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Polonia: quel pasticciaccio brutto del “golpe” costituzionale

“Quello che sta accadendo in Polonia ha le caratteristiche del colpo di stato”, parola di Martin Schultz, presidente del parlamento europeo. Una dichiarazione che a Varsavia non è stata presa alla leggera e che contribuisce al rapido deterioramento della situazione politica nel paese dove, da giorni, si sta consumando un drammatico scontro tra il governo e la Corte costituzionale, con annesse proteste di piazza e crisi politica.

 Tutto è cominciato il 25 giugno scorso quando l’allora partito di governo, Piattaforma Civica, adottò una legge che consentì di sostituire cinque giudici della Corte costituzionale sebbene solo per tre di questi i termini del mandato fossero effettivamente scaduti. Gli altri due giudici sostituiti sarebbero dovuti restare in carica fino alla fine dell’anno. Può sembrare un dettaglio, ma così non è. Essendo infatti previste per il 27 ottobre le elezioni parlamentari, Piattaforma Civica ha così potuto piazzare “suoi” uomini alla Corte prima di perdere le elezioni, come era ampiamente previsto. Dalle urne è infatti uscito vincitore Diritto e Giustizia (PiS), partito di nazionalista e conservatore guidato da Jaroslav Kaczinsky, che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento ed è quindi in condizione di decidere da solo sulle molte e delicate questioni che riguardano la vita del paese.

Già in agosto il PiS aveva visto trionfare il suo candidato, Andrzej Duda,  alle elezioni presidenziali. La prima mossa di Duda da presidente è stata quella di non riconoscere la validità della nomina dei cinque giudici della Corte. Tuttavia, invece di rivolgersi direttamente alla Corte affinché questa potesse valutare l’incostituzionalità delle nomine fatte dal precedente governo (come avrebbe dovuto), ha preferito attendere che il suo partito vincesse le elezioni. Il nuovo governo ha così avuto agio a presentare, il 19 novembre, un emendamento alla Legge sulla Corte costituzionale che annullava la nomina dei cinque giudici contestati e ne eleggeva altri cinque, questa volta uomini del PiS.

La questione si contorce ulteriormente quando, il 3 dicembre, la Corte costituzionale si esprime sulla nomina dei cinque giudici avvenuta a giugno, ritenendo illegittima la sostituzione dei due che ancora non avevano terminato il proprio mandato. Luce verde, invece, per gli altri tre. In base a questa decisione il governo avrebbe potuto nominare due (e non cinque) nuovi giudici. Ma il governo, guidato da Beata Szydło, ha agito senza attendere il verdetto della Corte che, adesso, si trova ad avere due composizioni: una – riconosciuta dal governo e dal parlamento – con i cinque nuovi membri nominati a novembre; l’altra – riconosciuta dalla Corte stessa – con i tre membri indicati a giugno meno i due la cui nomina è illegittima. Un pasticcio che, al netto delle questioni tecniche, mina alle fondamenta la stabilità del paese poiché giocare a braccio di ferro sulla Corte costituzionale significa giocare con la democrazia stessa. La Corte è infatti la massima istituzione giudicante nonché la sola che possa esprimere parere di incostituzionalità in merito alle leggi prodotte dal parlamento. Se la Corte ritiene incostituzionale una legge, e il governo e il parlamento non la modificano, la primazia della Corte viene meno, la Costituzione stessa è violata, e cade l’intero assetto istituzionale democratico.

Per queste ragioni le parole di Schultz, benché possano suonare eccessive, non sono immotivate. Sabato 12 dicembre circa cinquantamila persone sono scese in strada a Varsavia per protestare contro questo “golpe istituzionale” mentre il giorno dopo il governo ha organizzato una manifestazione a sostegno del proprio operato. Con una paese sempre più diviso e una crisi istituzionale in corso, sarebbe saggio un passo indietro del governo Szydło che, però, si mostra irremovibile.

Una posizione di forza nella quale molti osservatori trovano elementi di una “orbanizzazione” del PiS. Giovedì 17 dicembre il governo ha proposto una nuova legge per la nomina della Corte che preveda l’aumento dei giudici (da 15 a 19) e la maggioranza dei due terzi per la loro elezione invece della maggioranza semplice. Un tentativo di allentare la tensione che, al momento, le opposizioni sembrano decise a rifiutare. Il futuro polacco resta incerto. 

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