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Sarà turbocapitalista o socialista il Regno Unito post-Brexit?

In caso di “hard Brexit”, i due grandi partiti propongono soluzioni radicali. Corbyn lancia una rivoluzione produttiva verde. May invece vuole spalancare le porte agli investitori stranieri con una massiccia deregulation. E sbarrarle agli immigrati, a meno che non siano super-qualificati

Un uomo cammina fra i grattacieli della City, il distretto finanziario della città di Londra, Gran Bretagna. REUTERS / Toby Melville
Un uomo cammina fra i grattacieli della City, il distretto finanziario della città di Londra, Gran Bretagna. REUTERS / Toby Melville

Fra gli effetti imprevisti di Brexit sulla politica britannica ce n’è uno particolarmente sorprendente in un Paese tradizionalmente moderato: la profonda polarizzazione dei principali schieramenti.

In questo momento, gli scenari più probabili in caso di mancato raggiungimento di un accordo considerato soddisfacente dal Parlamento - o di mancato accordo tout court - sono due: socialismo, nel caso di elezioni e vittoria del Labour di Corbyn, o un tentativo di turbo-capitalismo, nel caso di conferma di un governo conservatore.

Di entrambi vediamo le linee in questi giorni di congressi, quello del Labour appena chiuso a Liverpool e quello dei Tories in corso a Birmingham.

Jeremy Corbyn e il suo vice John McDonnell hanno lanciato il loro manifesto: Green no greed, cioè una grande rivoluzione produttiva che rilanci l’energia pulita riducendo la dipendenza energetica del Paese e creando lavoro per 400mila persone, specie nelle aree disagiate.

E poi aumento delle tasse sulle società, nazionalizzazione dei servizi, fra cui le ferrovie, un piano di sostegno alle famiglie, settimana corta, distribuzione ai lavoratori del 10% degli assetti societari.

Come scrive George Eaton sul New Statesman: “L’ambizione di Jeremy Corbyn e dei suoi alleati non è limitata ad andare al governo ma punta a trasformare radicalmente il panorama ideologico britannico. Tre anni dopo l’elezione a segretario, il suo discorso di chiusura del congresso è una dichiarazione che la sinistra è ormai il mainstream”.

Theresa May manda invece segnali opposti. Dalla vetrina politico mediatica delle Nazioni Unite, lancia l’impegno di fare del Regno Unito il Paese con le tasse societarie più basse del mondo: strategia ampiamente anticipata, fra le altre, da A Singapore on Thames, una approfondita raccolta di saggi sui possibili assetti economici in caso di hard Brexit, in cui venivano analizzati i limiti regolatori, i contraccolpi internazionali e i rischi socio-politici interni della massiccia deregulation auspicata in alcuni ambienti conservatori.

L’annuncio della May ha due obiettivi immediati: il primo è difendere il potere di attrazione del Regno Unito verso gli investimenti internazionali, calati nel 2016 e tuttora in parte rallentati dall’incertezza sul futuro del Regno.

Il secondo è di stretta propaganda interna, nei giorni in cui si riunisce nel Congresso di Birmingham un partito più disorientato e rissoso che mai, a poche settimane dal summit decisivo sui destini dei negoziati con l’Unione Europea.

Lo specchio più fedele della visione governativa post-Brexit è però sul freno all’immigrazione, un’ossessione della May fin dagli anni in cui era ministro dell’Interno e uno dei pochi temi politici su cui non ha mai vacillato.

Il neo ministro dell’Interno Sajid Javid ha presentato giorni fa un nuovo sistema che offrirà visti di lavoro basati su qualifiche e stipendio: in sintesi un filtro che ammetterà solo i super-qualificati, economicamente autonomi, e che si applicherà a tutti i nuovi immigrati, senza eccezioni per i cittadini europei. Sì a medici, ingegneri e banchieri, no a soggetti economicamente meno autonomi.

È l’immigrazione a la carte che nelle speranze della May dovrebbe placare quelli che, nel suo partito e nel Paese, covano da anni un profondo risentimento verso i flussi migratori o si sentono danneggiati da una competizione al ribasso per i posti di lavoro meno qualificati.

Proposta populista, slegata dalle necessità del Paese: come segnalato dalle industrie di settore, l’economia del Regno Unito ha un disperato bisogno di manodopera in diversi comparti e non solo per impieghi stagionali, al punto che settori come edilizia, retail, ospitalità, sanità e agricoltura già risentono del calo di lavoratori disponibili. Un caso esemplare di ideologia vs pragmatismo.

In uno degli scenari possibili, il Regno Unito rischia di uscire da questa avventura più povero, più iniquo, più diviso, più insulare e più ideologico.

E c’è dell’ironia nel fatto che Sajid Javid sia uno dei 5 figli di un autista di autobus pakistano, il cui curriculum probabilmente non passerebbe al vaglio dei nuovi requisiti. E che debba la sua nomina a ministro degli Interni alle improvvise dimissioni della talentuosa Amber Rudd, caduta sullo scandalo Windrush: un clamoroso caso di trattamento discriminatorio dei primi immigrati caraibici.

 @permorgana

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