la madre o in conseguenza di stupro o incesto. Ma in questo lembo sud-orientale della Polonia, tutti gli ospedali e tutte le cliniche hanno deciso di opporre obiezione di coscienza anche in questi casi, rendendo di fatto inesistente la pratica abortiva.   

«Da quando l’ultimo ospedale ha firmato l’obiezione di coscienza, nella regione l’aborto è totalmente bandito», dice Tomasz Grzyb, giovane studente di medicina, membro del partito Razem e attivista. «Nell’attuale clima politico, non solo le proposte di legge si fanno sempre più conservatrici e restrittive ma anche l’interpretazione normativa è più malleabile. Si è creata una “arbitrarietà normativa” sempre più deleteria per la vita delle donne». Il punto è che, nonostante la legge sostenga che un’intera istituzione non possa esercitare l’obiezione di coscienza ma anzi dovrebbe garantire il servizio per l’interruzione di gravidanza, in realtà sono gli ospedali stessi a invocarla.

Ma c’è di più: su iniziativa del PiS – il partito conservatore al governo - dal luglio dello scorso anno è necessaria una prescrizione medica anche per la contraccezione d’emergenza. Così ora molti medici di base o farmacisti si rifiutano di prescrivere la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, appellandosi all’obiezione di coscienza. Pure in questo caso, le cifre del Podkarpackie sono disarmanti. Andando sul sito di Lekarze Kobietom, un collettivo di medici e studenti che offre sostegno alle donne che necessitano di contraccezione d’emergenza, nella mappa della regione vedrete apparire una sola freccetta blu. Si tratta dell’unico medico non-obiettore della zona, l’unico che dunque prescrive attualmente la pillola del giorno dopo a chi dovesse richiederla.

«Il solo modo per abortire in Podkarpackie è andare all’estero, in Repubblica Ceca o Slovacchia, oppure affidarti agli annunci sui giornali». Sfogliando i quotidiani locali, è facile imbattersi in scritte come “ginecologia dalla a alla z” o “riprenditi il tuo ciclo”: sono i contatti di chi pratica aborti clandestini. Agnieszka Itner, candidata del partito Razem e attivista della zona, ne parla molto tranquillamente, facendo capire che si tratta di una realtà comune e accettata, anche se rimane appunto clandestina, sommersa, con tutti i rischi del caso. Così come “sommerso” sembra essere il discorso pubblico sul tema: «In Podkarpackie non esistono luoghi o occasioni per affrontare il tema dell’aborto e dei contraccettivi», prosegue Agnieszka.

In generale, è l’intera sfera della sessualità e dei diritti femminili a costituire una sorta di tabù. «Vengo da un piccolo paese del Podkarpackie, molto conservatore» racconta Wiktoria, giovane attivista che ora si è trasferita a Cracovia dove fa parte del collettivo femminista locale. «Lì non ci sono possibilità di entrare in contatto con altri modi di pensare. Anche al liceo, il minimo di educazione sessuale che abbiamo ricevuto ci è stato impartito da un prete, che non aveva idea di cosa stesse parlando: ricordo che una volta ci disse che la spirale ha delle lame affilate, che ruotano a velocità altissima all’interno dell’utero!».

Le stesse persone che dipingono la situazione in modo così cupo sono pronte a battersi per migliorare le cose. «Nel 2016 abbiamo iniziato ad attivarci politicamente in un contesto in cui prima non c’era praticamente nulla», racconta sempre Tomasz Grzyb, sottolineando come le Black Protest - manifestazioni di due anni fa contro il tentativo del PiS di rendere la legge sull’aborto ancora più restrittiva - siano state una sorta di traino collettivo. «Lo sciopero generale delle donne nel Paese mi ha fatto capire che dovevo impegnarmi in prima persona» conferma Agnieszka.

Nel giro di un solo anno e mezzo, “il Paese dove l’aborto non esiste” è stato testimone di manifestazioni in sostegno della Black Protest, di contestazioni anti-PiS e del primo gay pride nella storia della regione. Le recenti elezioni locali però hanno ribadito l’egemonia della destra conservatrice e cattolica del PiS, che in Podkarpacie ha ottenuto la percentuale più alta di tutta la Polonia (52,25%).

I dati elettorali non bastano a fotografare una realtà complessa. «Anche mia madre, che è cattolica, ha partecipato alla Black Protest, perché lei quando era giovane poteva scegliere e vuole che questa possibilità sia data anche alle nuove generazioni», ci dice Maszena. «Allo stesso modo, il mio medico è convintamente cattolico ma quando era previsto per legge non aveva alcun problema a praticare l’aborto».

La sensazione è che le iniziative del PiS, o in generale di chiunque voglia eliminare in toto il diritto all’interruzione di gravidanza, non rispecchino il volere della popolazione. Diversi sondaggi indicano che la maggioranza dei cittadini polacchi è contraria alle politiche di restrizione dei diritti riproduttivi. E come accade altrove, la scelta dell’obiezione di coscienza è legata anche all’opportunità. «Il fatto è che l’obiezione aumenta lo stigma sociale non solo sulle donne», spiegano gli attivisti di Lekarze Kobietom, «ma anche sul personale sanitario. Praticare aborti significa spesso andare contro il direttore della struttura, essere malvisto dai colleghi, o sentirsi dare dell’assassino dai manifestanti pro-life che sostano fuori dagli ospedali».  

@_FuoriRotta_

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