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Scozia, Catalogna, Groenlandia: quelli che sognano l’indipendenza

Segnatevi questi nomi: Scozia, Catalogna, Groenlandia. Sono gli stati che potrebbero nascere nei prossimi anni, se le spinte indipendentiste sapranno sfruttare i cambiamenti che potrebbero verificarsi intorno a loro.

Catalunya's separatist supporters hold a banner supporting Scotland's independence as they wave Esteladas (Catalan separatist flags) at Sant Jaume square in Barcelona, September 17, 2014. REUTERS/Stringer

La Scozia ci ha provato con il referendum del settembre 2014: il 55 per cento ha preferito tenere le cose così come sono. Incassata la sconfitta, però, il movimento indipendentista non si è arreso. Nicola Sturgeon, primo ministro scozzese e leader dello Scottish National Party, ha dichiarato a inizio anno che è dovere del suo partito farsi sostenitore della causa indipendentista: l’obiettivo è trasformare in maggioranza la minoranza di due anni fa.

Gli scozzesi vorrebbero più poteri a Edimburgo e sono fieri delle proprie radici:un certo nazionalismo è diffuso soprattutto tra la “generazione Braveheart”, quelli cresciuti negli anni ‘90 e su cui il movimento indipendentista ha fatto leva.

Paradossalmente, però, la spinta decisiva al sogno scozzese potrebbe venire da Londra. Nei mesi scorsi Sturgeon detto e ripetuto che il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea creerebbe le condizioni per un nuovo voto sull’indipendenza della Scozia, tradizionale bacino europeista. Se poi la Brexit dovesse diventare realtà, i confini sull’isola potrebbero cambiare davvero. Tony Blair ad esempio è convinto che “se il Regno Unito vota per lasciare l’Ue, la Scozia voterà per lasciare il Regno Unito”. Non è il solo a pensarlo.

Più a sud c’è la Catalogna che ha sempre rivendicato una sua identità rispetto al resto della Spagna. Dal punto di vista amministrativo è una comunità autonoma, ma di autonomia ne vorrebbe di più. La voglia di separarsi è cresciuta durante la crisi: i partiti indipendentisti hanno accusato Madrid di scarsi investimenti pubblici e di drenare troppe risorse dalla Catalogna.

Le sigle pro-indipendenza hanno ottenuto la maggioranza dei seggi alle elezioni dell’anno scorso. A gennaio il Parlamento di Barcellona ha votato il nuovo presidente: Carles Puigdemont. Ringraziando al grido di “Viva la Catalogna libera”, Puigdemont ha affermato che il progetto è di arrivare all’indipendenza entro diciotto mesi. Nel frattempo si lavorerà per creare strumenti indispensabili come una banca centrale e un sistema giudiziario: un segnale che assomiglia a una radicalizzazione nelle richieste d’indipendenza.

Quelli che si oppongono sottolineano i rischi, soprattutto in campo economico: sono le stesse perplessità che avevano frenato gli scozzesi e che inducono tanti catalani alla prudenza. Ecco perché nelle strade di Barcellona si sente una rosa di rivendicazioni: da indipendenza punto e basta a più autonomia.

Se e quanto troveranno sbocchi è però tutto da vedere. A Madrid, infatti, non ne hanno mai voluto sentire. Il governo di Mariano Rajoy ha sempre risposto di no, temendo che cedere alla Catalogna significasse poi dover fare i conti con altre spinte indipendentiste in giro per il paese.

Il fatto è che a Madrid un governo non c'è ancora. I socialisti stanno guidando i colloqui: missione piuttosto complicata. Una breccia per quelli che in Catalogna aspirano all’indipendenza potrebbe arrivare proprio dal rimescolamento politico che sta vivendo la Spagna: Ciudadanos, Socialisti e Podemos hanno idee diverse su tante cose, compreso il futuro politico della Catalogna.

Dall’altra parte del mondo c’è la Groenlandia che ha problemi diversi ma culla le stesse ambizioni d’indipendenza. Territorio sconfinato, popolazione ridottissima (60.000 abitanti, un terzo dei quali vive a Nuuk, la capitale amministrativa), l’isola fa parte del Regno di Danimarca. Con un voto del 2008, la Groenlandia ha chiesto e ottenuto maggiore autonomia. Doveva essere l’inizio del processo di separazione da Copenhagen. Cosa che al momento sembra difficile.

I soldi che arrivano dalla Danimarca tengono in piedi la Groenlandia, dove l’industria ittica vacilla e l’economia (ancora fragilissima) non è sufficientemente diversificata. Senza quel denaro è impossibile vivere, figuriamoci sognare l’indipendenza.

Ma Nuuk ha una possibilità: svendersi. La Groenlandia giace infatti su una miniera d’oro fatta di metalli rari, gas e petrolio. Le grandi compagnie minerarie e le potenze mondiali (Cina in testa) fanno a gara da anni per assicurarsi un posto a tavola. A Nuuk sanno che se c’è una via che può portare all’indipendenza, quella via è il sottosuolo. Soldi in cambio di materie prime, in pratica. Ma non è così semplice.

Se il prezzo del petrolio resta basso, anzitutto, il gioco potrebbe non valere la candela. Inoltre l’arrivo di migliaia di lavoratori stranieri impatterà inevitabilmente su una popolazione ristretta che fatica sopravvivere – disoccupazione e scarse possibilità spingono i giovani a espatriare.

Se deciderà di andare fino in fondo, poi, la Groenlandia dovrà accettare anche di diventare uno dei paesi col più alto tasso di emissioni nocive pro capite al mondo, con effetti sul già precario equilibrio ambientale dell’area. È il prezzo (alto) per l’indipendenza.

@antonio_scafati

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