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Perché il Trimarium non sarà una Visegrad allargata

Dalla sua fondazione l’Iniziativa dei Tre Mari (Paesi del Mar Nero, Adriatico, Baltico) è stata vista come un grimaldello polacco per fiaccare la Ue, argine contro la Russia (e contro la Germania) e ponte per gli Usa di Trump. Ma con il summit di Bucarest qualcosa è cambiato

Il presidente rumeno Klaus Iohannis interviene durante il summit dell'Iiniziativa dei Tre Mari a Bucarest, in Romania, il 18 settembre 2018. Foto di Inquam / Octav Ganea via REUTERS
Il presidente rumeno Klaus Iohannis interviene durante il summit dell'Iiniziativa dei Tre Mari a Bucarest, in Romania, il 18 settembre 2018. Foto di Inquam / Octav Ganea via REUTERS

Lunedì e martedì si è tenuto a Bucarest il terzo summit dell’Iniziativa dei tre mari o, più semplicemente, Trimarium, foro di coordinamento tra il Gruppo Visegrad, le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania), Croazia, Slovenia, Romania, Bulgaria e Austria, istituto nel 2016. I Paesi del Baltico, del Nero e dell’Adriatico che si parlano e interagiscono per delineare strategie comuni a livello energetico, economico e infrastrutturale: questo il senso del progetto, almeno sulla carta. Il fatto è che dal momento della sua fondazione il Trimarium è sempre stato visto come un grimaldello per fiaccare l’Europa e comprometterne l’unità.

Diversi i motivi. Il primo sta nella congiuntura politica, populista e sovranista, in Polonia e Croazia, i due Paesi che hanno sdoganato il Trimarium fra cui, ovviamente, Varsavia ha peso specifico maggiore. Il secondo è l’eco della storia, ben udibile nell’assonanza tra Trimarium e Intermarium, la confederazione che Varsavia, tra le due guerre, cercò di creare per contenere gli imperialismi sovietico e tedesco. Il Trimarium non sarebbe che un Intermarium aggiornato ai tempi nostri, dicono diversi esperti, volto da un lato a contrastare il revanscismo russo, dall’altro a munirsi di armi nuove nella battaglia culturale per cambiare l’Europa liberale a trazione tedesca: il grande obiettivo di Jaroslaw Kaczynski, il leader de facto polacco, ben accodato sulla scia di Viktor Orban.

La Polonia con il Trimarium cercherebbe sponde in questo senso, tentando di mettere la nuova Europa contro la vecchia. Tutti i membri dell’iniziativa, a eccezione dell’Austria, sono infatti Paesi Ue di recente ingresso. Una Visegrad allargata che ha peraltro ottenuto la benedizione del presidente americano Donald Trump, appositamente recatosi a Varsavia per il vertice del Trimarium nel luglio 2017. L’interesse di Trump per questo foro di dialogo non è mutato nel corso di questi dodici mesi, ha fatto sapere da Washington, dove era in visita ieri, il presidente polacco Andrzej Duda.

Forse, però, è cambiato il registro del Trimarium. Il summit di quest’anno è stato molto meno ideologico del precedente. Si è tentato di superare lo scetticismo europeo intorno all’iniziativa. A Bucarest sono stati invitati il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker e il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ma anche alti rappresentanti della Banca mondiale e delle due banche targate Ue, quella per gli investimenti (Bei) e quella per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers).

Il tentativo di coinvolgere le istituzioni europee e la Germania, e dunque di evitare l’isolamento e lo svuotamento di senso del Trimarium, appare come uno sforzo romeno, portato avanti sia dal presidente Klaus Iohannis, che ha aperto i lavori, che dal governo di Bucarest - nonostante i pessimi rapporti con lo stesso Iohannis-. La Romania infatti, non unico tra i Paesi membri, ha sempre guardato con un certo fastidio al protagonismo polacco e alla sua visione del Trimarium come barricata anti-russa, argine all’egemonia tedesca in Europa e ponte con l’America di Trump.

Emerge dunque un contrasto tra una visione del Trimarium come strumento specifico della nuova Europa, possibilmente incardinato nel quadro sovranista, e un’altra orientata a immergerlo nel contesto europeo e a concentrarlo sui soli aspetti economici, infrastrutturali ed energetici, senza dare troppe verniciature politiche.

Ma si riscontrano divergenze anche in merito alla questione russa. I polacchi sono fortemente ostili a Mosca mentre romeni, slovacchi, sloveni e bulgari si muovono con maggiore cautela. Orban invece è pro-Mosca dove ieri, tra l’altro, si è recato in visita al Cremlino.

«Non possiamo dire che verso la nostra cooperazione vi sia un clima favorevole a livello internazionale ma contro questi fenomeni negativi dobbiamo lottare insieme», ha detto da Mosca il primo ministro ungherese che, proprio grazie a un maxi-investimento russo, potenzierà la centrale nucleare di Paks. E ciò è in contraddizione con la strategia della diversificazione delle fonti energetiche e della riduzione della dipendenza da Mosca che, alla fine della fiera, è la cosa su cui nel Trimarium si registra un più ampio consenso.

È una sfida che la Polonia persegue da tempo. Nel 2015, ad esempio, è stato inaugurato un terminal per il gas naturale liquefatto (Lng), a Swinoujscie, sul Baltico. Lo riceverà anche dall’America di Trump, molto interessato a fare affari in questo campo, sulla base di un contratto firmato pochi mesi fa. La Croazia, che ha iniziato a costruire un terminal per il Lng sull’isola di Krk (Veglia), a sud di Fiume, si pone lo stesso obiettivo. Orban no. La Russia per lui è fornitrice di energia e alleata politica.

Probabilmente, per via di questa e altre diversità a livello di visione, il Trimarium non potrà mai svilupparsi come un’alleanza politica tout court. Sarà molto difficile creare una Visegrad allargata. La stessa Visegrad non è un’unione strategica caratterizzata dalla coesione assoluta.

Il Trimarium resterà, se andrà bene, uno strumento per rafforzare la cooperazione tra i Paesi della nuova Europa. A meno che l’Ue non salti o prenda con decisione, e rapidamente, la strada delle due velocità. Molto dipenderà dall’esito delle elezioni europee del maggio 2019. E almeno qui Orban, Kaczynski, il premier ceco Andrej Babis e il governo croato remano nella stessa direzione.

@mat_tacconi

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