Per il suo debutto all’estero dopo il voto, Erdogan sceglie l’entità turco-cipriota, meta con un forte valore simbolico e politico. A Nicosia trova una comunità ostile al suo conservatorismo religioso e pronta a sfidarlo, ma che non può sciogliere l’abbraccio con Ankara

Il presidente Erdogan, accompagnato dalla moglie Emine saluta la folla nel palazzo presidenziale ad Ankara, in Turchia, il 9 luglio 2018. REUTERS / Umit Bektas
Il presidente Erdogan, accompagnato dalla moglie Emine saluta la folla nel palazzo presidenziale ad Ankara, in Turchia, il 9 luglio 2018. REUTERS / Umit Bektas

Accompagnato dall'assordante silenzio europeo sulla vittoria presidenziale, il "Sultano" Recep Erdogan, forte dei nuovi super poteri garantiti dalla riforma costituzionale approvata dal referendum del 2017 e dalla vittoria alle elezioni anticipate di giugno, si appresta alla sua prima visita ufficiale del dopo voto. Destinazione Nicosia (nord), nella secessionista Repubblica turco cipriota, per l’inaugurazione della monumentale moschea Hala Sultan, costruita in un quartiere periferico dell'ultima capitale divisa d'Europa.


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Non è un caso che Erdogan abbia scelto di aprire la sua presidenza a Cipro (nord): la porzione a nord della Green Line, la frontiera non ufficiale sorvegliata dai caschi blu dell'Onu che, da 44 anni tra pochi giorni, tiene separate la comunità greca -nell'Ue- da quella turca -nel limbo degli Stati non riconosciuti- è per Ankara un avamposto di valore inestimabile.

Lo è sul piano politico perché la Green Line è anche la frontiera di fatto più ad est dell'Ue e il mantenimento dello status quo sull'isola continua a rappresentare un fattore di instabilità nei rapporti con i partner-avversari di Bruxelles. Lo è sul piano simbolico perché, come ricordano con sarcasmo alcuni storici anti regime, quella del '74 è l'unica vittoria militare turca dalla caduta dell'Impero ottomano. Nonostante l'epopea della missione Attila, l'operazione che portò l'esercito turco ad occupare il 37% dell’isola, affascini giusto la vecchia guardia dell'esercito e gli alleati ultra-nazionalisti dell'Mhp, Cipro nord rimane un laboratorio politico-sociale privilegiato per Ankara.

La visita di Erdogan, tra l'altro, capita - guarda caso - proprio a ridosso della scadenza del mandato semestrale di Unficyp, la missione Onu di peacekeeping sull'isola dal 1963. Alle Nazioni Unite si discute da tempo sulla necessità di riallocare i fondi per le missioni di pace e, se questo orientamento dovesse alla fine prevalere, Cipro sarebbe la prima vittima dei tagli. 

D’altronde, dicono tutti: come si possono giustificare i soldi spesi per funzionari e caschi blu, quando sull’isola non si spara più un colpo da oltre 40 anni?

I greci tremano all’idea di trovarsi davanti gli oltre 50mila soldati turchi stanziati a nord ma, a dirla tutta, neanche a nord tutti gioiscono al pensiero di essere lasciati da soli con Erdogan e le sue megalomanie. Perché turco è un conto, turco-cipriota un altro e, nonostante l’incessante arrivo di coloni dalla madre patria, i ciprioti di cultura turca ad abbandonare le loro tradizioni mediterranee e laiche per una conversione al neo ottomanesimo proprio non ci pensano. A Nicosia nord si beve alcool, non tutti frequentano le moschee, le donne non indossano il velo e i giovani sognano Londra e non Istanbul. 

Ma l’isolamento internazionale - la Repubblica turco-cipriota è riconosciuta solo dalla Turchia -, decenni di embargo e i colloqui di pace da tempo in un cul de sac stanno spingendo il nord tra le braccia della madre patria.

Quanto invadente sia la presenza turca a Cipro lo dimostra un fatto accaduto a fine gennaio: il piccolo settimanale di opposizione Afrika - un giornale progressista fortemente anti Erdogan - si è scagliato contro l’operazione del Sultano ad Afrin. Nessuna testata in lingua turca, neanche quelle della diaspora, possono osare il muro contro muro contro il governo ma a Cipro nord è diverso: nonostante le scuole islamiche si siano moltiplicate negli ultimi anni e cosi la presenza di moschee, il gay pride si svolge senza problemi e la stampa è libera di parlare male di chi vuole. La presa di posizione di Afrika, però, ha scatenato una reazione di Erdogan che ha invitato i turco ciprioti a reagire contro una pubblicazione “cattiva e da quattro soldi”.

Alla chiamata hanno risposto solo i militanti del suo partito Akp e i “lupi grigi” sull’isola che hanno preso d’assalto la redazione del settimanale vandalizzandola. In quel caso, però, invece di piegarsi, la società civile turco-cipriota ha risposto con una grande manifestazione a Nicosia accompagnata dalla dura condanna del presidente Mustafa Akinci, politico europeista che mal digerisce Erdogan.

I turco-ciprioti non possono fare a meno dei soldi e non possono impedire l’influenza della madre patria ma l’assimilazione culturale è processo sempre più evidente e forse è una minaccia ben più insidiosa di quella rappresentata dai greci.

@msfregola

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