L'Eta non c'è più e neanche l'indipendentismo basco sta molto bene

Dopo il disarmo del 2011, si scioglie l'ultima organizzazione terroristica europea. Ma la ferita è aperta e la Spagna poco incline al perdono. La battaglia politica per l’indipendenza continua, dicono i reduci. In un ipotetico referendum, però, la maggioranza dei baschi voterebbe no

Un lavoratore municipale rimuove da un muro la scritta "ETA, grazie" due giorni dopo che i separatisti baschi militanti dell'Eta hanno annunciato il loro scioglimento, a Bilbao, in Spagna, il 5 maggio 2018. REUTERS / Vincent West
Un lavoratore municipale rimuove da un muro la scritta "ETA, grazie" due giorni dopo che i separatisti baschi militanti dell'Eta hanno annunciato il loro scioglimento, a Bilbao, in Spagna, il 5 maggio 2018. REUTERS / Vincent West

Dopo quasi sessant’anni di esistenza, quarantatré dei quali dedicati alla lotta armata, l’Eta ha annunciato ufficialmente la propria dissoluzione. Attraverso un documento intitolato Dichiarazione finale di Eta al popolo basco, diffuso presso la sede del Centro per il dialogo umanitario Henri Dunant di Ginevra, l’organizzazione terroristica ha apposto l’ultimo tassello di un processo di pace iniziato, più concretamente, nell’ottobre del 2011, con la cessazione del ricorso alle armi.

“Eta dà per conclusa tutta la sua attività politica” sentenzia uno dei passaggi più incisivi del comunicato, a cui ha fatto seguito l’organizzazione di un atto ufficiale per certificare la dissoluzione del gruppo vicino Bayonne, nella zona francese dei Paesi Baschi, alla presenza di vari mediatori internazionali tra cui Gerry Adams, ex presidente dello Sinn Féin irlandese.

Nata come movimento studentesco di opposizione alla dittatura franchista, con l’obiettivo di ottenere l’indipendenza del territorio che racchiude i Paesi Baschi e la Navarra, Euskadi Ta Askatasuna (ETA) si è resa responsabile di una lunga scia di sangue iniziata nel giugno del 1968 con l’uccisione di José Antonio Pardines Arcay, agente della Guardia Civile spagnola. Sono circa 850 le morti attribuite ai terroristi baschi, il 40% vittime civili, ed oltre 6.000 i feriti.

La decisione dell’Eta ha calato quindi il sipario sull’ultima organizzazione terroristica europea ma sono ancora aperte le ferite inflitte alla società civile spagnola, profondamente segnata dalle sue gesta e poco incline al perdono. «La dissoluzione della banda terrorista, della banda di assassini, è una dissoluzione forzata, obbligata grazie all’azione dello Stato e delle proprie vittime» ha dichiarato al canale Euronews José Vargas, presidente dell’Associazione Catalana delle Vittime di Organizzazioni Terroristiche. Fu proprio la Catalogna ad essere teatro, nel 1987, dell’attentato più mortifero compiuto dall’Eta, costato la vita a 21 persone presso il centro commerciale Hipercor di Barcellona.

Anche sul versante istituzionale, la dissoluzione dell’Eta non ha attenuato i toni di condanna nei confronti dell’ormai defunta organizzazione basca, spingendo tutte le formazioni politiche ad esprimere piena solidarietà nei confronti delle vittime. «Eta svanisce, però non il dolore che ha sparso, né il debito di gratitudine che abbiamo con le vittime. Non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi politici» ha sottolineato il premier Mariano Rajoy, a cui ha fatto eco Pedro Sanchez, segretario del Psoe, attribuendo la sconfitta dell’Eta alla forza della democrazia spagnola.

L’eclissi della banda terroristica pone adesso, inevitabilmente, l’attenzione dell’opinione pubblica sul destino dei circa 300 esponenti dell’Eta ancora in carcere (243 in Spagna, 53 in Francia ed uno in Portogallo). Il numero dei terroristi dietro le sbarre si è ridotto del 60% negli ultimi dieci anni, quasi tutti per aver terminato la propria condanna, ma nei confronti di quelli ancora detenuti Madrid ha lasciato intendere di non voler rivedere la politica penitenziaria. «Non c’è stata e non ci sarà alcuna impunità per Eta» ha dichiarato Rajoy, parole riprese dal Ministro dell’Interno spagnolo, Juan Ignacio Zoido, che ha ribadito la volontà di portare avanti una linea carceraria dura, consistente nel mantenere la maggior parte dei detenuti dell’Eta in penitenziari distanti oltre 400 km dai Paesi Baschi, con inevitabili ripercussioni per le rispettive famiglie.

Una posizione, quella del Governo spagnolo, non condivisa però pienamente dal resto delle forze politiche. Ad eccezione di Ciudadanos, il cui presidente Rivera ha negato la possibilità per i terroristi di ottenere benefici, sia il Psoe che Podemos si sono mostrati favorevoli ad un ammorbidimento della politica carceraria, ovvero il trasferimento dei detenuti in carceri geograficamente più vicine ai Paesi Baschi, nell’ottica di un progressivo processo di riconciliazione. Una richiesta ribadita anche dal governatore basco Iñigo Urkullu, che ha affermato come una revisione delle condizioni carcerarie a cui sono sottoposti i membri dell’Eta andrebbe incontro «ad una volontà che la maggioranza del popolo basco esprime da decenni».

Il principale punto interrogativo rimane adesso quello relativo alle sorti politiche dell’Eta. Nel comunicato di commiato ufficiale, la banda terroristica ha ribadito che i suoi ex militanti continueranno la lotta per l’indipendenza e la riunificazione dei Paesi Baschi attraverso un altro cammino, assegnando alla sinistra indipendentista regionale il compito di lavorare per la costituzione di uno Stato basco sovrano ed indipendente.

Dopo il naufragio di Batasuna, il braccio politico dell’Eta, dichiarato illegale nel 2003 e poi definitivamente sciolto nel 2013, è toccato a EH Bildu, la coalizione indipendentista capitanata dall’ex esponente dell’organizzazione terroristica Arnaldo Otegi, raccoglierne il testimone politico, attestandosi attualmente come seconda forza regionale dietro il Partito Nazionalista Basco.

Le aspirazioni indipendentiste devono però fare i conti con la volontà dell’elettorato, evidentemente provato dagli anni della lotta armata e dall’onda lunga della crisi catalana. Gli ultimi dati del Euskobarometro, il sondaggio realizzato annualmente dall’Università dei Paesi Baschi, hanno rivelato infatti che il 58% della popolazione è favorevole alla celebrazione di un Referendum secessionista, che vedrebbe però l’affermazione del NO all’indipendenza.

 @MarioMagaro

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