Il 1° agosto la Polonia commemora l'anniversario della Rivolta di Varsavia contro gli occupanti nazisti dell'estate '44. Un episodio tragico e coraggioso della cui simbologia partigiana si sono appropriate formazioni di estrema destra e linee d'abbigliamento paramilitare. Nel silenzio del governo

Fiori poggiati sul monumento in commemorazione della Rivolta di Varsavia. REUTERS/Kacper Pempel
Fiori poggiati sul monumento in commemorazione della Rivolta di Varsavia. REUTERS/Kacper Pempel

Ogni 1° agosto a Varsavia alle cinque in punto del pomeriggio risuona l'ululato assordante delle sirene dell'antiaerea. Per un minuto la capitale polacca si ferma completamente. Tram e autobus smettono di circolare e molte vetture accostano ai marciapiedi. I dipendenti di uffici pubblici, negozi e multinazionali scendono in strada mentre i turisti osservano disorientati. Il trafficato incrocio fra le vie Jerozolimskie e Marszałkowska si riempie di persone che sventolano bandiere polacche o indossano fasce biancorosse. I bagliori granata e il fumo prodotto da centinaia di bengala danno un aspetto apocalittico alla scena.


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I varsaviani commemorano così “l'ora W”, ovvero il momento esatto in cui il 1° agosto del '44 scattò il Powstanie Warszawskie (PW), la resistenza armata agli invasori nazisti nota come Rivolta di Varsavia. Una lotta pianificata dall'Armia Krajowa (Esercito Nazionale, AK), il principale movimento partigiano della Polonia occupata, e alla quale parteciparono anche reduci dell'Insurrezione del Ghetto di Varsavia, ma che fallì. Dopo due mesi di combattimenti urbani nei quali le truppe naziste si macchiarono di meditati massacri e crudeli rappresaglie ai danni della popolazione, gli insorti capitolarono. Quel 2 ottobre del '44 Varsavia era ridotta a una distesa di macerie nelle quali erano perite dalle 150mila alle 200mila vittime civili, oltre a 15mila partigiani e 10mila soldati della Wehrmacht. Tre mesi dopo, il 17 gennaio del '45, l'Armata Rossa attraversava la Vistola per liberare quel che restava di una Varsavia spettrale.

Da anni il 1° agosto, quando scende la sera, nella centrale piazza Piłsudski decine di migliaia di persone si ritrovano davanti a un palco per intonare a squarciagola canzoni partigiane in un evento trasmesso in diretta dalla televisione di Stato, Tvp. In prima fila siedono i sempre più sparuti uomini e donne sopravvissuti dell'insurrezione varsaviana e, accanto a loro, le più alte cariche militari e religiose della Polonia. L'occasione è al tempo stesso festosa e toccante, ma anche una passerella per il presidente della Repubblica, Andrzej Duda, che ne è un ospite fisso e nel 2017 ha dichiarato: «Vogliamo dire ai reduci dell'insurrezione che la Polonia è finalmente libera e viva, ha recuperato la sua forza e memoria. Con orgoglio e irremovibile determinazione la Polonia segue la strada della libertà, dell'indipendenza e della sovranità». Parole che dimostrano come l'eredità della Rivolta di Varsavia abbia assunto anche innegabili risvolti politici.

L'estrema destra si appropria dei simboli partigiani

Il ricordo dell'insurrezione varsaviana è un evento che dovrebbe riguardare tutti i polacchi. Tuttavia, negli ultimi anni in Polonia si è promosso un culto acritico di chi vi ha partecipato che non aiuta ad approfondire la realtà storica dei fatti. Gli insorti di Varsavia dell'estate '44 sono considerati eroi e il loro sacrificio ritenuto necessario. Storici e giornalisti che ricordano come la rivolta fu sì coraggiosa, ma anche poco lungimirante e contrassegnata da errori di valutazione che la vanificarono in partenza sono ritenuti anti-polacchi. Domenica 29 luglio Duda e il direttore del museo della Rivolta di Varsavia hanno cercato, senza successo, di interrompere un novantacinquenne reduce dell'insurrezione mentre criticava le scelte compiute dai comandanti partigiani durante di essa. Una testimonianza ritenuta scomoda in una Polonia in cui le responsabilità del fallimento dell'insurrezione sono addossate ai sovietici che non intervennero e agli alleati che non fornirono adeguato supporto aereo.

Il governo guidato da Diritto e Giustizia (PiS) vuole fare del Powstanie un capitolo centrale della propria retorica patriottica e sovranista. La Rivolta di Varsavia, dunque, come esempio del valore polacco e della determinazione a combattere a ogni costo per la libertà della madrepatria. In questa visione univoca, persino una testimonianza di grande importanza storica e letteraria quale Memorie dell'insurrezione di Varsavia del poeta Miron Białoszewski non è mai citata dal presidente Duda o dal premier Morawiecki. Il libro dà un resoconto dell'insurrezione varsaviana non agiografico e dalla prospettiva di un civile, ma nelle scuole polacche si continua a leggere, Kamienie na szaniec (Pietre dal bastione) di Aleksander Kamiński, un ex membro dell'AK che descrive azioni di guerriglia e sabotaggio di tre giovani partigiani con toni patriottici.

Oggi fra gli adolescenti polacchi è in voga l'abbigliamento militare con molti prodotti ispirati alla Rivolta di Varsavia. Eppure per tanti in Polonia indossare spille, magliette o felpe con il simbolo PW rappresenta più una moda identitaria che un omaggio alla memoria. Il successo riscosso dall'abbigliamento patriottico visibile per le strade polacche riflette una rivisitazione in chiave combattiva di un passato traumatico. Il paradosso è che l'ostentazione di questa simbologia è diffusa fra i sostenitori di gruppi e formazioni dell'estrema destra xenofoba quali Rinascita Nazionale Polacca (Nop) e Campo Radicale Nazionalista (Onr).

Ciò significa che croci uncinate, iconografia nazifascista, slogan razzisti e omofobi si mischiano spesso a simboli e immagini di partigiani e patrioti che combatterono il Terzo Reich. Un esempio ricorrente di questo cortocircuito storico è la manifestazione che si tiene ogni 11 novembre a Varsavia per celebrare l'indipendenza polacca dai russi, ottenuta nel 1918. L'anniversario dovrebbe essere un'occasione per unire il Paese, ma negli ultimi anni la destra nazionalista se ne è appropriata, nel silenzio del governo. Nell'edizione 2017, migliaia di manifestanti hanno intonato slogan razzisti, mostrato striscioni anti-rifugiati e sfilato sotto bandiere di movimenti d'estrema destra polacchi ed europei - da Jobbik a Forza Nuova - invitati per l'occasione.

Una rilettura univoca e patriottica della storia

La Polonia si è spesso considerata “il Cristo dell'Europa”, ossia una nazione il cui martirio è indispensabile per il bene delle altre nazioni. Un concetto presente negli scritti del poeta nazionale Adam Mickiewicz nel XIX secolo e che ha determinato un diffuso approccio vittimistico alla storia. Tuttavia, questa dottrina messianica prevede anche che, al termine del proprio martirio, la Polonia ritrovi la gloria perduta e diventi forte.

È su questo momento di rinascita che l'attuale governo polacco fa leva adottando una linea politica autonoma e contraria all'Ue su media,  migrazione e giustizia. In questo quadro rientra anche una rilettura univoca della storia, come dimostrato dalla controversa legge sull'Olocausto che prevedeva fino a tre anni di carcere per chiunque “attribuisse alla nazione o allo Stato polacco responsabilità o co-responsabilità in crimini nazisti”. Entrata in vigore il 1° marzo la legge è stata lievemente modificata a luglio e non prevede più la reclusione, bensì “altri strumenti per proteggere il buon nome della Polonia”.

La strategia di PiS include inoltre cospicui investimenti didattici e culturali per avvicinare i giovani al patriottismo. Dal 2016 si discute se sostituire le attuali ore di educazione civica nelle scuole con classi obbligatorie di 'Preparazione alla difesa' nelle quali verrebbe fornito addestramento paramilitare agli alunni. E già oggi 30mila studenti polacchi frequentano lezioni extra curriculari in cui ragazzi e ragazze indossano uniformi e imparano come maneggiare armi da fuoco.

Nel frattempo, a marzo del 2017, a Danzica è stato inaugurato un avveniristico museo sulla seconda guerra mondiale dopo mesi di polemiche. Il fulcro dell'esposizione, inizialmente pensata per dare una visione ampia del conflitto, è stato infatti spostato sulla Polonia durante gli eventi bellici del '39-'45. Anche Varsavia prepara un nuovo museo della storia polacca che sarà il più grande del Paese. L'apertura è prevista nel 2020 all'interno della Cittadella, una fortezza sulle rive della Vistola nella quale dal 2015 è stato spostato e aggiornato il museo di Katyń dedicato all'eccidio di 22mila polacchi per mano sovietica.

È anche attraverso la creazione di simili realtà museali che in Polonia si trasmettono alle nuove generazioni valori patriottici a lungo taciuti in nome della fratellanza socialista con Mosca, tanto è vero che fino all'89 della Rivolta di Varsavia quasi non si poteva parlare. E proprio il rifiuto di quell'ideologia è uno dei punti cardine del patriottismo incoraggiato dal governo. Da un lato, uno dei soggetti ritratti nelle t-shirt patriottiche vendute in Polonia sono i cosiddetti 'soldati maledetti', combattenti anticomunisti che collaborarono con i nazisti e che persino il premier Morawiecki ha omaggiato il 17 febbraio di quest'anno. Dall'altro, centinaia di monumenti dedicati ai 'liberatori' dell'Armata Rossa in Polonia sono abbandonati, vandalizzati o rimossi dalle autorità locali con il dibattito su queste ingombranti reliquie sovietiche riacceso da un recente reportage del Guardian. A 29 anni dalla caduta del comunismo nel Paese e a 73 dalla fine dell'occupazione nazista, la Polonia resta ostile all'ideologia di estrema sinistra, ma tollera e sottovaluta quella di estrema destra.

@LorenzoBerardi

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