Malik, il custode della Via dei Balcani

È trascorso quasi un anno dalla sottoscrizione del discusso accordo tra l’Unione europea e la Turchia sulla gestione dei migranti. Precisamente era il 18 marzo 2016, quando Bruxelles e Ankara hanno definito un piano d’azione comune per arginare l’esodo di persone in arrivo sul mare Egeo. «I giorni delle migrazioni illegali in Europa sono finiti», tuonava il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk per celebrare il deal. Allo stesso modo il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, «romperà il modello di business dei trafficanti che sfruttano la miseria umana».

Una doppia recinzione di rete e filo spinato al confine tra Grecia e Macedonia. Foto di Emanuele Confortin
Una doppia recinzione di rete e filo spinato al confine tra Grecia e Macedonia. Foto di Emanuele Confortin

A conti fatti, il numero degli arrivi registrati nel 2016 sembra dar ragione all’accordo. Tra il 2015 e il 2016 gli sbarchi di migranti sono calati del 64,7%. Tutt’altra storia il bilancio delle vittime, cresciuto da 3.771 del 2015, alle 5.022 del 2016, con un incremento del 33,7% sul totale, ma il cui peso è ancor più rilevante in ragione del basso numero di arrivi. Per intenderci, nel 2016 la probabilità di morire in mare sulla via per l’Europa è triplicata. Se facciamo lo sforzo di non pensare troppo alle vittime, va riconosciuto che il ridimensionamento degli arrivi è un dato intangibile, ma rimangono pesanti riserve sulla «rottura del modello di business dei trafficanti» predetta da Tusk.

Di fatto il numero degli attraversamenti sul Mediterraneo nel 2016 è aumentato rispetto al 2015, tanto da indurre l’Europa a prevedere un accordo – in fase di definizione – con la Libia per congelare le partenze della costa. Allo stesso modo la Via dei Balcani continua a vivere. Secondo diversi osservatori internazionali, la linea che unisce il confine greco-macedone a quello Serbo-Ungherese è percorsa da una media di cento persone al giorno. Sono tutti migranti guidati in Europa dalle organizzazioni di trafficanti prolificate sui Balcani dopo l’accordo con Ankara. Non si tratta più di piccole “imprese individuali” gestite da cittadini balcanici disposti a scarrozzare in auto qualche migrante in cambio di un compenso. Oggi sopravvivono solo società internazionali, spesso composte da operatori dislocati in nazioni diverse, che parlano più lingue e offrono pacchetti completi. Non si lucra solo sul “passaggio verso nord” dunque, ma il business sembra stia seguendo la logica del servizio a consumo. L’offerta prevede trasporti, protezione, documenti falsi, acquisto biglietti, servizi di credito, offerta alloggi e ripari. Allo stesso modo anche i controlli sui Balcani sono stati perfezionati, serrati a tal punto da rendere preferibile pagare nettamente di più e acquistare un documento falso nel mercato nero, quindi un biglietto aereo e volare comodamente nel cuore dell’Europa. Solo a quel punto, dopo l’arrivo auto-denunciarsi come richiedente protezione internazionale alle autorità locali.

 I resti degli sbarchi sulla costa dell’isola di Samo in Grecia. Foto Emanuele Confortin. I resti degli sbarchi sulla costa dell’isola di Samo in Grecia. Foto Emanuele Confortin.

Chi ancora cerca una via sui Balcani sono soprattutto i migranti di provenienza asiatica, afgani e pachistani tra tutti, per i quali il budget costituisce un limite insormontabile, al pari della necessità di muoversi in clandestinità per evitare di essere respinti nel Paese di origine. Del resto, l’Unione Europea ha pensato bene di stilare con il governo afgano un patto tale da consentire agli Stati membri di “rimpatriare, riammettere e reintegrare”, in via obbligatoria, un numero illimitato di afgani nel loro Paese. Il Joint way forward on migration del 2 ottobre 2016 è stato presentato al mondo come un’intensa bilaterale, ma criticato per via della coincidenza temporale con la Conferenza internazionale sull’Afghanistan, durante la quale sono stati concessi 14,3 miliardi di aiuti economici a Kabul. Elargizione additata come una sorta di indennizzo per il ritorno dei migranti e sufficiente a esercitare una pressione cruciale sul governo di Kabul, per molti costretto a barattare l’accordo a fronte dello stanziamento. La riluttanza del governo afgano ad accettare il piano di rimpatrio va cercata nella decisione del ministro per i Rifugiati, Sayed Hussain Alemi Balkhi, di non sottoscrivere di proprio pugno il documento, demandando il compito a un delegato. L’intesa di ottobre rappresenta la prima occasione in cui Bruxelles ha optato per il rimpatrio forzato di migranti con una nazione in guerra. Un precedente pericoloso, oltre che di dubbia legalità in tema di diritto di asilo. Il problema è che a differenza della Siria, l’Afghanistan è ormai considerato fuori pericolo, quindi in grado di gestire i propri migranti.  

La porta della Via dei Balcani è ancora la Grecia. Precisamente la cittadina di Evzoni situata a 500 metri dal confine macedone, lungo la statale E75 proveniente da Salonicco. Qui, qualche mese fa ho incontrato Malik, un ragazzo pachistano impegnato da anni nel traffico di migranti verso Macedonia e Serbia. L’appuntamento viene organizzato da un intermediario di origine afgana. Malik ha 26 anni, viene da Lahore, la capitale culturale del Pakistan nonché importante centro del misticismo sufi. Ha pochi capelli, troppo radi per la sua età, così come la barba. È alto e longilineo, lo sguardo amichevole e trasmette l’impressione di aver già vissuto molto, di essere perfettamente consapevole di quanto sta facendo. Malgrado la vita vissuta in fretta, si stupisce sentendomi zoppicare in urdu. Conosco la città dove è nato, il luogo in cui vive la sua famiglia e tanto basta a rompere gli indugi. «Non ho mai parlato con i giornalisti, ma accetto solo perché conosci il Pakistan. Niente foto, niente video però», poi si siede davanti a me, su una panchina in legno nel parcheggio di BP station.

Malik indossa una t-shirt rossa, un paio di scarpe da ginnastica e pantaloni troppo spessi, buoni per trascorrere le notti all’aperto, nella boscaglia. È arrivato in Europa 12 anni fa, al termine di un lungo viaggio in un container assieme ad altri migranti pachistani e afgani. Adesso lavora come procacciatore e guida per i migranti. Passa le giornate a cercare clienti da condurre oltre il confine macedone per poi lasciarli al successivo anello della staffetta. Indirizza i migranti sulla Via dei Balcani. «Il rischio è sempre lo stesso, con cinque o con venti persone, quindi non parto se non ho messo assieme un gruppo sufficiente. Ho accompagnato fino a cento migranti in una volta sola». I mesi estivi sono i più gettonati per i passaggi clandestini. Le temperature permettono soste agevoli all’addiaccio, poi la vegetazione rigogliosa offre nascondigli migliori, pertanto Malik “viaggia” ogni quattro o cinque giorni. «Vengo pagato solo dopo l’arrivo a Belgrado. L’organizzazione è come una catena e una volta incassata la cifra le spettanze giungono a tutti gli altri, fino a me. Prendo cinquanta euro a persona».

Quando la Via dei Balcani era ancora aperta. Sid, confine serbo-croato. Foto Emanuele ConfortinQuando la Via dei Balcani era ancora aperta. Sid, confine serbo-croato. Foto Emanuele Confortin

Il trafficante di Lahore si sofferma a spiegare alcuni trucchi del mestiere. Mi assicura che la programmazione è essenziale. «Conosco benissimo il territorio, sia da questa parte che in Macedonia, ho testato da solo tutti i percorsi prima di andare con i clienti». Serve molta pazienza, bisogna appostarsi anche per ore prima di riuscire a superare un punto di controllo della polizia. Per lui e quelli dell’organizzazione è importante andare a segno, evitare di essere intercettati dalla polizia. Devono minimizzare i rischi per riuscire a passare senza intoppi – altrimenti non verrebbero pagati – e per crearsi una certa credibilità tra i clienti. «Il passaparola è fondamentale. Chi arriva a destinazione scrive agli amici rimasti, dando i miei riferimenti. Se il servizio non fosse buono avrei già chiuso». La reputazione è importante anche per distinguersi dai falsi trafficanti, quelli che prendono in ostaggio i migranti e li derubano, abbandonandoli su una strada o in mezzo alla campagna. «Noi non facciamo così, siamo professionali e puntiamo su sicurezza e raggiungimento dell’obiettivo» assicura, quasi mi stesse proponendo una consulenza.

Malik però non è sempre stato un trafficante. Durante la sua parentesi europea ha vissuto in Italia, in Francia, in Serbia e in Macedonia. Poi è tornato in Grecia, dove ha lavorato come piastrellista, anche se non prendeva abbastanza soldi, inoltre era un lavoro troppo duro per lui. La sua carriera criminale è iniziata sei anni fa, spinta dai continui arrivi di persone dall’Afghanistan e dal Pakistan. Lui conosceva la lingua dei migranti, aveva contatti in Grecia e sui Balcani, poi una naturale predisposizione a risolvere i problemi perciò, non appena ha avuto l’opportunità ha preso questa strada. «A volte le cose si mettono male. Ho fatto tre anni di carcere per aver favorito le migrazioni clandestine e per i documenti di soggiorno scaduti». Malik non è l’unico broker della zona, ma ci sono altri che come lui si guadagno da vivere avviando persone verso Nord. Talvolta unisce le forze con i concorrenti e assieme organizzano gruppi collettivi molto numerosi. «Non porto mai merci, droga o armi. Trafficare droga sarebbe come uccidere indirettamente delle persone, stessa cosa con le armi. Mi limito ai migranti». Il 26enne pachistano dimostra un profondo rispetto per i poliziotti, mi assicura che non sono corrotti e da quanto capisco nemmeno corruttibili «fanno il loro lavoro e hanno gli occhi bene aperti». Teme di essere arrestato e di poter «finire la mia vita con dieci o quindici anni di prigione».

Faccio notare al mio interlocutore che 50 euro a persona costituiscono una bella cifra, soprattutto se riesce davvero a smobilitare decine di persone ogni settimana. «Tengo quanto serve a vivere, il resto lo trasferisco in Pakistan a mia madre, mio padre e ai miei quattro fratelli». Le rimesse inviate dalla Grecia permettono al resto della famiglia di condurre un’esistenza più che dignitosa, nettamente sopra la media del Paese. «Resterò da queste parti altri tre mesi, poi farò rientro a Lahore per sposarmi», anche se la sua casa ormai si trova in Grecia. Qui ha contatti, amici, opportunità, ragion per cui intende trasferirsi definitivamente con la moglie, per condurre un lavoro legale, magari aprire un negozio in città. «Quando avrò una famiglia mia sarà diverso, non potrò più vivere in questo modo e rischiare la galera. Dovrò cambiare molte cose». Malik si congeda seguendo l’etichetta del suo Paese, riservandomi il rispetto dovuto a un ospite. Poi torna a sedere a gambe incrociate su una delle panche addossate alla stazione di servizio. Telefono in vista, bibita energetica in mano e sguardo fisso a frugare tra la gente, alla ricerca di un’intesa, di qualcuno cui proporre un prezzo per l’Europa. 

@EmaConfortin

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