A Londra il reclamizzato uomo nuovo ha aggirato i dossier scottanti portando affari per l'industria della difesa e la City. Il principe cerca investitori per la sua Vision 2030, da cui dipende il suo futuro e quello del Regno. Non sarà facile trovarli, neanche nell’imminente viaggio americano

La regina Elisabetta saluta Mohammed bin Salman il principe ereditario dell'Arabia Saudita, durante un'udienza privata a Buckingham Palace a Londra. REUTERS/Dominic Lipinski/Pool
La regina Elisabetta saluta Mohammed bin Salman il principe ereditario dell'Arabia Saudita, durante un'udienza privata a Buckingham Palace a Londra. REUTERS/Dominic Lipinski/Pool

Londra - La prima visita ufficiale nel Regno Unito del 32enne Mohammed bin Salman, principe ereditario saudita, è stata facilitata da una campagna pubblicitaria lampo, con cartelloni, passaggi televisivi, manifesti sulle fiancate dei taxi.


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Gli slogan: “Sta cambiando l’Arabia Saudita”; “Dà potere alle donne saudite”; “Sta creando una nuova, vibrante Arabia Saudita”. Infine, l’immagine più forte: le bandiere dei due Paesi intrecciate dal claim “Regni Uniti”.

Una “charme offensive”, un’opera di seduzione mediatica, il tentativo di presentare il giovane principe come il leader di un Paese finalmente capace di rinnovarsi, avviato sulla strada delle riforme e moderatamente aperto ai valori occidentali. Solo che, lo ha scoperto il Financial Times, la campagna è sponsorizzata dall’Arabian Enterprise Incubators, società di consulenza fondata da un ex dipendente di Bae Systems, la multinazionale britannica della Sicurezza di cui il regno saudita è uno dei maggiori clienti.

Il rapporto fra Arabia Saudita e Regno Unito è tutto fondato su questo intreccio complesso di reciproci interessi economici e geopolitici che, per il momento, superano gli ostacoli culturali.

In nome della ragion di stato Bin Salman alla fine della scorsa settimana è stato accolto con tutti gli onori: ha pranzato con la Regina, si è intrattenuto in un lungo, cordiale colloquio con Theresa May a Downing Street, ha incontrato l’Arcivescovo di Canterbury.

Con la May avrebbe siglato accordi commerciali e di investimento per circa 65 miliardi di sterline: una boccata d’aria per l’economia del Regno Unito alla vigilia di Brexit.

Rapporti cordiali, interessi intrecciati: premesse favorevoli per la scelta del London Stock Exchange per la quotazione in borsa del 5% di Saudi Aramco, la più grande compagnia petrolifera al mondo. Un’operazione gigantesca, che fa gola alla City - ma il principe non ha ancora sciolto la riserva e fra i competitori ci sono anche New York, Shangai e Hong Kong.

C’è poi una chiave più complessa e a lungo termine per questa charme offensive.

Il principe è salito al potere in modo rapido e inaspettato e si è mosso con decisione, velocità e spregiudicatezza. Ha introdotto alcune riforme sociali: l’apertura di cinema e il permesso di tenere concerti; limiti allo strapotere della polizia religiosa; per le donne, il permesso di guidare, la liberazione dall’obbligo di essere sempre accompagnate da un tutore maschio. Ma si è anche liberato con spietatezza degli avversari interni, dentro e fuori la famiglia reale: ha gestito personalmente l’intervento saudita in Yemen e ha aumentato la stretta repressiva sul dissenso, con un aumento delle esecuzioni. La giustificazione agli occhi dell’Occidente è una rinnovata determinazione a combattere il terrorismo islamico, i suoi propagatori e i suoi canali di finanziamento. Tutte politiche volte a rassicurare gli alleati occidentali sul fatto che il regno saudita, loro principale alleato nell’area, ha una leadership forte che può assicurarne la stabilità.

Di fatto, però, bin Salman ha bisogno di alleati esterni per conservare il potere nel suo Paese in un momento di crisi economica e politica. Limitate riforme sono necessarie per contenere il malcontento di una popolazione giovane, a cui la crisi economica che ha colpito il Paese non può garantire il benessere assicurato alle generazioni precedenti.

Il principe punta a traghettare il Regno nell’epoca post- petrolio, diversificando l’economia e aprendola ai partner stranieri, come prospettato nella sua ambiziosa Vision 2030. Scenario possibile solo se riuscirà ad essere credibile nel rinnovare il proprio Paese, tanto da creare le condizioni di efficienza e competitività che lo renderebbero appetibile ad investitori privati. Fra cui, naturalmente, quelli britannici.

L’attuale governo britannico, così come molti settori produttivi del Paese, ha tutto l’interesse a sostenere le ambizioni del giovane principe. Storicamente, Londra è la capitale occidentale preferita da uomini d’affari e membri della famiglia reale saudita, che qui, protetti dalla discrezione britannica, hanno la libertà di praticare stili di vita molto più spregiudicati da quelli consentiti a Riyadh.

Ma una larga parte dell’opinione pubblica britannica è contraria, per ragioni etiche, a questo matrimonio d’interesse, in particolare per quanto riguarda la vendita di armi, know how e tecnologie di sorveglianza ai sauditi. A protestare contro la visita di bin Salman, davanti al Parlamento e a Downing Street, erano poche centinaia di dimostranti: ma sono l’avamposto di un malcontento più ampio, capitalizzato da Jeremy Corbyn che alla Camera dei Comuni ha accusato il governo di essere in parte responsabile della strage di civili in Yemen, citando la presenza di militari britannici a fianco dei sauditi.

Accuse che la May ha respinto come false. Ha parlato però di un “consolidato rapporto con l’Arabia saudita nel supporto del rispetto delle leggi umanitarie internazionali e nell’addestramento di truppe”. Intanto, durante la visita ufficiale è stato firmato l’accordo per una fornitura di 48 jet Thypoon ai sauditi, affare da 4.6 miliardi di sterline.

E resta l’elefante nella stanza: il tema del finanziamento saudita agli estremisti islamici nel Regno Unito. Diversi analisti concordano nel riconoscere a bin Salman una rinnovata determinazione nello sradicare l’estremismo e il terrorismo nel proprio Paese. Ma dal 2017, un rapporto governativo proprio sui canali di finanziamento da Riyadh al Regno Unito giace nei cassetti del Ministero dell’Interno britannico. Ne è stata diffusa solo una sintesi, incompleta e parziale. Non può essere reso noto per ragioni di “sicurezza nazionale”, è la sconcertante versione del titolare del dicastero Amber Rudd.

Passioni ancora più forti attendono il principe nella prossima, cruciale tappa a ovest. Bin Salman sbarcherà negli Stati Uniti il 19 marzo, ma già oggi il New York Times lo accoglie con un devastante ritratto-inchiesta. Ed è vero che con la Casa Bianca l'erede al trono dei Saud ha trovato una perfetta intesa attorno alla comune, aggressiva linea anti-iraniana, ma il suo interlocutore diretto, Jared Kushner, genero del presidente Trump, sembra ormai caduto in disgrazia.

 @permorgana

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