A Helsinki Manfred Weber ha stravinto un confronto che non c’è mai stato. Permangono le perplessità sul suo scarso profilo politico e malgrado l’investitura a candidato di punta dei popolari, resta difficile possa ambire realmente al posto di Jean-Claude Juncker

Il candidato del PPE Manfred Weber abbraccia Angela Merkel dopo i risultati del voto.
Il candidato del PPE Manfred Weber abbraccia Angela Merkel dopo i risultati del voto. Lehtikuva/Markku Ulander via REUTERS

“Finisce tanto a poco”. Già intorno a mezzogiorno i rumours sull’esito della votazione erano impietosi nei confronti del finlandese Alex Stubb. Nessuno è rimasto stupito dunque quando Manfred Weber è stato annunciato ieri vincitore delle primarie popolari per la presidenza della Commissione europea.


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Secondo la procedura dello spitzenkandidat, introdotta nel 2014 per dare all’elettorato l’illusione di elezione diretta del vertice Ue, ogni famiglia politica europea dovrebbe esprimere un candidato che ci metta la faccia già in campagna elettorale.

A Helsinki si aspettavano solo i numeri, alquanto ingenerosi se consideriamo il pedigree dello sconfitto: 492 voti a 127, con il candidato di casa che ha solo sfiorato il 20% delle preferenze. Resta a molti analisti inspiegabile come un ex primo ministro possa essersi prestato fino in fondo a una sconfitta già annunciata contro un carneade della politica Ue.

Perché Manfred Weber non ha mai avuto incarichi di governo né di alto rango a livello europeo e persino nel suo stesso partito, la costola bavarese dei cristiano democratici, non è una figura di riferimento. Eurodeputato dal 2004, guida attualmente nell’emiciclo di Strasburgo la pattuglia popolare, la più grossa del parlamento europeo.Troppo poco per prendere il posto che l’attuale presidente Juncker lascerà vacante a novembre 2019.

Anche il suo profilo politico non brilla. Uomo di contatti più che di ingegno, vorrebbe improntare allo spirito del compromesso la propria presidenza dell’esecutivo europeo. Quello stesso compromesso che lo porta a flirtare da tempo con la destra sovranista di Salvini e che garantisce protezione al leader “illiberale” Viktor Orbán all’interno della famiglia popolare.

La due giorni di Helsinki ha sugellato una competizione che non c’è mai stata. La sfida ha avuto un solo momento di confronto diretto, abbastanza tardivo e arrivato a giochi ormai già fatti. Stubb aveva più volte avanzato una richiesta di faccia a faccia aperto in piena campagna, ma i popolari hanno preferito una narrativa di amichevole confronto in famiglia per non minare l’unità interna, già messa a dura prova dal caso Fidesz, partito ungherese di Orbán ormai mal sopportato da mezzo Ppe.

Non sono bastate al triatleta e amante dei social Stubb né la padronanza di più lingue né le esperienze di governo, caratteristiche cruciali per guidare la Commissione.Un evento che avrebbe dovuto ricalcare le primarie a stelle e strisce, si è risolto in sostanza con una serie di accordi politici nati e stretti dentro le delegazioni nazionali che compongono il Congresso. Ed è così che Weber ha vinto, alla maniera “congressuale”: sfruttando accordi e contatti.

Adesso Weber può sognare la presidenza, che resta tuttavia ancora lontana. Non tanto per il confronto con gli altri spitzenkandidaten, tra cui non c’è ancora alcuna figura capace di muovere grossi voti. Se i liberali dell’Alde nomineranno il loro candidato solo a febbraio, i socialisti schiereranno l’olandese Frans Timmermans, poliglotta vice-presidente della Commissione e i conservatori dell’Ecr il ceco Jan Zahradil, sebbene quest’ultimo partito stia affrontando un ripensamento della propria strategia imbarcando partiti di destra nazionalista come quello di Giorgia Meloni.

I sovranisti dell’Enf tra la boutade e la provocazione stanno vagliando l’ipotesi Salvini, che ha lasciato la porta aperta ma che accetterebbe eventualmente un’ipotetica candidatura soprattutto per scaldare la campagna elettorale, non essendo minimamente interessato alla presidenza della Commissione. E comunque vada alle urne, i popolari avranno bisogno di una stampella, dovendo scegliere tra il sostenere un tipo di coalizione tradizionale con liberali, socialisti allargando anche ai verdi o lasciarsi abbracciare da sovranisti e conservatori in un governo europeo di destra.

Non sono però esterne le minacce maggiori per Weber: il suo Paese d’origine influenzerà ancora una volta il suo destino politico. La sua candidatura fu fatta appoggiare ad Angela Merkel dal bavarese Horst Seehofer, in un momento in cui il ministro degli interni tedesco sembrava potesse addirittura fare le scarpe alla Cancelliera.

Ma a parte l’offuscamento dell’astro di Seehofer dopo le recenti elezioni in Baviera, il dato che cambia il quadro di insieme è proprio la decisione di Merkel di ritirarsi dalla politica nazionale. Merkel ad agosto aveva detto di preferire per la Germania una presidenza della Commissione, invece di quella della Banca centrale europea, altra carica che si libererà nel 2019. Qualora il prossimo leader cristiano-democratico non condividesse l’idea di Merkel, Weber potrebbe perdere l’appoggio prezioso del suo stesso Stato.

Se la Germania volesse fare un passo indietro con Weber, dovrebbe tuttavia affossare l’intero processo di spitzenkandidat, il quale non è previsto dai Trattati ma fu imposto 5 anni fa a un Consiglio riluttante da una all’epoca corposa maggioranza socialista, popolare e liberale in parlamento. Proprio gli Stati membri, guidati da Macron, vorrebbero riappropriarsi del diritto di nomina del presidente della Commissione e potrebbero approfittare della crisi delle famiglie politiche tradizionali.

E se lo spitzenkandidat cadesse, chi presenterebbe il Ppe al Consiglio al posto di Weber? Non più Stubb, ormai bruciato dalla pesante sconfitta di ieri che delegittimerebbe qualsiasi ripescaggio. In molti gli avevano consigliato di partecipare per ricalcare le orme dell’altro grande sconfitto cinque anni fa al congresso di Dublino, quel Michel Barnier oggi capo negoziatore sulla Brexit e in cima ai sondaggi di gradimento.

La figura probabilmente più quotata a correre per il Ppe sarebbe quella dello stesso Barnier, che per caso o per malizia ha parlato ieri sul palco del Congresso immediatamente dopo i due contendenti. A settembre Barnier aveva rinunciato a correre come spitzenkandidat per i suoi impegni sul fronte Brexit ma ha lasciato intendere di essere disponibile a guidare il partito in un secondo momento, magari a negoziati con il Regno Unito conclusi. Concludere per tempo, marzo 2019, oltre a permettergli di rientrare in corsa, varrebbe a Barnier un enorme credito politico in Consiglio europeo.

Ma un’alternativa potrebbe essere anche quella di un politico di altissimo livello, per dare un slancio a una fase che si presume di incertezza per l’Europa. Se ad oggi sembra fantapolitica, nei corridoi si continua a fare il nome della stessa Angela Merkel, che potrebbe decidere di mollare un incarico zoppo da Cancelliera senza poteri per essere tentata da una nuova vita politica in campo internazionale. E con un incarico di prestigio.

@gerardofortuna

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