eastwest challenge banner leaderboard

Così la Russia a Londra sta vincendo la battaglia della propaganda

Le prove non si vedono. Il movente è fumoso. Anche la dinamica dell’avvelenamento rimane incerta. Goffa, truffaldina o costretta alla segretezza? Certo è che sul caso Skripal, Londra ha commesso tali errori di procedura e comunicazione da farsi surclassare dalla diplomazia moscovita

L'ambasciatore russo Alexander Yakovenko durante la conferenza stampa del 5 aprile nella sede dell’ambasciata russa a Kensington Gardens. REUTERS/Simon Dawson
L'ambasciatore russo Alexander Yakovenko durante la conferenza stampa del 5 aprile nella sede dell’ambasciata russa a Kensington Gardens. REUTERS/Simon Dawson

Londra - Retroscena. 27 marzo, Brand Exchange, Londra. All’annuale serata di networking della Foreign Press Association (Fpa) è presente anche Konstantin Shlykov, capo ufficio stampa dell’ambasciata russa. La brillante direttrice della Fpa, l’italiana Deborah Bonetti, non si lascia sfuggire l’occasione. Sono i giorni più drammatici dell’escalation diplomatica fra Regno Unito e Federazione Russa seguita al tentato avvelenamento dell’ex spia Sergei Skripal e della figlia Yulia, ancora ricoverati in gravi condizioni all’ospedale distrettuale di Salisbury.

Il Regno Unito ha incolpato Mosca ed espulso 23 diplomatici russi, accusati di essere spie. La Russia ha reagito espellendo 23 funzionari britannici. Fra il 26 e il 27 marzo, diversi Paesi europei e Nato hanno deciso di supportare l’alleato britannico procedendo a loro volta ad espulsioni di diplomatici russi. La Bonetti propone a Shlykov di organizzare una conferenza stampa, esclusiva per la stampa estera, con l’ambasciatore Alexander Vladimirovich Yakovenko. Il tempismo è perfetto. La Russia vuole un palco per raccontare la sua verità al mondo.

L’incontro si tiene il 5 aprile, nella sede dell’ambasciata russa a Kensington Gardens. La sala è piena - anche - di media britannici. In molti anni da reporter, chi scrive non ha mai assistito ad una conferenza stampa così spiazzante. Yakovenko, massimo rappresentante di una potenza dichiarata ostile e accusata di aver commissionato un duplice omicidio, non appare solo rilassato ed amichevole: si sta addirittura divertendo. È uomo di mondo, di grande esperienza diplomatica internazionale, aspetto e modi gioviali, un buon inglese, un eloquio insieme morbido e diretto.

E, paradossalmente, vista la crisi internazionale al cui centro si trova dal 4 marzo - quando gli Skripal sono stati ritrovati riversi su una panchina del centro commerciale di Salisbury - si trova in una posizione molto comoda.

Il Regno Unito ha commesso tali e tanti errori di procedura e comunicazione, che per Yakovenko rispondere a qualsiasi domanda dalla platea di giornalisti internazionali - lo farà per almeno 90 minuti, esaurendo qualsiasi curiosità - è un facile esercizio di propaganda. La sua linea è semplice: vogliamo la massima trasparenza e chiediamo di collaborare alle indagini, ma il governo britannico ci tiene fuori accusandoci senza prove, in violazione aperta di tutti gli obblighi internazionali. In fondo siamo noi le vittime, visto che gli Skripal sono cittadini russi. 

I giornalisti in sala, veterani delle maggiori testate britanniche e internazionali, ribattono, puntualizzano, fanno domande pertinenti. Ma i loro contenuti sono deboli, perché nessuno dei presenti sembra avere accesso alle fonti primarie. Di conseguenza, l'ambasciatore può respingere, chiarire, spiegare, contestualizzare qualsiasi obiezione.

Il novichok? «Non lo abbiamo mai prodotto». L’omicidio come vendetta per il tradimento? «Non avevamo nessun interesse. Skripal ha pagato il suo debito con la giustizia russa e se vuole tornare è benvenuto». L’alleanza internazionale a supporto delle accuse britanniche? «Una prova dell’approccio preconcetto ed anti russo del blocco occidentale, in aperto spregio delle regole internazionali a cui invece la Russia chiede pubblicamente di attenersi».

Addirittura, in uno sfoggio di virtù: «Sono molti i cittadini russi che trovano la morte in circostanze sospette nel Regno Unito. Viene da chiedersi perché qui». E infine: non abbiamo accesso alle indagini e quindi non puntiamo il dito contro nessuno, ma la conclusione logica è che dietro tutto questo ci sia Londra che, in vista di Brexit, ha bisogno di riaffermare il suo ruolo internazionale e lo fa in funzione anti russa.

Fa tutto questo con ampi sorrisi, che vanno dal sardonico al beffardo all’innocente. Arriva a dichiarare: «Il governo britannico e il ministero degli Esteri non rispondono a nessuna delle nostre domande. Tutto quello che sappiamo lo sappiamo da leaks di stampa, come tutti voi. E le versioni cambiano di continuo».

È vero. In questa vicenda complessa e pasticciata, la sensazione del reporter, più che in altri casi, è quella di fare da megafono alle veline del governo. Significa che i russi sono innocenti? Ovviamente no.

Ma Londra ha finora proceduto contando su un credito di fiducia che, sulla base delle informazione disponibili, non regge ad una verifica rigorosa.

Molti esperti indipendenti (fra cui Luke Harding o Mark Galeotti) sembrano concordare sul fatto che i mandanti siano da cercare in Russia, ma le prove non le ha nessuno, e anche il movente è frutto di elaborate speculazioni. E poi: perché il governo ha parlato di novichock di sicura provenienza russa, se gli stessi tossicologi di Porton Down hanno dichiarato di non avere questa certezza?

Perché puntare subito il dito contro la Russia, se gli Stati in grado di produrre quell’agente nervino sono almeno 20? Se il novichok è così letale, perché sia Yulia che Sergei si sono ripresi dopo solo un mese? Perché le versioni sulle dinamiche dell’avvelenamento sono cambiate di continuo? Perché gli animali domestici degli Skripal non sono stati trovati durante le certosine perquisizioni e, ormai allo stremo per la fame e la sete, invece di entrare nell’indagine sono stati subito cremati?

Un reporter danese, in evidente affanno, fa la domanda più patetica e rivelatrice di un disagio condiviso: «Perché dovremmo credere alla Russia, con il suo record di repressione del dissenso, invece che a una potenza democratica come il Regno Unito?»

Il sorriso di Yakovenko si allarga.

Il Catch22 - o circolo vizioso - per il governo inglese è evidente. Non può essere davvero trasparente, perché fornirebbe al nemico preziose informazioni di intelligence. Ma in questi tempi di opinioni formate sui social media e diffidenza per le istituzioni, questo fa il gioco dei russi, che gettano sospetti sulle ragioni di tanta segretezza. E che, sui social, sono abilissimi.

Da tempo, la loro strategia su Twitter somiglia a quella di troll ironici. Su questa vicenda, i tweet dell’ambasciata londinese e del ministero degli Esteri seguono due direttrici: quella dei comunicati ufficiali, spesso minacciosi, e quella della presa in giro, della risata in faccia alle gaffe, gli errori, le contraddizioni britanniche. Shlykov ci rivela che la social media strategy, sull’intero sistema diplomatico russo, è curata da solo 4 persone a tempo pieno. Forse la soluzione è che Londra le assuma.

@permorgana

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA