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Spagna: il ritorno di Pedro Sanchez e le reazioni all’europeismo di Macron

Circa 8 mesi dopo le dimissioni da segretario generale, Pedro Sánchez ha riannodato il filo della propria carriera politica venendo rieletto alla guida del PSOE. Un’investitura ottenuta grazie alla vittoria nelle primarie del partito socialista spagnolo, che hanno visto Sanchez prevalere col 50,2% delle preferenze.

Pedro Sanchez festeggia la vittoria per la rielezione alla guida del PSOE. REUTERS/Sergio Perez
Pedro Sanchez festeggia la vittoria per la rielezione alla guida del PSOE. REUTERS/Sergio Perez

Un risultato inatteso alla vigilia, con i sondaggi che davano per favorita Susana Díaz, il potente presidente dell’Andalusia sostenuto dagli ex premier Zapatero e Gonzalez, premiata alla fine col 39,9% dei voti, risultando vincitrice soltanto nel proprio feudo elettorale (terzo classificato il basco Patxi López).

Il ritorno al potere di Sánchez significa soprattutto l’affermazione dell’ala più radicale dell’elettorato socialista, quella che non aveva perdonato ai baroni del PSOE l’aver costretto “Pedro elguapo” alle dimissioni lo scorso ottobre, consentendo la formazione di un governo a maggioranza PP grazie alla decisiva astensione dei deputati socialisti in Parlamento.

Una volta riorganizzata la struttura interna del partito nel Congresso Federale in programma a metà giugno, in modo tale da consolidare la propria leadership, il nuovo segretario socialista dovrà definire la relazione con Podemos, nella prevedibile ottica di un’opposizione feroce al partito popolare come tratto distintivo del nuovo corso del PSOE targato Sánchez.

I socialisti hanno già dichiarato che si asterranno dal votare la mozione di censura presentata da Podemos nei confronti di Mariano Rajoy, a seguito dei numerosi casi di corruzione che vedono coinvolti esponenti del partito popolare. Un’alleanza con Pablo Iglesias rappresenta però, nelle intenzioni del neo segretario generale, una seria opzione per mettere fine al governo del PP. Un recente sondaggio di Metroscopia rivela che il PSOE, in coincidenza con la rielezione di Sánchez, è risalito al 22,8% nelle intenzioni di voto degli spagnoli, soltanto 3 punti percentuali dietro i popolari.

Come evidenzia il quotidiano economico Expansión, il ritorno di Sánchez alla guida dei socialisti ha colto di sorpresa i mercati europei, preoccupati per una possibile paralisi politica in Spagna a causa dell’ostruzionismo nei confronti del PP, con conseguente rischio di elezioni anticipate.

Il timore è quello di un paese nuovamente impantanato in una situazione di impasse istituzionale già vissuta per 10 mesi (fino alle dimissioni di Sánchez che hanno permesso la formazione dell’attuale esecutivo) intaccando così i progressi in termini di stabilità e crescita economica che l’Europa attribuisce al governo Rajoy. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha pubblicamente elogiato il premier spagnolo “dovremmo prendere esempio dalla Spagna” come riconoscimento per gli sforzi compiuti dal suo governo nel rispetto degli impegni presi con Bruxelles nel giugno 2012, in seguito al finanziamento da 100 miliardi di euro ottenuto per ricapitalizzare il sistema bancario spagnolo.

Proprio l’intervento della Germania, attraverso il ministro delle finanze WolfgangSchauble, ha impedito che la Spagna venisse multata per aver fatto registrare nel 2015 un deficit pubblico pari al 5,13% del PIL, superando il limite del 4,2% imposto dalle istituzioni europee. Il governo tedesco ha infatti chiesto alla Commissione Europea di premiare i risultati della politica economica di Rajoy, che ha garantito una riduzione del deficit pubblico di 5 punti dal 2012 al 2015, evitando così di sanzionare un governo ritenuto da Berlino più serio ed affidabile di Grecia e Portogallo nell’ottemperare ai diktat dell’Unione Europea. Nel 2016 il deficit pubblico spagnolo è stato del 4,5 %, rientrando così nei parametri imposti dal Patto di stabilità, mentre per l’anno in corso la meta stabilita da Bruxelles è del 3,1%.

Durante le campagne elettorali per le elezioni spagnole nel dicembre 2015 e nel giugno 2016, Pedro Sánchez ha fatto dell’unione fiscale, politica e sociale dell’UE uno dei pilastri del proprio programma di governo, appellandosi inoltre alla coesione dell’Europa per far fronte alla crisi dei rifugiati, a testimonianza di un profilo dichiaratamente europeista sul piano della politica internazionale. Allo stato attuale un governo guidato dai popolari di Mariano Rajoy sembra offrire però maggiori garanzie di stabilità politica ed economica agli occhi dell’Europa, chiamata a gestire gli effetti del Brexit inglese ed aggrappata alla politica europeista del neo premier francese Emmanuel Macron.

Secondo Patrick Rahir, direttore del bureau spagnolo dell’agenzia di notizie France Presse (AFP), la vittoria di Macron è stata accolta in Spagna “con sollievo ed ammirazione” perché ad un politico di soli 39 anni, pupillo del presidente uscente Hollande di cui è stato ministro dell’economia per due anni, viene riconosciuto il merito di aver posto un freno all’ascesa populista di Marine Le Pen. “Non ho dubbi sul fatto che Rajoy avrà un buon rapporto con Macron” aggiunge Rahir, sottolineando che gli interessi dei due governi coincidono “la Spagna è uno dei paesi più europeisti dell’Unione Europea, perciò potrà soltanto essere soddisfatta dall’impulso verso una maggiore integrazione in Europa promesso dal nuovo premier francese”.

L’investitura di Macron ha trovato consensi in tutto il panorama politico spagnolo, in primis tra gli esponenti del partito “centrista” Ciudadanos, che vedono un parallelismo tra il proprio leader Albert Rivera ed il presidente francese: entrambi giovani e con una visione politica liberale ed europeista. L’unica voce parzialmente fuori dal coro è stata quella di Pablo Iglesias, leader di Podemos e dichiarato sostenitore della candidatura di Jean-Luc Mélenchon alle presidenziali francesi, che si è detto preoccupato per le politiche di austerità promesse da Macron, pur apprezzando la scelta della Francia di non affidarsi all’estrema destra di Le Pen.

Guardando al futuro, l’ascesa di Macron comporterà per la Spagna un’attenzione ancora maggiore, da parte delle istituzioni europee, al rispetto degli impegni presi con Bruxelles. In aggiunta alla riduzione del deficit pubblico, il paese iberico sarà infatti chiamato a gestire l’enorme debito pubblico, appesantito dal finanziamento salva-banche ricevuto 5 anni fa, che nel 2016 è stato pari al 99,4% (il sesto dell’eurozona dietro Italia, Grecia e Belgio tra gli altri). Secondo l’Autorità Indipendente di Responsabilità Fiscale (AIReF) il debito pubblico spagnolo non scenderà al di sotto del 60% del PIL, così come previsto dal patto di stabilita e crescita europeo, prima del 2037.

@MarioMagaro

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