Ad Ankara è ripreso il dialogo tra Turchia e Ue. Tra le priorità condivise, il dossier Siria e le sanzioni Usa all’Iran. La questione cipriota però rischia di bloccare tutto. E la Ue conferma la preoccupazione per la tenuta della democrazia. Ma la Mezzaluna in crisi economica ha bisogno dell’Europa

Il presidente turco Tayyip Erdogan. REUTERS/Umit Bektas
Il presidente turco Tayyip Erdogan. REUTERS/Umit Bektas

Ankara - Dopo un anno e mezzo di stallo è ripreso il dialogo politico ad alto livello tra Turchia e Unione europea. Il 22 Novembre l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri della Ue, Federica Mogherini, e il Commissario per l’Allargamento, Johannes Hahn, sono giunti ad Ankara con un’agenda fitta di punti da discutere con il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu e il vice ministro con portafoglio ‘Affari Europei’ Faruk Kaymakcı.


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«Abbiamo avuto un incontro costruttivo, fruttuoso, onesto e aperto in un'atmosfera molto positiva», ha dichiarato la Mogherini, sottolineando un certo progresso nella comunicazione politica con la Turchia, Paese candidato membro nonché partner strategico della Ue.  

La Siria è in cima alle questioni di politica estera su cui le posizioni di Turchia e Ue sono vicine. Entrambe le parti sono favorevoli a una soluzione politica del conflitto, concordano nel ritenere che il presidente siriano Bashar al-Assad non dovrebbe avere alcun ruolo nella futura gestione del Paese.

La stabilizzazione della Siria è una priorità condivisa che fa perno anche sul Memorandum di Sochi, siglato lo scorso settembre da Turchia e Russia riguardo le zone di de-escalation di Idlib. «Vorrei elogiare pubblicamente la Turchia e personalmente il presidente Recep Tayyip Erdoğan per il ruolo chiave svolto nel negoziare e attuare il Memorandum, la cui esecuzione è fondamentale per contribuire a evitare un’enorme crisi umanitaria e anche per aprire la prospettiva politica per una soluzione della crisi», ha affermato l’Alto Rappresentante europeo. A questo si aggiunge l’apprezzamento per la politica di accoglienza adottata da Ankara che ospita oltre 4 milioni di rifugiati, di cui 3,5 milioni di origine siriana.

La Siria non è l’unica questione regionale dal mutuo interesse strategico. La decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’accordo nucleare con l’Iran e di annunciare una nuova serie di sanzioni ha aperto un nuovo spazio di cooperazione tra Ankara e Bruxelles. Entrambi sono contrari all’applicazione delle sanzioni e, mentre la Turchia gode di un’esenzione temporanea sulla fornitura di petrolio iraniano, permangono reciproche preoccupazioni riguardo l’impatto economico delle misure americane. Le decisioni unilaterali statunitensi sono il collante delle rispettive posizioni anche riguardo il trasferimento dell’ambasciata israeliana a Gerusalemme.

La controversia in corso tra Turchia e i greco-ciprioti sulle riserve d idrocarburi al largo dell'isola di Cipro può però avere un serio impatto a livello bilaterale tra Ankara e Bruxelles. La Ue sostiene incondizionatamente Cipro e la Grecia, suoi Stati membri, e diverse sono state le direttive alla Turchia volte a rispettare la sovranità di Cipro e le sue zone economiche esclusive (Zee) oltre che ad allentare la tensione nella regione. La Turchia, dal canto suo, come Stato garante, invita i greco-ciprioti a onorare i diritti dei turchi residenti nell'isola.

La questione di Cipro è di importanza cruciale soprattutto alla luce del veto sulla maggior parte dei capitoli negoziali del processo di adesione della Turchia. Ciò nonostante, nell’incontro di Ankara il riferimento alla membership turca ha ricevuto una connotazione secondaria rispetto al ruolo primario di “partner strategico”.

Rimangono inoltre serie preoccupazioni da parte della Ue sulla «detenzione di numerosi eminenti rappresentanti accademici e della società civile, anche recenti, e sulla prigionia di Selahattin Demirtaş, leader del partito filo-curdo Hdp in carcere dal 2016, in violazione alla Convenzione sui diritti umani», come è stato puntualizzato da Hahn.

La Turchia ha espresso invece disappunto per la mancata iscrizione del movimento gulenista Hizmet, ribattezzato Fetö da Ankara – acronimo di Fethullahçı Terör Örgütü, organizzazione terroristica di Fethullah Gulen, considerato dal governo turco architetto del tentato golpe del 15 luglio 2016 – nella lista nera dei gruppi terroristici. «Ankara si aspetta un solido sostegno da parte degli Stati membri dell'Unione europea nella lotta al terrorismo. Non è accettabile per la Turchia che i Paesi membri dell’Ue abbiano concesso asilo ai membri del gruppo terrorista gulenista (Fetö)» , ha dichiarato Çavuşoğlu.

Il processo di adesione invece, pur restando in secondo piano ad Ankara, lentamente si è rimesso in moto. Dopo una pausa di tre anni, il governo turco ha recentemente ripreso le attività del Reform Action Group volte all’implementazione delle riforme in base agli standard europei e a conseguire progressi nell’adeguamento dell'unione doganale e nel processo di liberalizzazione dei visti.  

Nonostante la smaccata retorica nazionalista e i proclami del presidente turco Erdoğan di indire un referendum per uscire dal processo negoziale, le dinamiche degli ultimi tempi dimostrano che Ankara ha intrapreso una campagna coordinata volta a riannodare i legami con l’Unione Europea. Una correzione di rotta necessaria, anche a fronte della drammatica crisi che sta colpendo l'economia turca. L’Europa rimane il principale partner commerciale per la Turchia, e il crollo della Lira, unito al vacillare dei legami con gli Stati Uniti, sono ottimi motivi per la ripresa di un dialogo costruttivo. 

@valegiannotta

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