Orban chiama a raccolta a Budapest l’Europa sovranista e neo-populista

La minacciata resa dei conti con Soros e le Ong è in corso in Ungheria. E il premier questa settimana rilancia la sua rivoluzione culturale anche all’estero, con un convegno sul futuro dell’Europa che celebra il pensiero illiberale.Tra i partecipanti anche Steve Bannon e Diego Fusaro

Un cartellone governativo con la scritta "Soros vuole trapiantarne milioni dall'Africa e dal Medio Oriente". Budapest, Ungheria, 14 febbraio 2018. REUTERS / Bernadett Szabo
Un cartellone governativo con la scritta "Soros vuole trapiantarne milioni dall'Africa e dal Medio Oriente". Budapest, Ungheria, 14 febbraio 2018. REUTERS / Bernadett Szabo

Dopo le elezioni dell’8 aprile «faremo i conti moralmente, legalmente e politicamente», aveva promesso Viktor Orban durante il comizio tenutosi a Budapest il 15 marzo, giorno in cui l’Ungheria celebra l’insurrezione anti-asburgica del 1848. Quelle parole, pesanti e minacciose, erano indirizzate a George Soros, alla sua fondazione Open Society e a tutti i “mercenari” che le ruotano intorno.

Non era solo propaganda. A breve infatti sbarcherà in Parlamento il pacchetto “anti-Soros”, che limita fortemente l’attività di tutte le Ong attive nel campo dell’immigrazione e, ovviamente, della Open Society, che ne finanzia diverse. La fondazione che fa capo al magnate, ebreo ungherese naturalizzato americano, ha scelto di non attendere che le misure proposte diventino legge. Il 15 maggio ha annunciato che lascerà Budapest, la sede storica, per spostarsi a Berlino.

Potrebbe dire addio a Budapest anche la Central European University (Ceu), l’ateneo fondato da Soros. C’é una controversia legale e politica con il governo ungherese che si trascina da tempo. La Ceu, che medita di trasferirsi a Vienna, è una delle migliori università dell’Europa Centrale ma per il clan di Orban è innanzitutto la centrale ideologica del tanto odiato ordine liberale. Non stupisce che diversi suoi professori siano stati inclusi nella lista di nemici del governo stilata dopo le elezioni dal settimanale Figyelő. Un inaccettabile atto intimidatorio, secondo molti, legittimato dal clima da resa dei conti creato da Orban.

Se un tempo Figyelő era una pubblicazione rispettata, oggi è uno dei tanti giornali finiti nell’orbita del potere, rilevati da imprenditori e amici del primo ministro. L’editrice è la storica Mária Schmidt, consigliera di lungo corso del premier. Tra gli ultimi incarichi che ha ricevuti c’è la cura degli eventi culturali promossi dalla presidenza ungherese del Gruppo Visegrad, che terminerà il primo luglio. E il prossimo evento, Il futuro dell’Europa, un convegno che si tiene a Budapest mercoledì e giovedì, si configura in tutto e per tutto come il rilancio della rivoluzione culturale che Orban vuole per il vecchio continente. Il battesimo ideologico del suo ennesimo governo.

Sul palco degli oratori saliranno demagoghi e interpreti del pensiero neo-populista e sovranista, o studiosi le cui teorie si adattano all’ideologia del regime magiaro. Ci sarà l’ex presidente ceco Vaclav Klaus, un super-liberista che vede nell’Europa una gabbia per i popoli, contesta il global warming e definisce la Brexit una «liberazione per i liberi pensatori». Quando stava al Castello - la sede della presidenza ceca - non ha mai fatto issare la bandiera europea. Interverrà anche Frank Füredi, sociologo canadese di origini ungheresi, stabilitosi nel Regno Unito negli anni ’70. Sostenitore della Brexit, frusta di continuo le élite occidentali disconnesse dalle masse. Si è formato nei movimenti della sinistra radicale ma oggi le sue idee appaiono organiche al sovranismo. Un po’ lo stesso percorso seguito dal filosofo televisivo italiano Diego Fusaro: e sì, anche lui è stato invitato a prendere la parola.

A Budapest ci sarà anche Douglas Murray, un giornalista inglese, di destra, autore di The Strange Death of Europe, un libro in cui si denuncia la pressione insostenibile che l’Islam esercita sull’Europa cristiana. Un altro oratore sarà lo storico belga David Engels, secondo cui l’Europa è destinata a seguire la traiettoria di crisi dell’impero romano, piegato da immigrazione e perdita di valori. Per Engels, è molto probabile che nel giro di trent’anni nel vecchio continente scoppi una nuova grande guerra. E di visioni apocalittiche, come noto, è portatore anche il più importante degli invitati a Budapest: Steve Bannon, ex stratega capo di Donald Trump. E a questo punto non c’è più altro da aggiungere, né sull’ultimo personaggio, né sul messaggio politico del convegno di Budapest.

@mat_tacconi

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