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A Praga 50 anni dopo scopriamo la nostra Primavera sessantottina

Nella notte del 20-21 agosto 1968, i soldati del Patto di Varsavia stroncarono l’eresia di Dubcek. «Per anni il trauma dell’invasione ha dominato la nostra memoria e abbiamo raccontato la Primavera come un esperimento comunista,» dice Jiri Pehe, già consigliere di Havel. «Ora capiamo che fu un grande risveglio civile, simile al 68’ parigino»

Cittadini di Praga sopra un carro armato sovietico che avanza per Piazza Venceslao nel centro della città durante il primo giorno di invasione della Cecoslovacchia il 21 agosto 1968. Il cartello dice: "Entrata vietata al personale non autorizzato". REUTERS / Libor Hajsky (
Cittadini di Praga sopra un carro armato sovietico che avanza per Piazza Venceslao nel centro della città durante il primo giorno di invasione della Cecoslovacchia il 21 agosto 1968. Il cartello dice: "Entrata vietata al personale non autorizzato". REUTERS / Libor Hajsky (

Le frontiere furono violate nella notte tra il 20 e il 21 agosto di mezzo secolo fa. Più di duecentomila militari del Patto di Varsavia, sotto il comando dell’Armata Rossa, occuparono il Paese eretico: la Cecoslovacchia della Primavera di Praga. Così è noto il periodo di risveglio politico e culturale apertosi all’inizio del 1968 con l’ascesa al potere di Alexander Dubcek, uno strano comunista slovacco che sorrideva a tutti e aveva la faccia da uomo buono e timido.

Dubcek prese il posto di Antonin Novotny, un conservatore molto duro. La sua caduta diede speranza all’ala liberale del partito e al mondo della cultura che viveva già un periodo di fermento. I comunisti meno dogmatici, gli scrittori, i giornalisti, i registi: tutti chiedevano aperture e rinnovamento, tutti pretendevano una rottura netta e chiara con l’epoca Novotny.

Dubcek non era per natura un vero riformista e all’inizio voleva fare le cose con molta cautela. Ma, per via delle pressioni dal basso e di una serie di coincidenze, spinse il piede sull’acceleratore. Abolì la censura, permise di viaggiare all’estero e promise grandi riforme, menzionando anche la possibilità di avere un sistema multipartitico. Per i sovietici era davvero troppo. Un’eresia. Pertanto invasero la Cecoslovacchia, imponendo l’occupazione e facendo pulizia nel partito, nei giornali, nei teatri e ovunque il seme della Primavera di Praga si fosse depositato.

Sono passati cinquant’anni da quegli eventi e abbiamo chiesto al professor Jiri Pehe, politologo, rettore dell’università americana di Praga, esule negli anni ’80 e consigliere politico di Vaclav Havel dopo il 1989 di spiegarci come oggi vengono visti nel suo Paese, la Repubblica Ceca.

Professor Pehe, si dà più risalto all’invasione decisa dai sovietici o al fermento culturale e politico che la Primavera di Praga scatenò?

«Fino a dieci o quindici anni fa l’attenzione cadeva soprattutto sull’invasione, per via del trauma nazionale che ne derivò e delle purghe che seguirono. Parallelamente, era ancora molto diffuso il pregiudizio secondo cui la Primavera di Praga non fu che un esperimento guidato dal Partito comunista, interno al mondo comunista. In realtà fu ben di più. Fu un grande risveglio civile, una lotta per l’affermazione dei diritti umani.

Oggi finalmente si guarda con la dovuta attenzione a questi fattori, all’esplosione di energia positiva, alle conseguenze dell’abolizione della censura per la stampa e alle innovazioni che si registrarono nel cinema, nel teatro e in altri ambiti della cultura. Innovazioni che, oserei dire, restano a oggi ineguagliate. Questo spirito di libertà può essere persino comparato con i ’68 di Parigi, Berlino e degli Stati Uniti. E in effetti c’è chi tende a collocare la Primavera di Praga nel contesto complessivo del ’68».

Lei è stato consigliere di Vaclav Havel, un gigante della libertà. Ce la vide, la libertà, nella Primavera di Praga?

«Sicuramente Havel fu ispirato dal 1968, perché la società civile in quei mesi si collocò al centro della scena e lui, come noto, è sempre stato convinto che la società civile debba giocare un ruolo cruciale e molto attivo nel contesto sociale e politico. Però non ha mai creduto che la Primavera di Praga potesse rappresentare una “terza via”, favorendo la nascita di un modello che potesse coniugare socialismo e capitalismo, restando sempre nel campo socialista. Questa era la tesi dello scrittore Milan Kundera, per esempio, con cui nei mesi successivi all’invasione dell’agosto ’68 Havel ebbe un famoso confronto intellettuale, apparso sui giornali. Kundera pubblicò un articolo sostenendo che la Primavera di Praga fosse stata una forma nuova e avanzatissima di socialismo. Havel gli rispose con un altro articolo, in cui riconosceva che la Primavera di Praga era sì stata una grande occasione, ma non perché aveva rielaborato i codici del socialismo. Per Havel, piuttosto, aveva spinto la Cecoslovacchia a guardare oltre, all’unico modello cui si poteva tendere: la democrazia liberale».

Dimenticare o valorizzare la Primavera di Praga? Che pensano, intimamente, i suoi reduci?

«Chi credette nella Primavera di Praga alterna memorie eccitanti a memorie tragiche. Fu un momento di grandi speranze, ma furono annientate dai carri armati sovietici. Per questo motivo molta di quella gente vuole dimenticare quel periodo, per via della frustrazione finale, e crede che la lezione da trarne oggi sia che non bisogna avere aspettative troppo alte perché, se disattese, la delusione potrebbe essere ancora più cocente».

Dopo l’invasione venne la “normalizzazione”, ovvero il ritorno all’ortodossia comunista. Che periodo fu quello?

«Henrich Böll, lo scrittore tedesco premio Nobel per la letteratura, visitò la Cecoslovacchia nel 1971. Era tornata la censura e aveva colpito i giornali, i teatri e gli studi cinematografici. Böll descrisse la Cecoslovacchia come un cimitero dello spirito. E aveva ragione».

Che tipo era Dubcek?

«Dubcek fu un eroe improbabile. Non era un grande oratore, era timido, sorrideva e non si presentava al pubblico come il tipico funzionario comunista che parla per cliché. Tutto questo lo fece apparire molto umano. E per la gente, in quei mesi, fu davvero importante avere un leader del genere. Divenne una figura pop, in un certo senso, e giocò un ruolo importante in quel processo chiamato Primavera di Praga».

Il vero eroe della Primavera di Praga fu però Jan Palach…

«In realtà la figura di Palach non è legata alla Primavera di Praga, ma a ciò che venne dopo. La sua auto-immolazione fu un gesto di protesta nei confronti di tutta la nazione. Era deluso per il fatto che molte persone, dopo l’invasione, tornarono subito a collaborare con il regime, dimenticando gli ideali della Primavera di Praga e accettando l’invasione. Questo fu il suo messaggio. Un messaggio per la vita. “Abbiamo avuto una grande opportunità per migliorare la nostra vita, ma è sfiorita, e con il mio gesto – pensò Palach – voglio fare un ultimo tentativo per risvegliare la nazione”».

Lei era molto giovane al tempo della Primavera di Praga. Quali sono i suoi ricordi personali?

«Avevo tredici anni, e ho memoria dell’atmosfera carica di speranza, del momento eccitante che tutti i nostri genitori vissero. Erano galvanizzati perché erano al centro del mondo e perché potevano fare cose che prima erano proibite, ad esempio viaggiare, leggere giornali che uscivano senza il vaglio della censura, scoprire i crimini commessi dal regime negli anni cinquanta, avere informazioni sui processi farsa con cui tante persone furono ingiustamente condannate. Si potevano fare cose che prima del ’68 erano impensabili ed è difficile credere che tutto questo accadde in soli sette mesi, quelli trascorsi dall’ascesa di Dubcek all’invasione.

Io, però, la mia Primavera di Praga l’ho vissuta dopo, nella biblioteca di mio zio. Era un giornalista e aveva conservato un sacco di giornali e di riviste uscite in quei mesi del ’68 senza più il vaglio della censura. Tra i quindici e i diciannove anni passai molto tempo a leggerli e capii che tipo di incredibile movimento culturale e intellettuale che la Primavera di Praga mise in moto».

@mat_tacconi

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