eastwest challenge banner leaderboard

Scandinavia e immigrazione: un puzzle molto complesso

Considerati a lungo un modello di accoglienza dei migranti, i paesi scandinavi sembrano aver cambiato rotta. Leggi più severe, controlli alle frontiere: tutti tasselli di un puzzle in realtà più complesso, dove si mescolano cronaca, economia, politica estera e interna.

REUTERS/Minna Raitavuo/Lehtikuva

Nel ‘900 pochi paesi come la Svezia hanno aperto le porte. Tra gli anni ‘50 e ’60 molti finlandesi in cerca di lavoro sono migrati a ovest. E poi curdi, sudamericani, quelli in fuga dall’ex Jugoslavia. I siriani sono solo gli ultimi della lista. Non sempre le cose hanno funzionato e ancora oggi gli immigrati restano spesso ai margini del mercato del lavoro.

Ma l’approccio non è cambiato. Delle 163.000 domande d’asilo del 2015, il 55 per cento è stato accolto. Per quest’anno si prevedono tra i 100.000 e i 170.000 arrivi. Un’ondata non senza conseguenze: la Svezia spenderà 6,5 miliardi di euro nel 2016 e 7,8 nel 2017 per gestire il flusso di migranti.

Il governo rosso-verde di Stoccolma ha annunciato a fine anno scorso che il paese non era più in grado di reggere la pressione. A gennaio sono stati reintrodotti i controlli alle frontiere. Gli svedesi appoggiano politiche più severe per contenere lo sforzo economico.

Ma ci sono anche intrecci tra cronaca e politica. Qualcosa di simile alla notte di capodanno di Colonia sarebbe accaduto a Stoccolma nell’edizione 2014 di un festival musicale. A fine gennaio una ragazza che lavorava in un centro per rifugiati è stata uccisa da un somalo. Pochi giorni dopo, un raid neofascista nel centro di Stoccolma.

In Svezia gli equilibri sociali non stanno saltando. A ogni episodio razzista segue sempre una manifestazione di segno opposto. I sondaggi non mostrano nessun radicale cambiamento nel rapporto con gli stranieri. C’è però una altrettanto evidente crescita dei gruppi di estrema destra. Il quadro politico, inoltre, ha perso la sua stabilità. I Democratici Svedesi, anti-immigrazione e anti-europa, sono cresciuti fino al 12,9 alle elezioni del 2014. Fanno breccia tra i giovani e tra quelli che hanno sofferto di più la crisi.

La Svezia ha annunciato di voler espellere 80.000 persone le cui richieste d’asilo sono state respinte. A Copenhagen osservano con preoccupazione. La Danimarca è tra la Svezia e la Germania, vale a dire i paesi dove la maggior parte dei migranti vuole andare: è una terra di passaggio che può diventare approdo definitivo se cambiano le condizioni politiche dei suoi vicini. Quando Stoccolma ha reintrodotto i controlli alle frontiere, Copenhagen a sua volta li ha ripristinati con la Germania.

Al contrario della Svezia, la Danimarca non ha una storia di grande immigrazione ma è comunque un paese che ha accolto gente dai Balcani, dal Medio Oriente, dall’ex blocco sovietico. Politicamente è sempre stata attiva nella difesa dei diritti tanto da ratificare per prima la Convenzione sullo status dei rifugiati, approvata nel 1951 dalle Nazioni Unite.

Il fatto è che i numeri attuali pesano. Le 21.000 richieste d’asilo arrivate nel 2015 sono un salto in avanti rispetto alle 14.800 del 2014 e alle 7.500 del 2013. Il 70 per cento dei danesi considera questo tema il più importante dell’agenda politica e il 37 per cento non vuole concedere ulteriori permessi di soggiorno –17 per cento in più rispetto all’autunno scorso.

Anche in Danimarca c’è chi da anni ha intercettato questo vento: è il Partito Popolare Danese. Una efficace rielaborazione delle proposte politiche e un linguaggio più moderato hanno portato al 21,1 per cento alle elezioni del 2015. Con il suo appoggio esterno, il partito tiene in vita il governo di minoranza.

L’influenza del Partito Popolare Danese non è una novità: è una sorta di “cambiale politica” che gli esecutivi di centro-destra hanno dovuto pagare spesso negli ultimi quindici anni. Ad agosto il governo ha deciso di tagliare le prestazioni sociali per i rifugiati. A fine gennaio è stata votata a una legge che consente il sequestro di beni del valore superiore ai 1340 euro ai migranti. Altre misure più severe arriveranno a breve, dicono dal governo.

Un quadro politico altrettanto complesso c’è a Helsinki. Con ricette fatte di meno immigrazione, più sicurezza e difesa dell’identità culturale (che hanno attecchito in anni di disoccupazione e crisi economica) il Partito dei Finlandesi ha ottenuto il 17,7 alle politiche del 2015, abbastanza per entrare nel governo di centro-destra.

Per un paese piegato da una lunga recessione e che non è mai stato meta di migranti, i numeri sono impossibili da sottovalutare: 32.500 richieste d’asilo nel 2015. Erano state 3.600 nel 2014.

Quando si tratta di sicurezza, lo straniero è spesso il primo indiziato. Ci sono movimenti di protesta anti-immigrazione e gruppi di vigilantes come i “Soldati di Odino” che dichiarano di pattugliare le strade di alcune città in risposta all’ondata migratoria.

Il governo di Helsinki ha criticato l’iniziativa ma ha i suoi problemi da gestire e sta perdendo consensi: economia e immigrazione pesano nel giudizio (e nei voti) che i finlandesi danno a chi li governa.

@antonio_scafati

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA