eastwest challenge banner leaderboard

Se Alfano sull'Ucraina non pronuncia la parola guerra

L’Italia assume la presidenza dell’Osce e indica come priorità l’Ucraina. Ma il ministro tenta un difficile equilibrismo, in bilico tra sanzioni e affari con la Russia. Come il resto della Ue. Anche se la tregua nel devastato Donbass è una guerra di trincea che continua a uccidere

REUTERS/Gleb Garanich
REUTERS/Gleb Garanich

Il discorso del ministro degli Esteri Angelino Alfano nel momento di assumere la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa ha certamente segnato una nota positiva: il fatto di aver messo in cima alle priorità l’Ucraina. Ma potrebbe essere l’unica.

Alfano nel suo discorso ha citato il Paese quattro volte, parlando sempre di “crisi ucraina”. Non una sola volta la parola “guerra” è fuoriuscita dalle labbra del ministro italiano, che ha messo in guardia contro il rischio di “escalation della crisi”.

Il termine “conflitto” ha fatto capolino solo una volta, appena archiviato il capitolo Ucraina, per parlare di Transnistria e Nagorno Karabakh. Eppure, nella copiosa produzione di documenti dell’Osce sull’Ucraina, le parole “guerra” e “conflitto” non sono un tabù.

Alfano soppesa attentamente le parole. Declassare la guerra in Donbass a “crisi” non farà probabilmente storcere il naso al partner russo, che dal ministro degli Esteri italiano incassa un altro assist quando afferma che il processo di pace è messo a repentaglio da “provocazioni reciproche” delle parti. Sarà anche vero, ma sottolinearlo evitando di dire che stiamo parlando di territorio ucraino impone un chiaro assetto al programma.

E su tutto pesa un’assenza ingombrante: la Crimea.

Una crisi che uccide

Nel frattempo, la “crisi” ucraina continua a uccidere. A uccidere soldati che tutti chiamano “caduti in guerra”. Sei dall’inizio dell’anno, almeno dalla parte governativa. Non è dato sapere di vittime dall’altra parte del fronte. La tregua entrata in vigore il 15 febbraio 2015 ha congelato la situazione sul campo, trasformando una guerra di conquista in una estenuante guerra di trincea. A quasi tre anni di distanza, gli scambi di fuoco con armi leggere sono all’ordine del giorno e anche l’uso dell’artiglieria – proibita dagli accordi che hanno creato una fascia demilitarizzata di 15 chilometri, è tutt’altro che raro.

Il processo di pace, avviato a Minsk, si è trasformato in un pantano in cui l’Ucraina si è trovata invischiata a causa della propria posizione di debolezza sia sul campo militare che su quello internazionale. Una serie di clausole scritte per fermare la guerra quando era al suo apice e che non tengono conto di una quantità di elementi divenuti chiari come il sole con il tempo, come l’impiego di militari sotto copertura, la fornitura segreta di armi ai separatisti e l’incarcerazione di cittadini ucraini sequestrati in Crimea e in Donbass.

Tempo che ha ridotto il Donbass in un territorio impoverito, spopolato, devastato dalla guerra e che nessuno vuole più accollarsi. Non solo la Russia ha perso il suo interesse per la Novorossiya, ma anche l’Ucraina non è più così disposta a sprecare vite e risorse per riconquistare il controllo su quel territorio.

Ripartire dall’Osce

E il piano di Alfano riparte proprio da Minsk. Va detto che è una visione condivisa a livello europeo. Una visione in bilico tra il regime delle sanzioni da una parte e la voglia di continuare a fare affari con la Russia dall’altra. In questo, la linea tracciata da Alfano sembra in linea con la politica finora portata avanti sia dall’Unione europea (pensiamo al basso profilo mantenuto da Federica Mogherini sull’Ucraina), sia dai principali Paesi europei. Questi ultimi – Germania e Francia – componenti del cosiddetto Formato Normandia, motore degli accordi di Minsk.

L’Osce, dal canto suo, è membro del Gruppo trilaterale di contatto, l’altra anima di Minsk. È chiaro quindi come il ruolo dell’organizzazione – e di conseguenza, della presidenza di turno – nell’attuazione degli accordi sia di primo piano.

Ma è soprattutto sul campo che l’Osce può dare il suo apporto più concreto. E su questo Alfano non ha usato mezzi termini: la missione speciale di monitoraggio, che vigila sulla tenuta della tregua, e che troppo spesso non è messa in condizioni di svolgere il proprio compito, è il punto da cui partire. Nessuna apertura, quindi, all’invio di caschi blu.

Il prossimo passo di Alfano sarà una visita in Ucraina e in Russia dal 30 gennaio. Forse l’occasione migliore per capire in che direzione andrà.

@daniloeliatweet

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA