eastwest challenge banner leaderboard

Il futuro del governo Sanchez si gioca nella Catalogna ribelle

I socialisti tornano alla Moncloa dopo 7 anni, ma il nuovo governo spagnolo dipende dal voto dei separatisti catalani. E a Barcellona si è appena insediato come presidente regionale un fedelissimo di Puigdemont. Che rilancia la battaglia indipendentista e chiede subito un confronto a Sanchez

Pedro Sanchez stringe la mano a Mariano Rajoy dopo la mozione di sfiducia in parlamento a Madrid, Spagna, 1 giugno 2018. Pierre-Philippe Marcou / Pool via REUTERS
Pedro Sanchez stringe la mano a Mariano Rajoy dopo la mozione di sfiducia in parlamento a Madrid, Spagna, 1 giugno 2018. Pierre-Philippe Marcou / Pool via REUTERS

Barcellona - Il Governo di Mariano Rajoy è arrivato al capolinea. Troppo forte e dirompente l’eco del caso Gürtel per permettere all’ormai ex premier spagnolo di rimanere in sella. La sentenza dell’Audiencia Nacional, che ha scoperchiato una gigantesca trama corruttiva facente capo al Partito popolare (PP), ha infatti esposto il partito di Governo al fuoco incrociato di tutti gli esponenti della politica spagnola, concordi nel ritenere ormai conclusa l’esperienza del Pp alla guida della Spagna.

«Questa situazione ha come unico responsabile il presidente del Governo che non ha assunto alcuna responsabilità politica» tuonava il segretario socialista Pedro Sánchez a margine della riunione straordinaria convocata dai vertici del Psoe per ufficializzare la presentazione di una mozione di censura contro Rajoy, immediata conseguenza della pronuncia della giustizia spagnola sul caso Gürtel.

Ad amplificare l’indignazione dell’opinione pubblica hanno contribuito gli oltre 60 casi di corruzione targati Pp. Il Gürtel, che ha sancito l’esistenza di una contabilità in nero gestita dal partito tra il 1989 ed il 2008, rappresenta infatti solo la punta dell’iceberg di una lunga serie di scandali giudiziari, alcuni gravissimi come il Punica ed il Lazo, che vedono imputati 900 esponenti dei popolari. Cifre elencate dallo stesso Psoe per giustificare la presentazione della mozione di censura, adducendo apertamente motivazioni di responsabilità politica nei confronti del Paese.

Un’iniziativa parlamentare che sembrava inizialmente destinata al fallimento sulla base degli esigui numeri dei socialisti al Congresso, forti soltanto dei propri 84 seggi e dei 67 garantiti da Unidos Podemos, la coalizione anti sistema capeggiata da Pablo Iglesias. Numeri che non garantivano il raggiungimento dei 176 voti necessari per la maggioranza assoluta. Nonostante la piena contrarietà nei confronti dell’esecutivo Rajoy, Ciudadanos aveva infatti dichiarato di non volere appoggiare la mozione di censura per evitare l’ipotesi di un Governo targato Psoe, facendo piuttosto appello alla formazione di un esecutivo tecnico finalizzato alla convocazione di nuove elezioni. Una posizione supportata dagli ultimi sondaggi elettorali che vedono al primo posto la formazione di Albert Rivera, espressione di una nuova destra moderna e fortemente europeista.

Ai fini dell’approvazione della mozione di censura è risultato quindi decisivo l’appoggio dei nazionalisti baschi e catalani, convinti da promesse ad hoc fatte dai socialisti. Il Psoe ha rassicurato il Partito nazionalista basco (Pnv) sul mantenimento del Bilancio 2018 approvato dal governo spagnolo, che prevede sostanziosi ingressi economici per i Paesi Baschi, mentre ha garantito un’apertura al dialogo sulla crisi catalana ad Esquerra Republicana ed al PDeCAT, i partiti indipendentisti che sostengono il nuovo Esecutivo regionale di Quim Torra.

