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Il divorzio cecoslovacco imposto dall'alto ancora brucia

Secondo un sondaggio, la separazione fra cechi e slovacchi decisa 25 anni fa senza un referendum ancora inquieta la maggioranza dei cittadini. E c’è persino chi vorrebbe votare ora per ricostituire il vecchio Stato. Eppure il "divorzio di velluto" a suo modo è una storia di successo

Guardie di frontiera slovacche salgono su una torre di controllo per verificare il confine. REUTERS / David W Cerny
Guardie di frontiera slovacche salgono su una torre di controllo per verificare il confine. REUTERS / David W Cerny

Soltanto il 42% dei cechi e il 40% degli slovacchi vede favorevolmente la fine della Cecoslovacchia, sopraggiunta il primo gennaio del 1993, venticinque anni fa. Scarso l’entusiasmo – 53% e 51% rispettivamente – anche per l’atto che ne seguì: la nascita di Repubblica Ceca e Slovacchia. L’attitudine cambia, di contro, in merito alla fondazione della vecchia patria binazionale, sancita nell’ottobre 1918. Cento anni fa, a proposito di anniversari. L’83% dei cechi e il 69% degli slovacchi la percepisce come un fatto positivo.

Sono, questi, i risultati di un recente sondaggio effettuato congiuntamente da alcuni istituti sociologici di Praga e Bratislava. Lasciano intendere, ancora una volta, che il modo in cui il divorzio ceco-slovacco fu attuato, da palazzo, senza un passaggio referendario, suscita ancora un certo fastidio. C’è persino un movimento, Českoslovenko 2018, che facendo leva proprio sul mancato coinvolgimento dei cittadini e sul fatto che il consenso popolare per il divorzio fosse debole, rivendica la ricostituzione del vecchio Stato. Il mezzo per ottenerla è quello negato nel 1993: il referendum.

Difficilmente, se fosse convocato per davvero, ne sortirebbe una nuova Cecoslovacchia. La storia è storia, e le lancette del tempo non possono tornare indietro. Però, come spesso capita quando ricorre un anniversario, è lecito fare il punto.

E lo hanno fatto gli stessi architetti del divorzio, Vaclav Klaus e Vladimir Meciar, i premier ceco e slovacco di allora. L’11 dicembre si sono incontrati a Praga per un dibattito pubblico, trasmesso in tv. Nessun rimpianto, nessun ripensamento. Per entrambi porre fine all’esistenza della Cecoslovacchia fu la cosa giusta da fare. E giusto fu anche il modo. Non aveva senso interpellare i cittadini, hanno detto entrambi. Meciar ha sottolineato che il risultato ottenuto alle elezioni in Slovacchia del giugno 1992 dal suo partito, il Movimento per una Slovacchia democratica, indicava con chiarezza che la gente voleva l’indipendenza. Klaus, da parte sua, ha spiegato che i cechi erano interessati a mantenere l’unione con la Slovacchia, ma se ne sarebbero dovuti rinegoziare eventualmente i dettagli. Sarebbe stata una perdita di tempo, che avrebbe distolto Praga dall’obiettivo prioritario: disfarsi delle incrostazioni lasciate dal regime comunista e costruire uno Stato e un’economia di tipo nuovo.

Meciar e Klaus un po’ mentono. La maggioranza ottenuta dal partito del primo nel 1992 non era infatti schiacciante. E il secondo, in realtà, non aveva molta voglia di continuare la coesistenza con Bratislava. Il divorzio va attribuito a due fattori, tra loro intrecciati. Da un lato, pesarono le ambizioni dei due leader di allora. Meciar puntava a fare il padre-padrone della Slovacchia, e ci riuscì. Fino al 1998 governò in modo autoritario, rasentando l’isolamento internazionale. Klaus era un ultra-liberista che voleva trasformare Praga in un laboratorio, in una “tigre dell’Est” (e anch’egli colse l’obiettivo), svincolandola dalla zavorra dell’assistenzialismo slovacco. E qui entra in gioco il secondo fattore, quello degli equilibri interni.

Durante l’epoca cecoslovacca la Repubblica Ceca era la parte più progredita e industrialmente competitiva. La Slovacchia aveva invece una base agricola. Praga doveva trasferire ricchezza verso Bratislava e peccava di paternalismo. Bratislava, dal canto suo, si sentiva esclusa dai processi decisionali. Un tentativo di dare più equilibrio si registrò nel 1969, con la creazione dell’assetto federale: l’unica riforma partorita dai restauratori che annientarono la Primavera di Praga, iniziata cinquant’anni fa (ecco un altro anniversario, il terzo). Andò un po’ meglio, ma sopra tutto continuò a regnare il miraggio del cecoslovacchismo, che vedeva nei cechi e negli slovacchi due rami di uno stesso popolo. Una visione che per il grande Vaclav Havel, ex presidente cecoslovacco e ceco, e prima protagonista della resistenza al comunismo, portò colpevolmente a trascurare differenze culturali, storiche ed economiche. In quel 1992-1993 la voglia di Klaus e Meciar di disporre di una propria piccola patria fece saltare definitivamente il cecoslovacchismo.

Eppure questa non è una storia triste. Anzi, il “divorzio di velluto”, che fece crollare senza troppo rumore la Cecoslovacchia, così come la “rivoluzione di velluto” del 1989 causò il collasso ovattato del comunismo, è a suo modo una vicenda di successo. Repubblica Ceca e Slovacchia hanno trovato il loro posto nell’Europa e nella Nato. Hanno ottimi rapporti bilaterali, e molti dicono che siano nettamente migliori rispetto ai tempi della federazione. Ci sono molti slovacchi che vivono in Repubblica Ceca e non pochi cechi di vivono in Slovacchia. Le rispettive economie sono vive, aperte. La Repubblica Ceca è il secondo partner commerciale della Slovacchia, e viceversa. L’interscambio è di oltre 20 miliardi di Euro. Il Pil pro-capite ceco è passato dai 4000 dollari del 1993 agli attuali 18500. Quello slovacco da 3000 a 16500, sempre nello stesso periodo. Entrambi i Paesi hanno ampliato la propria base manifatturiera, anche se è la Slovacchia ad aver fatto il salto più grande, date le condizioni di partenza. Come segnala l’Economist, è divenuta la più grande produttrice al mondo di auto pro-capite e il suo Pil, sempre pro-capite, ha raggiunto il 90% di quello ceco (nel 1992 era del 75%).

“Un tempo considerati i cugini poveri dei cechi, gli slovacchi possono rappresentare un incoraggiamento morale per gli italiani del sud, i valloni e altri popoli frequentemente discreditati e coinvolti nei confronti regionalisti dell’Europa moderna”, scrive il settimanale londinese. È sottinteso: non c’è bisogno di ulteriori scissioni statali. La Slovacchia è un modello di riscatto che vale a prescindere. E in ogni caso, va sempre ricordato che sì, forse andava fatto un referendum, ma è anche vero che mentre la Cecoslovacchia si separava mestamente, con un colpo di penna, la Jugoslavia si spezzava nel peggiore dei modi, con le armi e lo sterminio.

@mat_tacconi

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