Sono decine di migliaia di case e terreni, confiscati da nazisti e sovietici o nazionalizzati da Varsavia nel ‘45. I vecchi proprietari li rivogliono indietro. Molti sono eredi di famiglie scampate alla Shoah. Ma in Polonia una legge sulla restituzione non c’è. E il disegno del governo suscita inquietudini

Il Palazzo della Cultura è immerso nella luce del sole con altri edifici nel centro della città coperti dalla nebbia a Varsavia il 14 ottobre 2013. REUTERS / Kacper Pempel
Il Palazzo della Cultura è immerso nella luce del sole con altri edifici nel centro della città coperti dalla nebbia a Varsavia il 14 ottobre 2013. REUTERS / Kacper Pempel

Comincia tutto con una misteriosa raccomandata. Arriva dal ministero delle Infrastrutture e dello Sviluppo polacco e il suo oggetto è Zawiadomenie, notifica. Informa gli inquilini di uno stabile che gli eredi dell'ex proprietario del palazzo o del terreno su cui sorge hanno avviato richiesta di restituzione. Di lettere come questa in Polonia ne circolano migliaia. A riceverle sono ignari proprietari di appartamenti in edifici reclamati dai loro proprietari anteguerra.


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Le raccomandate non riguardano solo abitazioni private. Nella capitale polacca, ad esempio, la stazione centrale, l'iconico Palazzo della Cultura e della Scienza e il grattacielo Warsaw Spire si trovano su terreni reclamati. Esiste persino un elenco online – non ufficiale e in costante aggiornamento – di proprietà oggetto di richieste di restituzione a Varsavia e chi si appresta a comprare casa lo consulta sperando di non leggervi l'indirizzo prescelto.

I timori sono giustificati. A oggi, infatti, la Polonia resta l'unico Paese dell'Ue senza una legge sulla restituzione mentre nel resto del continente solo la Bosnia Erzegovina ne è priva. Un vuoto legislativo che ha contribuito ad alimentare sospetti e diffidenze nei confronti degli ex proprietari.

Le radici storiche: occupazioni e decreto

La vicenda alle spalle delle restituzioni è legata agli eventi abbattutisi sulla Polonia nel XX secolo. Numerose proprietà vengono espropriate dagli occupanti nazisti e sovietici durante la Seconda Guerra Mondiale ma è una misura decisa dalle autorità comuniste del Paese a inasprire il problema. Il Decreto Bierut approvato il 26 ottobre 1945 nazionalizza decine di migliaia di proprietà private a Varsavia, sottraendole ai loro proprietari con effetto immediato e promettendo compensazioni poi raramente versate. Il decreto prevede inoltre la nazionalizzazione coatta di migliaia di proprietà in tutta la Polonia abbandonate da ex residenti tedeschi, confiscate dai nazisti o rimaste senza eredi apparenti, spesso a seguito della Shoah.

Nel giro di pochi mesi, migliaia di varsaviani si vedono confiscare abitazioni, officine, edifici commerciali. Nei casi più beffardi si tratta di stabili danneggiati durante il conflitto e che i loro proprietari hanno iniziato a risistemare a proprie spese. In totale circa 40mila fra immobili e terreni della capitale vengono nazionalizzati dal Decreto Bierut in un contesto in cui l'84% degli edifici di Varsavia risulta perduto o gravemente danneggiato nel '45. Proprio le estese distruzioni causate dal conflitto consentono alle autorità di procedere su un raggio d'azione senza precedenti. Nel primo dopoguerra, lo slogan ripetuto dalla propaganda socialista in Polonia è “Tutta la nazione ricostruisce la propria capitale”. Nazionalizzare estesi lotti cittadini, facendo tabula rasa per legge delle proprietà private esistenti prima del conflitto, aiuta a ricostruire Varsavia.

Le distruzioni belliche subite dalla capitale presentano oggi un ulteriore problema in quanto molti dei terreni e dei palazzi espropriati nel '45 non sono più identificabili, inseriti in una viabilità e in un contesto urbano rivoluzionati dal realismo socialista. Secondo dati del 2012, appena 3500 delle 17mila proprietà oggetto di richieste di restituzione in città sono tornate agli eredi dei loro proprietari, mentre 300 sono state compensate economicamente.

Il vuoto legislativo post '89

Alla caduta del comunismo, il nuovo Stato polacco deve fronteggiare anche l'eredità lasciata dal Decreto Bierut. Come gestire le migliaia di richieste di restituzione in arrivo senza generare isterie in una Polonia alle prese con radicali cambiamenti politici, economici e sociali? Si prende tempo e il risultato di questi tentennamenti è un vuoto legislativo lungo trent'anni.

I primi tentativi di affrontare la situazione risalgono al 1997 quando una prima timida legge limita la restituzione alle proprietà in regime di comunione dei beni. Tuttavia, la maggior parte delle circa 5000 richieste arrivate non viene accolta. Seguono dieci anni di silenzio durante i quali i governi alla guida del Paese assicurano di lavorare a una legge sul tema ma senza mai presentarla.