La sorte di Mariano Rajoy è stata segnata da 180 voti a favore e 169 contrari, rendendolo il primo premier spagnolo ad essere destituito attraverso una mozione di censura sin dai tempi della restaurazione democratica. Gli scandali di corruzione hanno quindi spalancato le porte della Moncloa a Pedro Sánchez, automaticamente nominato nuovo capo del Governo, riportando il Psoe al potere dopo circa 7 anni di Esecutivo targato Partito popolare. Un’investitura che rappresenta in primis la rivincita dello stesso Sánchez, la cui carriera politica sembrava tramontata dopo le dimissioni da segretario generale del Partito socialista a seguito del disastroso risultato elettorale del 2016, il peggiore di sempre registrato dal Psoe con solo 22% di voti a favore.

Rieletto nuovamente a capo dei socialisti lo scorso anno, Pedro Sánchez è adesso chiamato a guidare il paese fino al 2020, termine ultimo dell’attuale legislatura. Al momento della presentazione della mozione di censura, il neo premier spagnolo aveva dichiarato di voler garantire “stabilità ed elezioni” in caso di nomina a capo del Governo, un’eventualità, quella del ritorno alle urne, non ancora annunciata ufficialmente. La formazione del nuovo esecutivo rappresenta ora il primo compito che spetta a Sánchez, una formazione che dovrebbe essere composta da soli esponenti del Psoe secondo quanto dichiarato dallo stesso segretario socialista.

Eletto grazie a complessi accordi di partito, Sánchez dovrà governare potendo contare su un sostegno parlamentare estremamente eterogeneo e frazionato, con i nazionalisti catalani (il binomio Erc e PDeCAT) pronti a far valere tutto il peso dei propri 17 seggi. Proprio la questione catalana si profila come la vera patata bollente che il neo-governo spagnolo dovrà gestire, chiamato a confrontarsi con Quim Torra, nuovo presidente e fedelissimo di Puigdemont.

Per una strana coincidenza di tempi istituzionali sull’asse Barcellona-Madrid, mentre Sánchez veniva nominato ufficialmente presidente dal Re Felipe VI, in Catalogna si celebrava la cerimonia d’insediamento del nuovo Governo regionale. Un’investitura resa possibile soltanto dalla decisione di Torra di rinunciare all’iniziale idea di rinominare Consiglieri alcuni membri dell’ex esecutivo catalano attualmente in carcere a Madrid. «Vogliamo avanzare verso la costituzione di uno Stato indipendente» ha dichiarato solennemente il neo presidente regionale, invitando Sánchez ad aprire presto un dialogo sulla crisi catalana che «non può prolungarsi un giorno di più».

L’insediamento del Governo di Quim Torra ha sancito il ritorno alla normalità istituzionale in Catalogna dopo 7 mesi, con la sospensione dell’art.155 e la conseguente cessazione del commissariamento del Governo regionale da parte di Madrid. Una normalità apparentemente solo di facciata, chiamata ora a fare i conti con la nuova gestione del conflitto catalano che imposterà Pedro Sánchez. Il neo premier spagnolo, strenuo difensore dell’unità nazionale, non ha mai concesso alcuna apertura alle spinte secessioniste catalane, sottolineando però più volte l’esigenza di una riforma costituzionale di tipo federalista, che mandi in soffitta il modello territoriale sancito dalla Costituzione del 1978.

Il Psoe, pur appoggiando l’applicazione dell’art.155 in Catalogna da parte del Governo Rajoy, ha ripetutamente accusato l’ex premier spagnolo di miopia istituzionale, attribuendogli colpe specifiche nello scoppio della crisi catalana - sancito dal ricorso di incostituzionalità presentato dal Pp contro il nuovo Statuto di autonomia regionale approvato dal Governo socialista di Zapatero - ed incapacità nel ricomporre la frattura sociale esistente nella regione. Sia il Pp che Ciudadanos hanno promesso un’opposizione feroce al governo Sánchez, accusandolo apertamente di scendere a patti con gli indipendentisti pur di garantirsi il potere. Un rapporto, quello con i separatisti catalani, su cui il neo premier spagnolo sembra giocarsi non soltanto la gestione del proprio Governo ma anche il futuro politico del Partito socialista.

@MarioMagaro

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA