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Budapest, nel mirino delle proteste c’è anche il nuovo colosso mediatico di Orbán

In Ungheria nasce un gruppo editoriale con 480 testate, tutte filo-Orbán. È solo l’ultimo capitolo della presa dell'informazione da parte del governo, finita anch’essa nel mirino delle proteste. Bruxelles invece tace, ma una simile concentrazione mediatica è senza precedenti nella Ue 

La polizia fa la guardia fuori dal quartier generale della televisione di Stato ungherese durante la protesta. Budapest, Ungheria, 16 dicembre 2018. REUTERS / Bernadett Szabo
La polizia fa la guardia fuori dal quartier generale della televisione di Stato ungherese durante la protesta. Budapest, Ungheria, 16 dicembre 2018. REUTERS / Bernadett Szabo

Si chiama Central European Press and Media Foundation (Cepmf) ed è oggi il più grande gruppo editoriale ungherese. Riunisce dieci grandi editori per un totale di circa 480 testate fra televisioni, giornali nazionali, quotidiani locali, radio e portali d'informazione sul web. Tutti favorevoli alla linea del governo magiaro di Viktor Orbán. Eppure, fino all'agosto di quest'anno, la Cepmf non esisteva e solo da un paio di settimane la fondazione è cresciuta incorporando centinaia di media donati dai loro proprietari, imprenditori vicini al premier ungherese.

Un gradito omaggio per Orbán che si è affrettato a proteggerlo da sguardi indiscreti, per esempio quello dell'Antitrust. Prima, con una comunicazione pubblicata il 5 dicembre sulla Gazzetta Ufficiale magiara, il governo ha definito il neonato moloch mediatico “di interesse nazionale” e quindi intoccabile. Poi, una settimana dopo e nella stessa seduta in cui è stata approvata anche la “legge sulla schiavitù”, il parlamento di Budapest ha dato il via libera alla Cepmf. La nuova fondazione si dichiara no profit e si impegna a “promuovere una discussione pubblica ispirata ai valori nazionali”, come dichiarato in un comunicato stampa. Una linea editoriale prevedibile, visto che a dirigerla è Gábor Liszkay, un fedelissimo del premier ungherese, già alla guida del quotidiano Magyar Idok.

La creazione della Cepmf non è piaciuta a due associazioni sindacali dei giornalisti ungheresi, Muosz e Hpu, né ai parlamentari delle opposizioni che l'hanno duramente contestata in aula. Nelle quattro notti di protesta di Budapest, innescate il 12 dicembre dall'approvazione della discussa legge sugli straordinari, l'importanza della libertà dei media è tornata alla ribalta. Domenica 16 dicembre, in particolare, circa 10mila manifestanti riunitisi davanti al parlamento hanno attraversato il Danubio per raggiungere la sede di Mtva, la televisione nazionale ungherese. Volevano consentire a una delegazione di parlamentari dell'opposizione di entrare nell'edificio per leggere in diretta televisiva un proclama in cinque punti.

Uno di essi riguarda proprio la creazione di una compagnia radiotelevisiva di Stato indipendente e il licenziamento immediato dell'attuale direttore generale di Mtva, Dániel Papp, in carica da tre mesi e uomo voluto da Orbán.

A maggio dell’anno prossimo anche in Ungheria si terranno le elezioni europee. Mancano appena sei mesi e i manifestanti temono che, con Mtva già saldamente nelle mani del governo, la creazione di un colosso mediatico come la Cepmf cancelli gli spazi riservati alle opposizioni. Per il momento, la stretta del governo sulla tv pubblica è tale che l'appello dei parlamentari non è mai stato trasmesso e, nella mattinata di lunedì 17 dicembre, il servizio di sicurezza li ha fatti sgombrare a forza dall'edificio di Mtva.

500 media già sotto il controllo del governo

A gennaio secondo una ricerca effettuata dal portale indipendente Atlatszo – i media magiari nelle mani di imprenditori vicini al governo Orbán erano circa 500. Fra di essi si contavano 379 giornali e quotidiani, 96 siti di notizie online, 20 canali televisivi e 11 stazioni radio. La maggior parte di questi organi d'informazione erano di proprietà di tre grandi gruppi: Mediaworks-Opimus Press, Lapcom e Russmedia. I primi due sono ungheresi, mentre Russmedia è di proprietà austriaca ma conta una presenza importante nell'est dell'Ungheria, soprattutto nell'area di Debrecen.

Negli ultimi undici mesi la situazione non è cambiata. Anzi, la chiusura di media non allineati quali il quotidiano Magyar Nemszet e l'emittente Lánchíd Rádió, unita a una serie di fusioni o passaggi di mano di stazioni radiotelevisive e testate giornalistiche, fa pendere la bilancia dell'informazione in Ungheria sempre più dalla parte del governo. Pochi giorni fa, anche il settimanale Vasárnapi Hírek ha cessato le pubblicazioni, divenendo un inserto del quotidiano filogovernativo Népszava.

L'elenco dei media riuniti nella Central European Press and Media Foundation – un nome che richiama in modo beffardo quello della Central European University appena cacciata da Budapest – è lungo e variegato. Comprende organi d'informazione apertamente schierati a favore di Orbán e che hanno fatto da megafono ai suoi attacchi rivolti a immigrati, istituzioni europee e al suo nemico giurato, il finanziere magiaro-americano George Soros.