Nel 2009 la Polonia è fra i 46 Paesi firmatari della Dichiarazione di Terezin che invita ad approvare leggi per facilitare la restituzione di proprietà sottratte a vittime dell'Olocausto e delle persecuzioni naziste “in modo giusto, comprensivo e non discriminatorio”. La Dichiarazione auspica la restituzione ai legittimi proprietari di beni confiscati dal socialismo e che proprietà ebraiche rimaste senza eredi servano a coprire le necessità materiali di sopravvissuti all'Olocausto. La legge polacca non contempla nulla di simile, ma l'allora governo Tusk temporeggia.

Nell'agosto 2016, il presidente polacco Duda converte in legge uno statuto che, in linea teorica, permette agli ex proprietari di alcuni edifici varsaviani reclamati nell'immediato dopoguerra di ottenerne la restituzione. Peccato che la maggior parte dei titolari di queste richieste dormienti siano difficili da rintracciare, aggiungendo così ulteriore confusione alla situazione. «La restituzione di proprietà è in atto in Polonia da più di vent'anni e le origini etniche o religiose di chi presenta domanda sono irrilevanti in quanto la legge polacca tratta tutti nella stessa maniera», assicura nell'aprile 2017 l'allora ministro degli Esteri di Varsavia, Witold Waszczykowski.

Sei mesi dopo, tuttavia, l'attuale governo polacco guidato da Diritto e Giustizia (PiS) presenta un disegno di legge sul tema. Il testo sostituisce a ogni restituzione una compensazione in buoni del Tesoro polacchi pari al 20% cash o al 25% del valore della proprietà al momento della sua nazionalizzazione rapportata al cambio odierno. Viene inoltre stabilito un limite di un anno per presentare domanda di compensazione, scaduto il quale le proprietà non reclamate passano al Ministero del Tesoro. Vi è di più: solo cittadini polacchi diretti discendenti di proprietari anteguerra - questi ultimi residenti in Polonia al momento dei fatti - possono richiedere compensazione. Chi ha rinunciato alla cittadinanza polacca o ha prestato servizio militare in uno Stato straniero è escluso.

I contenuti del disegno di legge sollevano polemiche su entrambe le sponde dell'Atlantico. Il 28 marzo di quest'anno 59 senatori statunitensi, sia repubblicani che democratici, firmano una lettera inviata al premier polacco, Mateusz Morawiecki. In essa si critica il disegno di legge dell'ottobre 2017 che “andrebbe a colpire vittime dell'Olocausto e i loro eredi eliminando la possibilità di restituire proprietà in luogo di una limitata compensazione economica”. Critiche alle quali risponde così il ministro degli Interni, Joachim Brudziński: «La Polonia è uno Stato democratico e sovrano e in questa importante situazione saremo guidati nelle nostre decisioni dai suoi interessi».

Decine di migliaia di richieste in attesa

Oggi in Polonia si identifica spesso chi chiede una restituzione di proprietà con un privato di origine ebraica ma non sempre è così, anche se molte richieste provengono dagli eredi di famiglie scampate all'Olocausto e oggi residenti all'estero. Espropri e nazionalizzazioni hanno infatti riguardato anche numerose proprietà del clero, nonché di polacchi cattolici e di tedeschi.

I numeri sono impressionanti. Fra il 1989 e il 2011, 5078 richieste di restituzione hanno interessato proprietà o terreni appartenuti a diocesi o comunità religiose in Polonia. Il 79% delle domande presentate dalla Chiesa cattolica è stato accettato, talvolta con compensazioni, mentre ortodossi ed evangelici hanno avuto minori fortune con il 61% e il 36% di richieste accolte. Ancora meno successo per musulmani, avventisti e neo-apostolici che, nel loro assieme, hanno ottenuto risarcimenti nel 19% dei casi. Per quanto riguarda restituzioni o compensazioni accordate a comunità ebraiche, su 5504 domande appena il 21% è stato accettato.

Ottenere dati accurati sulle richieste di restituzione avviate da privati è più difficile, con stime che oscillano fra i 10mila e i 30mila casi ancora aperti nel 2018. Oggi non c'è ancora nulla che vieti a un soggetto di qualsiasi nazionalità di presentare domanda di restituzione in Polonia. Tuttavia, l'assenza di una legge nazionale in materia ha sinora reso i passi successivi aleatori e prolissi sia per gli attuali proprietari che per gli eredi dei precedenti generando reciproci risentimenti.

Di questo avviso è anche Michael Schudrich, rabbino capo della Polonia, intervistato da Tablet nel gennaio 2018: «La mancanza di un'appropriata legge sulla restituzione non va contro gli ebrei ma danneggia proprietari immobiliari perlopiù non di fede ebraica». Secondo Schudrich «vari governi polacchi hanno avuto paura di varare una legge efficace sulle restituzioni perché temevano che, approvandola, avrebbero perso le elezioni». Un rischio che il governo Morawiecki potrebbe non correre nel caso in cui il suo controverso disegno di legge sulle compensazioni venga approvato, anche a costo di attirare su di sé ulteriori critiche internazionali.

@LorenzoBerardi

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