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La conferma di Zeman a Praga rilancia la sfida di Visegrad alla Ue

La vittoria del filorusso Zeman contro l’europeista Drahoš nel ballottaggio delle presidenziali aumenta le chance del tycoon Andrej Babiš di formare un governo. E dà più compattezza all’alleanza con Ungheria, Polonia e Slovacchia nello scontro con Bruxelles

Una donna passa davanti a un manifesto elettorale di Milos Zeman danneggiato in vista del ballottaggio delle presidenziali a Praga. Il poster recita: "Ferma i migranti e Drahos. Questa è la nostra terra! Vota Zeman! '. REUTERS/David W Cerny
Una donna passa davanti a un manifesto elettorale di Milos Zeman danneggiato in vista del ballottaggio delle presidenziali a Praga. Il poster recita: "Ferma i migranti e Drahos. Questa è la nostra terra! Vota Zeman! '. REUTERS/David W Cerny

Venerdì 26 e sabato 27 gennaio si è tenuto il secondo turno delle presidenziali in Repubblica Ceca, caratterizzato da un’affluenza alta per gli standard cechi (oltre il 66%). Al ballottaggio il presidente uscente Miloš Zeman ha battuto il candidato indipendente Jiří Drahoš con poco meno del 52% dei voti.

Due settimane prima, Zeman e Drahoš avevano ottenuto, rispettivamente, il 38.6% e il 26.6% dei voti. A Drahoš non è bastato il sostegno dei quattro candidati sconfitti al primo turno, che avevano invitato il proprio elettorato a convergere su di lui. Considerati i profili dei due sfidanti, la tornata elettorale ha rappresentato anche un voto sull’Unione Europea.

Di formazione chimico, Jiří Drahoš è stato presidente dell’Accademia delle Scienze dal 2009 al 2017. Aveva sostenuto la necessità di ripristinare “l’autorità morale” della carica di presidente, bollando Zeman come un “simbolo di divisione”. In campagna elettorale, aveva denunciato una campagna diffamatoria nei suoi confronti, architettata per presentarlo come «pedofilo, pro-immigrazione, ex-agente segreto comunista». Vari opinionisti lo avevano accostato al presidente austriaco Alexander Van der Bellen, essendo entrambi due outsider ritenuti capaci di aggregare quell’elettorato progressista e liberale che non si ritrova nella linea euroscettica e nazionalista in voga nella regione.

Una linea sposata in pieno, invece, da Miloš Zeman, già premier tra il 1998 e il 2002. Rinnegando un passato da socialdemocratico favorevole ad una federazione europea, il grande Vecchio della politica ceca si è gradualmente spinto verso posizioni oltranziste. Notoriamente vicino al Cremlino, Zeman ha inoltre più volte criticato le sanzioni UE a Mosca e proposto di indire referenda sulla permanenza in Ue e Nato della repubblica post-comunista.

Come è costume nelle repubbliche parlamentari, il presidente non gode di poteri effettivi, ma ha un’importante funzione simbolica. Una funzione che Zeman, dalla sua elezione nel 2013, ha impiegato per propagare visioni  euroscettiche ed islamofobe. Nonostante in Repubblica Ceca, come nel resto dell’Europa Centrale, le comunità musulmane siano pressoché inesistenti, il presidente si è distinto per le numerose dichiarazioni contro Islam e rifugiati, parlando di “invasione organizzata”, di “pericolo di imposizione della shari’a” e sostenendo l’impossibilità di integrare i rifugiati musulmani. Va notato, tuttavia, che anche Drahoš - pur con toni diversi - si era detto contrario al sistema delle quote di redistribuzione dei rifugiati, dimostrando come anche il Paese più ateo d’Europa rimanga sensibile alle questioni identitarie. 

Visti gli importanti dossier sulla scrivania del presidente, queste elezioni hanno tenuto con il fiato sospeso sia Praga che i suoi alleati.

In politica interna, la questione più spinosa è il futuro del neo-eletto premier Andrej Babiš, secondo uomo più ricco del Paese. Il tycoon, premiato dal 30% degli elettori lo scorso ottobre, ha fallito i tentativi di formare un governo di maggioranza prima, ed un esecutivo di minoranza in seguito, riuscendo a strappare solo collaborazioni ad hoc ai due partiti più estremisti, il Partito Comunista e la destra xenofoba del ceco-giapponese Tomio Okamura. Oltre a negargli la fiducia, il parlamento ha anche privato Babiš dell’immunità parlamentare, rendendolo potenzialmente condannabile per vicende oscure legate a dei fondi Ue ricevuti da una delle sue aziende. Con una Camera Bassa più frammentata che mai (nove gruppi parlamentari, rispetto ai sette e ai cinque delle due precedenti legislature) e pullulante di partiti anti-sistema, il presidente gioca un ruolo decisivo. Stando alle precedenti dichiarazioni, Zeman dovrebbe accordare a Babiš un secondo mandato, trasmettendo alle Camere il suo chiaro supporto al premier ed invitandole a trovare l’accordo su un nuovo esecutivo.

In politica estera, gli occhi sono puntati sulla coesione del gruppo Visegrád. Come confermato recentemente dal premier slovacco Robert Fico, i leader dell’Europa Centrale cercano strenuamente di presentarsi uniti nella loro ribellione alle politiche comunitarie, sebbene tra loro esistano ampie divergenze (quale rapporto tenere con Mosca, per esempio). Se finora Bratislava e Praga hanno optato per un basso profilo rispetto alla linea dura di Jarosław Kaczyński e Viktor Orbán, timorosi di perdere quegli aiuti finanziari che stanno assicurando alla regione tassi di crescita tra i più alti dell’EU-28, il ticket Zeman-Babiš potrebbe portare ad un’esacerbazione dei toni verso Bruxelles, che puntava molto sull’elezione dell’accademico per sfaldare la compattezza del V4.

Il successo di Zeman conferma una tradizione della politica ceca. Dall’1993, anno in cui Repubblica Ceca e Slovacchia si separavano consensualmente (un divorzio meno popolare di quanto solitamente raccontato), tutte le tre personalità che hanno conquistato il Castello di Praga hanno ricoperto la carica per due mandati consecutivi. Prima dell’attuale presidente, il celeberrimo dissidente Vaclav Havel e Vaclav Haus.  

@SimoMago

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