Nel Baltico riaffiorano antiche tensioni. L’attivismo di Putin preoccupa gli svedesi, che rafforzano le difese al confine, reintroducono la leva e valutano un possibile ingresso nella Nato. Allarme anche tra gli altri Paesi scandinavi. Ma la vera partita è energetica, non militare

Una squadra del Regimento Skaraborg Armored, in addestramento sull'isola di Gotland nel Baltico, pattuglia al di fuori della cinta muraria del 13 ° secolo di Visby, Svezia, 14 settembre 2016. Soren Andersson / TT News Agency tramite REUTERS
Una squadra del Regimento Skaraborg Armored, in addestramento sull'isola di Gotland nel Baltico, pattuglia al di fuori della cinta muraria del 13 ° secolo di Visby, Svezia, 14 settembre 2016. Soren Andersson / TT News Agency tramite REUTERS

È una relazione complicata, quella tra Russia e Svezia. Antica e molto complicata. Nel IX secolo i mercanti-pirati svedesi scorrazzavano per i fiumi russi, fondando città come Novgorod. I locali li chiamavano ruotsi (rematori) da cui, forse, il nome “russi”. Ancora nel XVII secolo, quando la Svezia era una potenza militare, la Russia doveva fare i conti con lo scomodo vicino: erano i tempi del re-guerriero Gustavo IIAdolfo e del suo impero nordico, esteso sino alla Carelia, all’Ingria e ad altri territori baltici. Le cose iniziarono a cambiare con lo zar Pietro il Grande, che nel 1709 a Poltava sbaragliò l’esercito di Carlo XII, detto “Alessandro del nord”.


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Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Oggi è la Russia, ancora una volta, a dominare la scena geopolitica nel nord Europa. E l’assertività di Mosca in Ucraina, in Crimea e nel Baltico turba i sonni delle cancellerie di Stoccolma, Copenaghen, Oslo. «Le relazioni della Svezia con la Russia sono a un livello storicamente basso» spiega da Uppsala Claes Levinsson, direttore dell’Istituto per gli studi russi ed euroasiatici (Ires) «Infatti la Svezia è vista come uno dei Paesi dell’intera Ue con cui la Russia ha i rapporti peggiori. La ragione di ciò è l’annessione illegale della Crimea da parte della Russia e le aggressioni russe in Ucraina orientale».

Un’altra ragione delle tensioni russo-svedesi è storica, continua Levinsson. «La Svezia, in quanto piccolo stato scandinavo, ha considerato per lungo tempo il suo vicino orientale come un potenziale aggressore e si è sforzata di non essere inclusa nella sua sfera di influenza». Ufficialmente Paese non-allineato - guai a dire a uno svedese che il suo Paese è neutrale, vi correggerà con stizza -, da poco la Svezia ha reintrodotto una sorta di leva militare ed è tornata a valutare seriamente la possibilità di entrare nella Nato - anche se la politica di Trump spaventa non poco, e Mosca non sarebbe affatto felice della cosa -.

Di recente il governo svedese ha iniziato a distribuire alla popolazione un opuscolo dall’eloquente titolo Se arriva una crisi o una guerra, che spiega cosa fare in caso di bombardamento o di attacchi cibernetici - come quelli che hanno colpito negli ultimi anni Estonia e Lettonia - e parla anche di fake news. La notizia dell’opuscolo ha fatto il giro del mondo.

La professoressa Li Bennich-Björkman, politologa esperta di Europa orientale, getta acqua sul fuoco: «Non è corretto dire che ci sono concrete preoccupazioni. Si tratta, piuttosto, di rendere normale un certo grado di preparazione in caso di conflitti o crisi», spiega. «Documenti del genere hanno fatto parte della vita quotidiana svedese per molto tempo ma poi erano scomparsi con la fine della Guerra Fredda. In ogni caso, la distensione si è definitivamente conclusa ormai e la Svezia sta anche rafforzando le sue difese di confine, oltre ad aver reintrodotto la leva generale».

L’isola di Gotland, chiave di volta del Baltico, è oggetto di una - blanda, per la verità - ri-militarizzazione e il budget per la difesa è in costante crescita: nel 2019 dovrebbe sfiorare i 54 miliardi di corone, contro i 37,5 del 2015. «I russi sono diventati più aggressivi: pensano che il Baltico sia uno stagno per i loro sottomarini, come ai tempi della Guerra Fredda» dice un politico svedese che vuole mantenere l’anonimato. In particolare, inquieta il rafforzamento del dispositivo militare a Kaliningrad, enclave russa tra Lituania e Polonia che fu la patria di Kant e che oggi ospita i missili balistici Iskander. «Quel tipo di missili non può essere intercettato ed è una minaccia per la Svezia, come per gli altri partner nordici ed europei» osserva il politico.

In Danimarca, la destra definisce la Russia una “seria minaccia” e il governo guidato dal liberale Lars Lokke Rasmussen si è impegnato in un aumento delle spese militari. Oslo sta rafforzando la cooperazione militare con Washington. Anche la Finlandia, da sempre attenta ai rapporti di buon vicinato con la Russia - che è un partner commerciale fondamentale - è inquieta.

Nota Anna-Liisa Heusala, ricercatrice all’Aleksanteri Institute, centro dell’Università di Helsinki: «La Finlandia ha tentato di mantenere le sue storiche relazioni bilaterali con la Russia, con una particolare attenzione sui temi che ci uniscono e non ci dividono, come i traffici commerciali, l’ambiente e le scienze. I leader finlandesi sottolineano la solidarietà e l’unità europee ma in realtà cercano di smorzare i toni del confronto con la Russia ed enfatizzano il dialogo».

A differenza di norvegesi e danesi, i finlandesi non fanno parte della Nato e hanno una percezione più sfumata delle azioni russe. «Nel complesso, le relazioni tra i Paesi nordici e la Russia hanno visto giorni migliori» ammette la Heusala. «Le tensioni militari sono percepite in tutta l’area baltica, che è cruciale per la sicurezza sia della Finlandia che della Svezia. E la Russia vuole spingere i propri interessi economici nel Nord Europa, specialmente quelli in relazione all’export energetico».

Perché, opuscoli governativi ed esternazioni bellicose a parte, anche qui la partita è prima di tutto economica e idrocarburica. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

@gabrielecatania

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