Brexit, così il Regno Unito rischia di andare a pezzi

May è pronta a volare a Bruxelles per chiudere l’accordo. Ma i voti per farlo passare a Londra non ci sono. In caso di no deal, a Belfast un’inedita alleanza anti-Brexit è pronta allo strappo per evitare il ritorno del confine tra le Irlande.  E anche scozzesi e gallesi sono sul piede di guerra 

Manifestanti anti Brexit a Londra. REUTERS/Henry Nicholls
Manifestanti anti Brexit a Londra. REUTERS/Henry Nicholls

Londra - La minaccia che arriva dalla Camera dei Comuni per ora si è allontanata. Malgrado la spinta del leader dei brexiteer duri e puri Jacob Rees-Mogg, le lettere che potevano portare a un voto di sfiducia nei confronti di Theresa May si sono fermate lontano da quota 48, soglia richiesta per provare a far cadere il premier. Così dopo aver ottenuto il via libera da un governo spaccato, il primo ministro si prepara a volare a Bruxelles per superare l’ultimo scoglio – il veto minacciato da Madrid in assenza di un accordo su Gibilterra - e tentare di concludere l’accordo prima del vertice europeo di domenica.

Ma i voti necessari per farlo poi passare a Westminster oggi non ci sono. E in caso di no deal, il Regno rischia di andare a pezzi, di fronte alle sfide che arrivano da Scozia, Galles e soprattutto dall’Irlanda del Nord: questione centrale, onnipresente nel confronto sulla Brexit e a lungo sottovalutata.

Il principale errore negoziale del governo May è stato proprio impostare e a lungo condurre i negoziati come se quella questione non fosse cruciale. Nel suo primo discorso sulla Brexit, ancora prima di invocare l’art 50 e dare il via a un processo per cui il Regno Unito era completamente impreparato, la May ha indicato l’uscita da unione doganale e mercato europeo come le sue red lines, da non varcare: posizione forse necessaria a mettere a tacere i malumori nella pancia Tory, ma rivelatasi disastrosa in seguito. Perché insostenibile proprio sul confine Eire-Ulster.

Sarebbe forse stato possibile evitare l’inasprirsi della situazione, la crescita del bubbone che ora condiziona ogni passo, se la May non avesse preso un’altra decisione politicamente razionale ma nei fatti fallimentare: invocare elezioni anticipate a giugno 2017.

In quel momento il premier si sente invincibile, e pensa di approfittarne per ottenere in parlamento una maggioranza tale da consentirle di negoziare il buon accordo che ha in mente. Invece perde le elezioni vincendole: il Paese è ancora a maggioranza conservatore, ma per governare il leader dei Tory deve elemosinare l’appoggio esterno degli unionisti irlandesi, che a Belfast sono il partito più forte mentre a Westminster hanno una rappresentanza di 10 parlamentari. I riflessi di questa alleanza asimmetrica, di cui la May è ostaggio, sono particolarmente dannosi a Belfast dove, per via dello scontro in corso fra unionisti e Sinn Fein, non c’è un governo dal gennaio 2017.

In base agli accordi del Good Friday, in Irlanda del Nord vige una millimetrica e delicatissima divisione dei poteri a tutti i livelli. Il garante di questi equilibri è il governo britannico, che dal giugno 2017 non è più, oggettivamente, un mediatore imparziale, visto che la sua sopravvivenza dipende dall’appoggio esterno degli unionisti. E la leader del Dup Arlene Foster è onnipresente su temi dell’agenda di governo anche distanti dagli interessi immediati della sua formazione politica.

Se questo sbilanciamento condiziona e limita l’azione di Theresa May, il suo effetto sulla politica, la società e l’economia dell’Irlanda del Nord è molto più profondo, perché si incista su divisioni e ferite pre-esistenti. «Il Dup ha un rapporto tossico con il governo May» chiarisce Michelle O’Neill, capo del Sinn Fein a Belfast e vice di quello nazionale.

Brexit ha enormemente aumentato le tensioni. Il Dup è l’unico grande partito che ha fatto campagna per il Leave, come era stato l’unico ad opporsi al Good Friday agreement.

E questo è il massimo punto di contraddizione. Al referendum su Brexit, il 66% dei nord-irlandesi hanno scelto di restare in Europa. Perché? Perché l’Unione europea è vista come la garante ultima del processo di pace, quello che ha portato alla scomparsa del confine fisico e al consolidamento dei rapporti commerciali, degli scambi culturali e del libero movimento di persone con l’Eire. Ha portato, in un certo senso, a una unificazione di fatto, quotidiana e naturale ormai per una intera generazione di nord-irlandesi. «Brexit non può portare niente di buono» continua la O’Neill.

Questa frizione ha generato una nuova creatura politica, molto inusuale nel frazionato panorama nord-irlandese: una inedita alleanza anti-Brexit composta da Sinn Fein, Laburisti, Verdi e perfino Alliance, con la sua base elettorale di moderati ma pur sempre unionisti.

Insieme, rappresentano la maggioranza degli elettori. Quelli che beneficiano di un processo di pace ancora imperfetto ma prezioso, che vogliono difendere a tutti i costi.

Hanno una missione: fermare la Brexit con un secondo referendum. O, in seconda battuta, ottenere un’unione doganale permanente, non quella temporanea promessa dall’accordo preliminare concordato con Bruxelles. Esattamente l’opposto del piano del Dup.

E in caso di no deal? La O’Neill esita, prima di dirlo: «Ci sarà resistenza». Poco dopo fa riferimento a settori della popolazione che «hanno sentimenti contrari alla pace». È l’incubo del ritorno della violenza settaria intorno al confine. Una minaccia considerata verosimile anche in documenti ufficiali del governo britannico.

Sappiamo che, al momento, la prospettiva di un no deal non è scongiurata, perché la May è lontanissima dall’avere i numeri per far approvare il suo accordo alla House of Commons.

Sulle ripercussioni di un’uscita senza accordo ci sono catastrofiche previsioni economiche, alcune ai limiti del ridicolo: ma la prima e più drammatica conseguenza sarebbe il ritorno del confine lungo le 310 miglia di territorio fra Eire e Ulster. Presidiato da chi? Da quelle parti basta che torni un poliziotto per scatenare una reazione violenta. E una reazione violenta può innescare un effetto a catena, e il ritorno dell’esercito britannico. Questa prospettiva sta esacerbando le tensioni politiche e sociali nord-irlandesi.

Secondo Steven Agnew dei Verdi: «Il Dup gioca una politica dei simboli. Propaga l’idea, falsa, che qualsiasi accordo sia una minaccia all’integrità territoriale fra Ulster e Gran Bretagna e soffia sul fuoco di divisioni identitarie che la società nord-irlandese vuole superare».

La scommessa dell’alleanza anti-Brexit è che la necessità di proteggere gli accordi di pace sia più forte delle divisioni ancora esistenti su linee identitarie e settarie.

L’unico leader a dirlo esplicitamente è  O’Neill, ma è chiaro che il passo successivo: in caso di no deal ma anche di impatto negativo di un accordo comunque penalizzante, si andrà al referendum per l’unificazione dell’Irlanda - previsto dagli Accordi del Venerdì Santo, quando le condizioni lo renderanno possibile. Le circostanze attuali sembrano potere provocare un’accelerazione del processo: una Irlanda unita come effetto collaterale. C’è molta strada da fare, ma un’uscita del Regno Unito senza deal, sono in molti a pensarlo, avrebbe un effetto centrifugo su tutto il Regno.

I No-Brexit nord-irlandesi sono in contatto con gli indipendentisti scozzesi e con quelli gallesi, uniti da preoccupazioni simili. Il nuovo leader degli indipendentisti gallesi di Plaid Cymru, Adam Price, ha detto esplicitamente che l’indipendenza di Cardiff deve essere “sul tavolo” dopo Brexit.

Difficile che il Galles si stacchi davvero, vista la sua dipendenza economica quasi totale da Londra, specie ora che il rubinetto dei fondi comunitari si è chiuso.

Diverso il caso della Scozia, dove il primo ministro e leader del Partito Nazionalista Scozzese Nicola Sturgeon ha tuonato sui contenuti dell’accordo raggiunto. Chiede che la Scozia goda dello stesso trattamento speciale previsto per l’Irlanda del Nord, a cui si applica la clausola di salvaguardia che manterrebbe il Paese, oltre che nell’unione doganale, anche in molti settori del mercato unico fino a che non si trovi una soluzione alternativa. Una richiesta che la May sta pericolosamente ignorando.

Nel 2014 la Sturgeon è riuscita ad indire un referendum indipendentista in Scozia: la popolazione l’ha respinto, preferendo restare parte del Regno Unito. Ma un Regno Unito fuori dall’Ue non dà le stesse garanzie economiche, e il sogno indipendentista scozzese potrebbe diventare presto una necessità.

@permorgana  

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