Pristina e Belgrado pensano a un baratto territoriale per chiudere la questione e aprire le porte della Ue. La comunità internazionale è favorevole. Ma gli oppositori non mancano. Il criterio etnico comporta difficoltà pratiche. E può avere inquietanti conseguenze ideologiche e geopolitiche

Il president serbo Aleksandar Vucic. REUTERS/Marko Djurica
Il president serbo Aleksandar Vucic. REUTERS/Marko Djurica

La settimana scorsa è accaduto l’impensabile. Nella cornice del forum di Alpbach i presidenti di Serbia e Kosovo, Aleksandar Vučić e Hashim Thaci, hanno evocato per la prima volta la possibilità di scambiarsi territori in base all’appartenenza nazionale della popolazione e richiesto il sostegno della comunità internazionale. Una regione del Kosovo a maggioranza serba, l’area settentrionale che ruota attorno a Mitrovica, passerebbe alla Serbia, che cederebbe in cambio alcune municipalità a maggioranza albanese, situate nella Valle di Preševo.


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Do ut des 

Secondo i suoi iniziatori, l’accordo permetterebbe la normalizzazione definitiva dei rapporti tra Serbia e Kosovo, una conditio sine qua non che entrambi devono soddisfare prima di entrare in Unione Europea. Sarebbe la chiave di volta per la stabilità dell’intera penisola balcanica. Sottolineando l’importanza che nessuna forza esterna interferisca nelle negoziazioni, Vučić ha dichiarato “dobbiamo convivere, [serbi] e albanesi sono i popoli più numerosi dei Balcani”. Già a maggio il presidente serbo era parso considerare svolte epocali riguardo al dossier kosovaro.

La comunità internazionale ha accolto con inaspettato favore l’ipotesi del baratto territoriale. Se già il 24 agosto il consigliere americano John Bolton aveva dichiarato che gli Stati Uniti non si sarebbero opposti a una “modifica dei confini”, anche i rappresentanti Ue hanno dato segnali di approvazione. Dallo stesso palco di Alpbach il Commissario Ue per l’Allargamento Johannes Hahn ha sostenuto che, qualora venisse trovato un accordo tra Serbia e Kosovo - “una necessità geopolitica” -, esso sarà rispettato da tutti i membri Ue, compresi i cinque che ancora non hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara.

Una disponibilità riecheggiata giovedì scorso anche dall’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Federica Mogherini, che incontrerà Thaci e Vučić il prossimo 7 settembre a Bruxelles. L’apertura sfida il nein tedesco e implicitamente sconfessa l’azione di mediazione tra Pristina e Belgrado finora svolta dall’Ue che non ha mai considerato un’alterazione dei confini. E non a caso: gli oppositori ad una simile intesa sono innumerevoli, come anche le difficoltà pratiche.

Opposizione interna

Innanzitutto, ci sono gli aspetti politici. Se in Serbia pare esserci armonia perlomeno entro la compagine governativa, con il ministro degli Esteri, il falco Ivica Dačić, che ha dichiarato «è un’occasione che capita una volta nella vita, o ci prendiamo qualcosa o perdiamo tutto», sul fronte kosovaro pochi sembrano apprezzare le «soluzioni creative e lungimiranti» prefigurate da Thaci. Il premier Ramush Haradinaj, ex-leader paramilitare riciclatosi parlamentare, ha bollato lo scambio di territori come un favore alla Russia e paventato il rischio di innescare un nuovo conflitto.

In entrambi i Paesi le opposizioni si stanno mobilitando. In Serbia si discute dell’eventualità di un referendum: se alcuni esperti lo ritengono obbligatorio come in ogni caso di revisione costituzionale, sono in molti a credere che una consultazione referendaria potrebbe rivelarsi un boomerang, andando a ratificare ex-post la trattativa condotta a porte chiuse dall’entourage di Vučić. In Kosovo si stanno invece raccogliendo le firme per calendarizzare una seduta parlamentare straordinaria che tuteli giuridicamente l’integrità nazionale, privando Thaci di qualunque legittimità politica per negoziare eventuali modifiche dei confini, in previsione dell’incontro di Bruxelles con l’omologo serbo.

Alcune minoranze sono più uguali delle altre?

Lo scambio di territori si fonderebbe sul criterio dell’appartenenza etnica e l’applicazione di tale discrimine comporterebbe due notevoli difficoltà pratiche. Primo, le due regioni oggetto dello scambio non sono etnicamente omogenee al loro interno: Belgrado acquisirebbe un’area a maggioranza serba dove tuttavia vive una cospicua minoranza albanese e viceversa. Secondo, come suggerisce l’esperto Florian Bieber, a fronte di un accordo simile, le minoranze rimaste nei rispettivi Paesi che abitano però altre parti di Kosovo e Serbia si troverebbero ancora meno numerose e più esposte a politiche discriminatorie. A meno di voler tracciare i nuovi confini villaggio per villaggio – e probabilmente anche in quel caso –, è quindi impossibile separare in toto le due comunità etniche. E, vista la storia recente dei due Paesi (governati dalle stesse forze politiche che hanno portato al conflitto 1998-1999), il rischio che si cerchi in seguito di raffinare una segregazione tracciata rozzamente sulla cartina con azioni più o meno conclamate di pulizia etnica o apartheid è verosimile.

Possibili conseguenze simboliche e geopolitiche

Tuttavia, i pericoli principali di una tale soluzione trascendono i rapporti bilaterali Belgrado-Pristina. Il criterio dell’appartenenza etnica è l’architrave dei progetti espansionisti, la Grande Serbia e la Grande Albania: avallarlo sarebbe un generoso nulla osta ai vari mitomani ultra-nazionalisti che spadroneggiano nella regione. Sebbene anche la Macedonia, dove la fragile maggioranza socialdemocratica sta provando a costruire uno stato veramente plurinazionale, potrebbe risentire dell’esplosione di un nuovo fervore nazionalista trans-balcanico, gli occhi si sono subito rivolti a Sarajevo. Gli analisti più navigati sono già corsi ai ripari – con alcune eccezioni. Jasmin Mujanović ha spiegato senza mezzi termini che, se si concretizzasse lo scambio, la Bosnia sarebbe la prossima e proprio tre ex-Alti Rappresentanti per la Bosnia hanno scritto una lettera a Mogherini invitandola a riconoscere i possibili esiti tragici che uno scambio di territori potrebbe generare nella regione.

Le parole più forti però sono state quelle di Adnan Ćerimagić che – dallo stesso palco di Alpbach – ha rievocato la propria esperienza personale di profugo, costretto a lasciare minorenne la nativa Doboj a causa del conflitto che sbriciolò la Jugoslavia. La prospettiva dello scambio di territori, ha ammonito Ćerimagić, tradisce la pericolosa convinzione che “le persone siano al sicuro solo nel loro gruppo etnico”. Parole che, in tempi di sovranismi rampanti, suggeriscono perché, se Bruxelles si piega, gli effetti difficilmente resteranno circoscritti ai Balcani: ancora una volta, a prescindere dall’appartenenza UE, l’intero continente sembra accordarsi sulla stessa nota.

 @simo_benazzo

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