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L’omicidio di Oliver Ivanovic e le ombre sul futuro del Kosovo

Inviso a Vucic, ormai isolato, il leader moderato dei serbi del Kosovo è stato ucciso nel giorno in cui avrebbe dovuto riprendere il dialogo tra Belgrado e Pristina. Da tempo sapeva di non essere al sicuro. Perché dava fastidio a tutti, e più a certi serbi che agli albanesi

Persone accendono candele per commemorare Oliver Ivanovic davanti alla sua casa a Kosovska Mitrovica, Serbia, 16 gennaio 2018. REUTERS / Djordje Kojadinovic
Persone accendono candele per commemorare Oliver Ivanovic davanti alla sua casa a Kosovska Mitrovica, Serbia, 16 gennaio 2018. REUTERS / Djordje Kojadinovic

Nella mattina di martedì 16 gennaio, a Mitrovica nord, città a maggioranza serba del Kosovo, è stato ammazzato Oliver Ivanović, leader della lista civica “Libertà, Democrazia e Giustizia”.

Il delitto, i cui esecutori sono ancora sconosciuti, è avvenuto in un giorno cruciale per il futuro politico del Kosovo. Nella mattinata di martedì, infatti, a Bruxelles si attendeva la ripresa del processo di dialogo tra Belgrado e Pristina dopo un'interruzione di oltre un anno. Tuttavia, poco dopo la conferma della morte di Ivanović, il direttore dell'ufficio per il Kosovo e Metohija e capo della delegazione serba, Marko Đurić, ha annunciato la nuova interruzione dei negoziati a causa dell'omicidio del politico.

Di ritorno da Bruxelles, il presidente della repubblica Aleksandar Vučić ha convocato una sessione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale, dopo la quale è seguita una conferenza stampa in cui Vučić ha definito l'omicidio di Ivanović un atto terroristico che ha colpito non solo il popolo serbo in Kosovo ma tutta la Serbia. Il presidente ha poi accusato coloro che hanno speculato sulla morte di Ivanovic sostenendo che dietro l'omicidio ci sia la regia di Belgrado, affermando che queste persone vorrebbero imporre “lo stivale albanese” sul nord del Kosovo.

E mentre Belgrado garantisce che condurrà un'indagine parallela, oltre a quella promessa da Pristina, ci si chiede quali saranno le conseguenze dell'omicidio di Oliver Ivanović, la cui carriera politica è sempre stata caratterizzata da un approccio moderato e aperto al dialogo sulla questione del Kosovo. Va anche detto che nel 2014 Ivanović era stato arrestato e condannato a nove anni di carcere per crimini contro civili albanesi commessi tra il '99 e 2000, salvo poi essere scarcerato nel 2017 per annullamento della condanna e in attesa di una nuova udienza.

Negli ultimi anni, Oliver Ivanović era stato isolato all'interno del panorama politico serbo, per via della sua opposizione alla Lista Serba, ovvero il principale partito dei serbi in Kosovo che gode dell'appoggio incondizionato del presidente Vučić, e che lo scorso settembre è entrata in coalizione con il governo di Ramush Haradinaj.

In occasione delle ultime elezioni locali del 2017, il governo di Belgrado aveva esplicitamente invitato a non votare per Oliver Ivanović, candidatosi a sindaco di Mitrovica Nord, onde evitare “la distruzione dell'unità serba in Kosovo” e per “mantenere una connessione diretta tra la Serbia e il popolo serbo della regione”. A queste dichiarazioni, si aggiunsero intimidazioni vere e proprie, tanto che era lo stesso Ivanović a temere per la propria sicurezza personale. Subito dopo la sua candidatura a sindaco, la sua auto era stata bruciata e in un'intervista rilasciata al settimanale Vreme lo scorso settembre denunciava «un clima di generale insicurezza che i cittadini serbi percepiscono per le strade di Mitrovica non per colpa di albanesi ma per colpa di altri serbi, contro i quali le autorità locali non agiscono». Nella stessa intervista, Ivanovic sosteneva che queste persone godono del sostegno del governo serbo, grazie al quale i traffici di droga, omicidi e gli oltre cinquanta casi di auto date alle fiamme negli ultimi due anni restano impuniti.

Sarebbe quindi una lotta intestina tra gli stessi partiti serbi del Kosovo ad aver portato a pensare alle suddette speculazioni circa la morte di Ivanović.

E proprio in tema di sicurezza, l'omicidio di Ivanović offrirà a Belgrado l'opportunità per rimarcare le condizioni in cui vivono i serbi del Kosovo, come già affermato dal presidente in conferenza stampa.

Il processo di normalizzazione tra Belgrado e Pristina arriva a un nuovo stop quando sul tavolo delle trattative erano spuntati “temi tecnici”, quali la libertà di movimento, il sistema giudiziario e la questione dell'Associazione di Municipalità Serbe, un organo che garantisce una certa autonomia ai comuni serbi, previsto dagli Accordi di Bruxelles del 2013 ma non ancora costituito a causa dell'opposizione violenta in seno al parlamento di Pristina.

Eppure la Serbia si apprestava a sedere al banco dei negoziati in condizioni vantaggiose rispetto al governo kosovaro. A parte le questioni energetiche, Belgrado ha infatti seguito tutte le indicazioni della Commissione europea, mentre lo stesso non si può dire per Pristina, che nell'ultimo anno poco ha contribuito alla normalizzazione dei rapporti: oltre a non aver garantito la realizzazione dell'Associazione di Municipalità Serbe e non aver ratificato l'accordo di confine con il Montenegro, pesa l'ostruzione di questi giorni alla legge che istituisce la Corte per i crimini commessi dall'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck).

Tuttavia, questa nuova interruzione dei rapporti, permette a Belgrado di prendere tempo e mantenere lo status quo sul Kosovo, condizione favorevole in vista delle importanti elezioni del comune di Belgrado del prossimo marzo. Inoltre, la scorsa estate, il presidente Vučić ha iniziato il cosiddetto “dialogo interno sul Kosovo” con le componenti politiche della Serbia, in vista dell'imminente decisione da prendere sulla sua ormai ex provincia.

In conclusione, l'omicidio di Oliver Ivanović sembra aver messo in stand by sia la componente esterna che quella interna della questione del Kosovo, eppure le indagini per far luce su questo delitto potrebbero far emergere anche chi sono i veri signori che controllano il futuro di questa tormentata regione.

@Gio_Fruscione

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