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La svolta morbida della Spagna di Sanchez sui migranti

Madrid è stata un precursore della linea dura sui migranti. Ora però Sanchez ha avviato un cambio di rotta. Scelta difficile per un Paese di primo approdo, dove gli arrivi sono in aumento. L'opposizione dà battaglia, ma l’intesa con Francia e Germania può portare dei dividendi

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez. REUTERS/Susana Vera
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez. REUTERS/Susana Vera

Rifiuto dell’unilateralismo e degli interessi nazionali, alleggerimento della linea dura a favore di una condivisione delle responsabilità a livello europeo, accesso alla sanità pubblica. Sono alcuni degli indizi lasciati dal primo ministro Pedro Sanchez in materia di migrazioni, dopo il suo primo mese alla guida del governo spagnolo. Una scelta in controtendenza in Europa, soprattutto per un Paese di primo approdo, presa in un periodo segnato dal successo dei nazionalismi e della retorica populista imperniata sulle migrazioni.

La strategia di Sanchez sembra puntare sulla buona volontà e sull’apertura ai migranti. Questo malgrado oppositori politici e organizzazioni umanitarie da tempo denuncino i limiti della capacità ricettiva spagnola, sottolineata anche dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr): “La Spagna sta affrontando un altro anno molto impegnativo”. Gran parte delle strutture di accoglienza sono sature, poco o male organizzate e richiedono una rapida implementazione, soprattutto se Madrid è davvero destinata a sostituirsi all’Italia come porto sicuro per le imbarcazioni in arrivo dalle coste africane.

Schierarsi tra “i volenterosi” sembra però abbia già sortito degli effetti, a partire dallo stanziamento d’emergenza di 45,6 milioni di euro deciso dalla Commissione Europea in favore di Spagna e Grecia. Danaro destinato al miglioramento delle strutture di accoglienza. A Madrid andranno 25,6 milioni, mentre Unhcr gestirà i restanti 20 milioni per il funzionamento dei campi ellenici. Cifre esigue se commisurate al reale impegno richiesto dalla gestione dei flussi migratori, ma si tratta pur sempre di un segnale importante, da leggersi al contempo come incentivo alle scelte virtuose e monito per i Paesi reticenti, a partire dall’Italia giallo-verde.

Le principali rotte dirette in Spagna sono tre. Una parte dall’Africa Occidentale (Senegal e Mauritania) e punta alle Canarie, ma si tratta di una soluzione difficile e dispendiosa. C’è poi l’attraversamento via mare dal Maghreb sulle acque dello stretto di Gibilterra. Quindi il passaggio via terra attraverso Ceuta e Melilla, enclavi spagnole nel nord del Marocco, isolate dal resto del continente africano tramite recinzioni realizzate a partire dagli anni Novanta a fronte di uno stanziamento Ue di 30 milioni di euro.

Queste barriere furono la risposta alle insistenti esigenze di sicurezza interna di Madrid. Otto chilometri di sbarramento alto cinque metri circonda Ceuta, mentre a Melilla i chilometri sono 12. Gli ultimi interventi di restyling risalgono al 2005, quando il governo Zapatero, simbolo del socialismo spagnolo stanziò 8,7 milioni di euro per l’installazione delle concertinas, bobine di filo spinato dotate di rasoi. Dopo il dietrofront del segretario del Partido Socialista Obrero Español (Psoe), nel 2007 le concertinas furono rimosse, per essere riposizionate nel 2013, stavolta su ordine del predecessore di Sanchez, il conservatore Mariano Rajoy.

Pedro Sanchez sembra intenzionato a dimostrare che un’alternativa alla linea dura è possibile. Di certo le posizioni prese in materia di migranti rispondono a dinamiche interne, a partire dalla necessità di prendere le distanze dal lascito di Rajoy. Il primo ministro spagnolo sta chiaramente guardando all’Europa, scelta colta con favore da Emmanuel Macron e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

Il presidente francese ha trovato in Sanchez una sponda autorevole – un Paese affacciato sul Mediterraneo, quindi toccato direttamente dagli sbarchi – per sostenere la propria strategia europea in materia di migrazioni, emersa la scorsa settimana a Bruxelles, durante il vertice che ha portato alla firma del nuovo accordo sulle migrazioni.

La flessibilità di Sanchez ha portato una boccata di ossigeno anche in Germania, dove la gestione dei flussi migratori secondari ha rischiato di far collassare la coalizione di governo. A Bruxelles, la cancelliera Angela Merkel è riuscita a stringere accordi con 14 Paesi Eu proprio in materia di migranti, rispondendo almeno in parte alle richieste del ministro dell’Interno Horst Seehofer. La Spagna è tra questi, e alla base dell’intesa c’è l’impegno di Madrid a rispettare i dettami del regolamento di Dublino, riprendendosi i migranti registrati in Spagna che in futuro saranno intercettati nei punti di transito sul confine tedesco e austriaco.

Il primo indizio dell’apertura di Pedro Sanchez è stato l’arrivo al porto di Valencia della nave Aquarius, con 630 persone a bordo, partite dalla costa libica. Quasi in contemporanea, il ministro dell’Interno iberico, Fernando Grande-Marlaska ha annunciato la volontà del governo di rimuovere il filo spinato dalle barriere di Ceuta e Melilla, questo al fine di cercare “altri mezzi” per il controllo dei flussi migratori. Dichiarazione rafforzata dalla promessa di favorire l’accesso alla sanità pubblica anche ai non residenti, inclusi i migranti che ne abbiano bisogno. Negli ultimi giorni si è aggiunta l’autorizzazione allo sbarco per la nave Open Arms, della ong spagnola Proactiva Open Arms, con 59 migranti salvati davanti alla Libia. In questo caso, il porto di destinazione sarà Barcellona.

Se tre indizi fanno una prova, possiamo vedere nella linea di Sanchez un deciso cambio di rotta nelle politiche spagnole in ambito migratorio. Scelta almeno per ora sostenuta dal Psoe di Sanchez, seppur criticata dall’opposizione, convinta si stiano creando i presupposti per reindirizzare in Spagna gli esodi in partenza dal Nord Africa. Esodi che all’inizio della cosiddetta crisi dei migranti erano concentrati su Egeo e Balcani (2014-2015), quindi sull’Italia (2016-2017) e ora sembrano effettivamente guardare alla penisola Iberica.

Osservando i dati di Unhcr, il mese scorso la Spagna ha registrato 7.142 migranti (6.800 arrivati via mare). Sono più del doppio rispetto a quelli giunti in Italia (3.136), e oltre il quadruplo degli sbarchi ellenici (2.077). Cifre che trovano riscontro anche nel medio periodo. Da gennaio a oggi in Spagna sono state accolte 17.781 persone, il 32% in più rispetto a quelle arrivate in Italia (13.438) e il 29% in più rispetto alla Grecia (13.726). L’importanza del dato si coglie però guardando agli ultimi quattro anni: dopo un solo semestre, Madrid ha ampiamente superato il picco massimo del 2015, con 16.263 in 12 mesi. Sul piatto della bilancia ci sono anche le vittime, già salite a 1.355, al netto di 114 dispersi in un naufragio avvenuto in questi giorni a largo della costa libica.

Numeri più che sufficienti a indebolire sul nascere il governo Sanchez. Vista la sfrontatezza con cui negli ultimi anni molti partiti europei si sono serviti dei migranti a scopo politico, è evidente che la via virtuosa intrapresa dal leader del Psoe non ammette ripensamenti e potrebbe essergli fatale. Per Sanchez è dunque cruciale capitalizzare sin da subito i rischi presi, trasformandoli in risultati. Obbiettivo che considerate le difficoltà interne – crisi catalana in primis –, non potrà che giungere da un forte riposizionamento della Spagna nell’assetto europeo, magari proprio a fianco di Francia e Germania.

Nel conto va però messa l’Austria di Sebastian Kurz e Christian Strache, pronta a prendere la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione. Da Vienna, i leader della coalizione di ultra-destra hanno da tempo promesso di voler sfruttare il loro semestre di presidenza per «riportare l’Unione europea sulla direzione giusta attraverso i suoi principi fondamentali». Per riuscirci Kurz e Strache intendono correggere alcuni errori commessi in precedenza, a partire proprio dalle migrazioni.

@EmaConfortin 

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