Italia e Grecia sono gli unici Paesi europei in cui non esiste un reddito minimo garantito. Il M5S propone un modello simile a quello dell’Hartz IV, non privo di rischi. Legati alla pressione sui conti del welfare. E al grande potere affidato alla macchina burocratica

Il logo Agenzia nazionale tedesca per l'occupazione sulla vetrata di una sede.  REUTERS/Vincent Kessler
Il logo Agenzia nazionale tedesca per l'occupazione sulla vetrata di una sede. REUTERS/Vincent Kessler

Il cosiddetto reddito di cittadinanza proposto in Italia dal M5s rientra in realtà nello schema dei redditi minimi garantiti: un sussidio contro la povertà dedicato a chi è disoccupato, inoccupato o, comunque, senza un sostentamento sufficiente. Nell’eurozona, l’Italia e la Grecia sono i soli due Paesi a non prevederlo a tempo indeterminato. Anomalia che salta all’occhio, tanto è vero che pochi mesi fa, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che caldeggia l’attivazione di un adeguato reddito contro la povertà in tutti gli Stati membri.


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Dal punto di vista italiano, gli esempi degli altri partner europei sono utili per comprendere come la qualità di un simile sistema dipenda molto dalla sua effettiva programmazione, applicazione e declinazione. Un confronto con la realtà tedesca, ad esempio, può essere molto interessante.

La Germania dell’Hartz IV

Nei primi anni 2000, la riforma Hartz IV è stato l’atto simbolico che ha aperto la strada all’Agenda 2010, una strutturale rimodulazione e liberalizzazione del mercato del lavoro e del welfare tedeschi.

L’Hartz IV - per la precisione il sussidio Alg II - è un reddito di disoccupazione a tempo indeterminato per combattere la povertà delle famiglie. Il reddito subentra al termine del normale sussidio di disoccupazione o viene elargito a chi non sia mai entrato realmente nel mondo del lavoro. Si tratta di circa 800 euro mensili per un single, la metà dei quali da utilizzare per l’affitto di un alloggio a basso costo. La cifra, ovviamente, aumenta in modo progressivo-cumulativo in base alla grandezza dei nuclei familiari dei beneficiari.

Il sussidio viene distribuito tramite una capillare rete di Jobcenter, che fanno riferimento al Bundesagentur für Arbeit, l’agenzia governativa per il lavoro. I Jobcenter si occupano di controllare, spesso con estrema attenzione al dettaglio, i profili economici e personali di chi chiede il sussidio e, al tempo stesso, hanno lo scopo di far rispettare il principio del “sostegno a patto di impegno”, secondo cui chi riceve il sussidio deve fare tutto il possibile per uscire dalla propria condizione.

Se la fase di controllo permette al Jobcenter di raccogliere un numero notevole di informazioni sulla vita privata del cittadino, il “sostegno a patto di impegno” richiede al beneficiario del sussidio di rispettare sempre le convocazioni dell’Agentur, seguire corsi di formazione e riqualificazione professionale pagati dal Jobcenter, mandare un certo numero mensile di candidature a posizioni lavorative aperte, accettare le offerte di lavoro che vengono proposte dopo un certo periodo ed, eventualmente, svolgere mansioni lavorative restando all’interno del quadro dell’assistenza statale tramite i cosiddetti minijob e 1-euro-job.

Al momento, se si contano anche i minori che ne beneficiano tramite la famiglia, in Germania ci sono oltre cinque milioni di persone che vivono grazie a sussidio AlgII. Di questi, circa un quinto sono cittadini stranieri residenti in Germania. Dalla sua creazione a oggi, il sussidio minimo garantito è stato distribuito a un totale di 15 milioni di tedeschi in 15 anni.

I risultati complessivi della riforma Hartz IV sono ambivalenti e molto eterogenei. Il meccanismo funziona molto bene se utilizzato per un periodo determinato, ad esempio per i giovani che vogliano lasciare la casa dei genitori senza avere ancora un lavoro, chi voglia iniziare un’attività da libero professionista o chi abbia bisogno di ripartire dopo un momento di difficoltà economica e sociale. Anche le possibilità di formazione e riqualificazione professionale possono raggiungere livelli di eccellenza nel sostegno al cittadino, soprattutto nel loro sincronismo con l’effettivo andamento del mercato del lavoro.

Dall’altro lato, il sistema è sempre più spesso accusato di applicare politiche arbitrarie e di imprigionare centinaia di migliaia di cittadini in un limbo burocratico di povertà istituzionalizzata, da cui diventa difficile distaccarsi e al cui orizzonte non c’è una reale autovalorizzazione lavorativa, in un vortice di minima sopravvivenza e vergogna sociale.

Nelle periferie dei grandi centri urbani o nelle aree più abbandonate della Germania, l’Hartz IV è da tempo l’emblema di un disagio tanto profondo quanto controllato e sedato da uno Stato sociale che riproduce in continuazione le proprie stesse storture. Questo vale soprattutto per alcune zone dell’ex Germania dell’est, dove alla de-industrializzazione post Ddr si è risposto con la massiccia distribuzione territoriale del welfare, senza particolari piani di riqualificazione locale.

Un confronto tra potenziale modello italiano e sussidio tedesco

Il modello di reddito minimo garantito ipotizzato dal M5S non è sostanzialmente molto dissimile da quello tedesco. Simile è la quantità di reddito, simile è il tempo indeterminato del sussidio, simile è il principio di “sostegno a patto d’impegno”, simile è l’idea di accompagnare i cittadini in un percorso professionale, simile è la richiesta di dimostrare la ricerca attiva di lavoro, simile è la formula dell'accettazione delle posizioni offerte dal centro per l’impiego.

Ovviamente, essendo una proposta nuova, allo schema del M5S mancano ancora le practices più ruvide del meccanismo, che anche in Germania sono state inserite nel tempo, alla prova dei fatti, come nel caso delle sanzioni amministrative e penali per chi non rispetti le regole del sussidio, l’implementazione di sistemi di controllo sempre più invasivi per garantire il rispetto della legalità, l’introduzione di misure punitive per scoraggiare truffe e irregolarità (anche quelle di lieve entità).

Non solo: oggi alcuni degli aspetti più criticati del sistema tedesco Hartz IV sono il frutto della pressione che i Jobcenter hanno ricevuto e ricevono per far quadrare i conti del welfare e sfoltire il numero di persone che beneficiano del sussidio, secondo una logica matematica poco incline al compromesso. Spesso in Germania si discute di come gli impiegati dei Jobcenter siano talvolta portati a utilizzare tutte le possibili tecniche di scoraggiamento per far desistere un cittadino dalla richiesta del sussidio o dal suo mantenimento.

Situazioni che dimostrano come la Germania, malgrado una crescita economica esponenziale e una religione del pareggio di bilancio, sia ugualmente inserita nella razionalità ultra-competitiva del mercato globale e scelga di limitare continuamente le spese derivanti dal reddito minimo garantito.

Che conseguenze avrebbe, quindi, una simile pressione dei conti su un eventuale sistema di reddito minimo garantito all’italiana?

La domanda è gravida di conseguenze, visto che nel caso italiano non ci si può nemmeno poggiare su un’economia in crescita o sui conti in ordine. Non a caso, in Italia si sta discutendo molto dell’effettiva copertura finanziaria per la partenza di un progetto di reddito minimo, soprattutto considerando quello che è un ecosistema internazionale del debito - che non è uno degli elementi dello scenario, ma è lo scenario stesso, lo spazio in cui tutto è destinato ad accadere -. Il debito pubblico italiano è assestato intorno al 130% del PIL e non rende facili manovre economiche espansive. Questo non significa che siano impossibili, ma per farle sono necessarie particolari intelligenza politica e capacità di governance.

Oltre alla fattibilità iniziale dell’introduzione di un reddito minimo garantito in Italia, va poi considerata la sua sostenibilità su lunga durata. Il pericolo è che, se non si saprà trovare una qualche formula efficace per gestire il fronte della spesa pubblica, si finisca per controbilanciare l’eventuale spesa per il reddito minimo con crescenti tagli di altri segmenti meno visibili dello stato sociale, come le infrastrutture o i servizi. Questa evoluzione potrebbe anche intaccare, più o meno indirettamente, il nucleo che distingue il profilo economico-sociale italiano da quello tedesco, vale a dire il patrimonio privato delle famiglie. Un patrimonio, mobiliare e immobiliare, che nella Germania del welfare iper-statale è più ridotto, mentre in Italia, invece, è la base storica di un welfare alternativo a quello pubblico.

Il particolare aspetto dei risparmi delle famiglie italiane, anche quelle a rischio povertà, è chiaramente noto a chi ha formulato le proposte del M5s per il reddito minimo garantito. Infatti, se in Germania e in diversi altri Paesi europei il patrimonio di mobili e immobili è una discriminante primaria per l’assegnazione dei sussidi, sembra che nella proposta italiana ci sia molta più cautela in questa direzione, a dimostrazione del fatto che le specificità italiane richiedano una certa attenzione e un’analisi non superficiale del tessuto socio-economico del Paese.

Il reddito minimo ha bisogno di una macchina burocratica

Quanto detto e analizzato fin qui, porta a un’altra constatazione cruciale, stranamente trascurata in questi giorni di dibattito post-elettorale sul reddito minimo garantito. Se l’eventuale attivazione di una riforma spetta a una per niente scontata scelta politica, la sua attuazione pratica sarebbe compito del sistema burocratico. Sia l’esempio tedesco, sia l’ipotesi italiana dimostrano come una rete generalizzata di sussidi debba contare sull’efficienza di una burocrazia di Stato di grandi dimensioni, la cui missione sarebbe un preciso e bilanciato intreccio di controlli, analisi, valutazioni, studio delle tendenze produttive, coaching professionale, intermediazione con le imprese, servizi al cittadino.

Non si tratta solo di una responsabilità considerevole ma anche di un potere diffuso e decisivo, che partirebbe dai più alti ranghi della struttura burocratica e giungerebbe al singolo impiegato di ogni ufficio locale.

Se mai in Italia ci sarà un’evoluzione del welfare verso il reddito minimo garantito, ci si dovrà anche interrogare sull'ideologia portante, sull'omogeneità territoriale, sulla trasparenza, sull’affidabilità, sulle metodologie, sull’equilibrio, sull’efficienza e sulle concrete potenzialità della macchina burocratica incaricata di materializzare una riforma così complessa.

@lorenzomonfreg

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