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Inizia da Londongrad la controffensiva britannica contro la Russia

Il Regno Unito è pronto a lanciare una campagna contro Mosca nei prossimi 4 vertici internazionali. Ma è a casa – e nei territori d’oltremare in primis - che ha aperto il primo fronte, mettendo nel mirino i capitali degli oligarchi. Denaro che fin qui aveva suggerito una certa indulgenza

Graffiti sul marciapiede vicino all'ingresso dell'ambasciata russa e residenza dell'ambasciatore a Londra, Gran Bretagna, 15 marzo 2018. REUTERS / Hannah McKay
Graffiti sul marciapiede vicino all'ingresso dell'ambasciata russa e residenza dell'ambasciatore a Londra, Gran Bretagna, 15 marzo 2018. REUTERS / Hannah McKay

Nella settimana in cui Vladimir Putin inaugura il suo quarto mandato da presidente della Federazione Russa, il Regno Unito passa al contrattacco diplomatico per arginarne il potere e l’influenza in Europa.

Lo scoop è di Patrick Wintour, ben introdotto corrispondente diplomatico del Guardian - figlio di Charles, ex direttore dell’Evening Standard e fratello di Anna, già direttrice di Vogue.

In un lungo articolo sul quotidiano inglese, Wintour ricostruisce la strategia del Regno Unito, che intenderebbe approfittare di quattro summit internazionali previsti nei prossimi mesi - G20 dei ministri degli Esteri a fine maggio in Argentina, il G7 in Canada ai primi di giugno, il Consiglio Europeo a fine giugno e il vertice dei Paesi Nato a luglio - per tessere un’alleanza internazionale di contrasto alla disinformazione russa e concertare una ridefinizione dei rapporti con Putin.

È un significativo cambio di rotta rispetto ad una tendenza britannica finora, e per lungo tempo dopo la conclusione della guerra fredda, restia a "chiamare il bluff" putiniano.

Una disposizione benevola, quella tenuta fino ad oggi, con molte e complesse ragioni: equilibri geopolitici globali, intese fra servizi segreti e anche, più prosaicamente, l’interesse a mantenere il ruolo acquisito da Londra, a partire dagli anni Novanta, di refugium peccatorum per gli oligarchi russi, sia quelli in fuga che quelli in buoni rapporti con il neo Zar, e di piazza di scambio per i loro miliardi.

È in virtù di questi equilibri e interessi reciproci - questa l’accusa di giornalisti, attivisti e analisti - che il governo britannico avrebbe per esempio tollerato, chiudendo le indagini senza sufficienti approfondimenti, la scia di omicidi di oppositori del regime russo in territorio britannico. E - in questo caso a puntare il dito è la vedova Marina - non avrebbe preso seri provvedimenti nemmeno dopo la sfida lanciata con la spettacolare agonia di Alexsandr Litvinenko nel 2006.

Nel marzo scorso, a commento dell’avvelenamento di Sergey Skipal e di sua figlia Yulia a Salisbury, Marina aveva ricordato un episodio del 2016, quando l’inchiesta pubblica sull’omicidio del marito si era chiusa con la conclusione che Vladimir Putin aveva “probabilmente approvato” l’esecuzione. Theresa May, allora ministro degli Interni, aveva scritto alla Litvinenko promettendo: "Prenderemo ogni provvedimento necessario per proteggere il Regno Unito e i suoi cittadini. Crimini come questo non si ripeteranno".

«Parole molto forti» aveva commentato la vedova. «Ero convinta che qualcosa sarebbe stato fatto e invece, come possiamo vedere, non è stato fatto nulla».

La battaglia di Marina non riguardava solo la legittima richiesta di vedere gli assassini del marito consegnati alla giustizia - sono invece rientrati in Russia, dove vengono trattati da eroi nazionali - ma anche una serie di iniziative molto concrete, come l’approvazione di una versione britannica del Magnitsky Act, la legge approvata negli Stati Uniti che impedisce il libero accesso di alcuni cittadini russi e ne congela i beni.

Secondo Wintour, la reazione russa al tentato avvelenamento degli Skripal e al presunto attacco chimico a Douma avrebbe finalmente scosso sia il Foreign Office sia Westminster, attivando un cambio di passo dalle conseguenze potenzialmente globali.

Per il Foreign Office il tentato avvelenamento sarebbe stato il sovvertimento del “codice d’onore” fra servizi, che impone di non colpire ex spie oggetto di scambio, come Sergei Skripal.

Un episodio che ha modificato la consapevolezza della minaccia russa, vista non più solo come veicolo di corruzione su ampia scala ma come un rischio concreto per la sicurezza e gli interessi di politica estera del Regno. Questo ha generato un’alleanza trasversale fra partiti avversari in parlamento, malgrado il fatto che alcuni oligarchi siano generosi finanziatori di politici conservatori.

Il 20 aprile, il parlamento ha creato un gruppo di coordinamento delle attività di inchiesta sulle attività russe, a cui parteciperanno i presidenti delle commissioni Interni, Tesoro, Esteri, Difesa, Cultura Media e Sport e Sicurezza Nazionale. È prevista, seppure con le necessarie restrizioni, anche il coinvolgimento della Commissione Parlamentare per l’Intelligence e la Sicurezza.

Il comitato congiunto, chiamato The Russia Coordination Group, terrà riunioni regolari con questi obiettivi:

  • assicurare una efficace verifica delle politiche del governo sulla Russia;
  • coordinare il lavoro delle varie commissioni con particolare focus sulle attività relative alla Russia;
  • condividerne le informazioni;
  • collaborare nell’individuare argomenti da approfondire.

Il motore di questa iniziativa e il suo neopresidente è il conservatore Tom Tugendhat, quarantenne e pluridecorato ex ufficiale di carriera con esperienza operative in Iraq ed Afghanistan, attualmente a capo della Commissione Affari Esteri.

Fra i politici britannici è uno dei più attivi e determinati nel metter in guardia dalle influenze russe nel Regno e il caso Skripal gli ha offerto la possibilità di indirizzare il dibattito pubblico intervenendo su media nazionali ed internazionali. Il 15 marzo, per esempio, Time ha pubblicato un suo editoriale dai toni molto espliciti: “Nel Regno Unito, la sensazione di dipendere troppo dai soldi e dalle risorse energetiche russe ha incoraggiato l’inerzia troppo a lungo. È un approccio sbagliato e il nostro governo deve urgentemente rivedere ogni aspetto del nostro rapporto con Mosca. L’economia russa sta precipitando, la sua statura globale svanendo. Dobbiamo essere determinati nel resistere alle violente convulsioni di un regime morente. Ogni evidenza dimostra che la Russia è un aggressivo Stato canaglia”.

Fra gli obiettivi diretti della campagna di Tugendhat c’è l’inasprimento di sanzioni e controlli sulla corruzione e il riciclaggio di denaro sporco. Infatti, una delle principali funzioni del nuovo Comitato è proprio quella di coordinare ed ottimizzare sforzi congiunti in questa direzione: “Prendiamo ad esempio la questione delle sanzioni a funzionari ed oligarchi russi. Finora, la Commissione Tesoro e quella Affari Esteri hanno lavorato separatamente. Condividere le informazioni ci consentirà una risposta più informata”.

È troppo presto per vederne i frutti? Forse, ma intanto Tugendhat ha contribuito a mettere a segno una clamorosa vittoria politica.

Il primo maggio scorso, il governo di Theresa May è stato costretto ad assumersi pubblicamente un impegno che avrebbe volentieri declinato: ha deciso di non opporsi a un emendamento bipartisan alla nuova legge sul riciclaggio di denaro sporco, in discussione al Parlamento britannico.

Un emendamento che impone l’istituzione di registri pubblici dei beneficiari finali, cioè i proprietari effettivi, delle centinaia di migliaia di società off-shore domiciliate nei quattordici territori britannici d’oltremare. Proposta fatta originariamente da David Cameron nel 2013, dopo l’esplosione dello scandalo Panama papers in cui l’allora primo ministro era coinvolto, e poi lasciata quietamente in un cassetto. Una misura parziale ma che aggredisce uno dei principali requisiti delle società off-shore, che sulla segretezza hanno fatto la propria fortuna e infatti minacciano azioni legali.

Interessa il dato politico: il governo May, che aveva fino all’ultimo tentato dei compromessi, è stato costretto a cedere per non venire battuto dalla coalizione bipartisan che ha visto ribellarsi alla linea ufficiale del partito una ventina di parlamentari Tories, fra cui naturalmente Tugendhat.

Secondo un report pubblicato da Global Witness il 29 aprile, nei territori britannici d’oltremare gli oligarchi russi hanno investimenti pari a quasi 5 volte quelli nel Regno Unito: 68 miliardi solo negli ultimi 10 anni. Il 12% del totale degli investimenti russi fuori dalla madrepatria.

@permorgana

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