Alcuni di questi gruppi sono confluiti nella fondazione Cepmf. Fra di essi, il nome più noto è quello di Opimus Press, società che due anni fa ha acquisito Mediaworks – già editore dell'importante quotidiano d'opposizione Népszabadság, chiuso nell'ottobre 2016 su probabili pressioni governative. Opimus Press è guidata da Lőrinc Mészáros, imprenditore amico di Orbán dai tempi dell’infanzia, e detiene la maggioranza della stampa locale magiara con una serie di recenti acquisizioni che ne hanno rafforzato la posizione dominante sul mercato. Vi sono poi altri nomi di punta del panorama mediatico nazionale quali Echo Tv, il quotidiano Magyar Idok e New Wave Media Group, proprietaria di numerosi portali d'informazione sul web.

Altri media, invece, finiscono sotto il controllo diretto della Cepmf pur non divenendo da subito membri effettivi della fondazione. Fra di essi spicca il canale televisivo Hír Tv, in passato – al pari dei già citati Magyar Nemszet e Lánchíd Rádió – di proprietà del tycoon Lajos Simicska, un ex sostenitore del premier magiaro caduto in disgrazia. In questo secondo pacchetto mediatico filogovernativo si trovano inoltre radio private, la casa edtrice K4A che dà alle stampe il settimanale Figyelő e due editori d'informazione online come Modern Media Group e Ripost Media.

«Una simile concentrazione mediatica in un singolo soggetto è senza precedenti nell'Unione Europea. E il fatto che il governo abbia optato per una soluzione politica è una chiara ammissione che non sarebbe stato possibile crearla né per la legge sui media né per quella sulla concorrenza» ha commentato Gabor Polyak del think tank Mérték Média Monitor, all'agenzia France Press.

Orbán sfida l'Ue sulla libertà di stampa

È solo l'ultimo capitolo della presa dell'informazione da parte del governo ungherese. Tutto è cominciato con l'approvazione di una controversa riforma dei media a fine 2010, alla quale ne è seguita un'altra nel 2015. Leggi che hanno portato a uno scontro fra Budapest e Bruxelles sul tema della libertà di stampa in Ungheria. Nel frattempo, è cominciata una campagna d'acquisizione o controllo degli organi d'informazione nazionali e locali intensificatasi nel 2016 durante il terzo mandato di Orbán, e divenuta ancora più aggressiva dopo le elezioni parlamentari dell'aprile 2018.

In quei mesi, mentre gli osservatori internazionali si concentravano sull'ulteriore stretta alle procedure d'asilo e sul bando alle Ong previsti nel pacchetto legislativo Stop Soros, i media ostili al premier magiaro continuavano a chiudere o passare di mano. La creazione della Central European Press and Media Foundation per catalizzare ulteriori consensi in vista delle elezioni europee del 2019 e diffondere i valori nazionali ungheresi è la logica conclusione di questa fase.

Secondo Pauline Ades-Mevel di Reporter senza frontiere «la fusione di così tanti gruppi editoriali favorevoli a un unico partito non si vedeva in Ungheria dai tempi del comunismo ed è senza precedenti in Europa». Le ha fatto eco sulle colonne del New York Times, Zselyke Csaky della Ong statunitense Freedom House: «La sfrontatezza di questo passo dopo l’asilo politico a Gruevski e l’addio della Ceu dimostra come Orbán ora si fidi dei propri istinti e sia certo che l’Ue non reagirà».

Per ora in effetti, una reazione decisa di Bruxelles a questo stravolgimento del panorama mediatico ungherese non c'è stata. Tuttavia, un report del parlamento europeo sull'Ungheria pubblicato a settembre ricostruisce le difficili relazioni di Budapest in materia di libertà di stampa e di espressione con gli osservatori della Commissione di Venezia e dell'Osce fra 2012 e 2018. L'ultimo Rapporto annuale sulla libertà di stampa nel mondo pubblicato da Reporter senza frontiere colloca l'Ungheria al settantatresimo posto. Un calo di 50 posizioni rispetto al 2010, quando Orbán tornò al governo. Nel 2018 solo la Grecia, fra i Paesi dell'Ue, si colloca alle spalle di Budapest.

Classifiche che non preoccupano Viktor Orbán. Il premier ungherese prosegue imperterrito la sua sfida alle istituzioni europee e internazionali su molti fronti, dall'immigrazione alla giustizia passando per l'economia, a colpi di nuove e controverse leggi. Il controllo dei media garantitogli dalla Central European Press and Media Foundation non può fare altro che rafforzarne la posizione, dall'alto del 44,9% dei consensi ottenuti da Fidesz nel voto di aprile. La graduale scomparsa dei principali media contrari alla linea sovranista del primo ministro rende sempre più flebile la voce di opposizione e società civile in terra magiara.

In questo senso, le recenti manifestazioni di piazza di Budapest potrebbero sì innescare un cambiamento in Ungheria, ma anche divenire un canto del cigno.

 @LorenzoBerardi

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