Il mondo secondo Orbán

Il premier ungherese in Cina ha salutato la fine del modello Occidentale. Con il progetto cinese di riavviare la Via della Seta, si fa strada una Realpolitik di “reciproca accettazione” che non pone più al primo posto i valori democratici e se necessario scardina anche i diritti dei lavoratori.

Il premier cinese Li Keqiang e il primo ministro ungherese Viktor Orban durente la cerimonia di benvenuto alla Grande Sala del Popolo a Pechino, Cina, 13 maggio 2017. REUTERS / Thomas Peter
Il premier cinese Li Keqiang e il primo ministro ungherese Viktor Orban durente la cerimonia di benvenuto alla Grande Sala del Popolo a Pechino, Cina, 13 maggio 2017. REUTERS / Thomas Peter

Bruxelles fa la morale a Budapest, il Parlamento europeo una settimana fa votava a favore della procedura di attivazione dell’Articolo 7 del Trattato (che potrebbe anche comportare la perdita del diritto di voto), “per grave deterioramento dello Stato di diritto, della democrazia e dei diritti fondamentali”. Ma il premier ungherese Viktor Orbán sembra poco, anzi, punto impressionato. L’Europa non lo vuole, poco importa, tanto di amici il mondo è pieno, e lui se ne sta facendo altri. Per giunta sempre più influenti sullo scacchiera internazionale. Da Pechino a Mosca, passando per Ankara, li governano a suo avviso i leader che conteranno veramente nel prossimo futuro, mentre l’Occidente è ormai incamminato lungo il viale del tramonto.

Come si sa, a questa “Weltanschauung” Orbán ha adattato la propria politica di impronta vieppiù autoritaria (da qui l’iniziativa del Parlamento europeo). E durante la sua visita in Cina, ha voluto sottolineare anche in un discorso alla televisione cinese i vantaggi di uno stile politico più despotico. Una dichiarazione che aveva ovviamente anche una precisa finalità. Per il premier ungherese il rapporto con Pechino è particolarmente importante. Il progetto del governo cinese di riattivare l’antica Via della Seta, potrebbe infatti riservare all’Ungheria un ruolo particolarmente interessante, economicamente parlando. Se tutto andrà come dovrebbe andare, l’Ungheria sarà la piattaforma, lo snodo logistico europeo per il made in China.

A confermare le intenzioni ci sarebbero per esempio le numerose imprese acquistate recentemente nel paese dai cinesi. Orbán si immagina già una situazione win win, dove a vincere sarebbe in primo luogo lui, politicamente parlando. Secondo quanto scrive il portale online del quotidiano (assai critico nei confronti di Orbán) Pester Llyod, l’accordo tra Pechino e Budapest dovrebbe reggersi sui seguenti capisaldi: la Cina si impegna a comperare titoli di stato ungheresi; a finanziare la costruzione delle direttrici di trasporto che partono dai Balcani e arrivano fino in Europa occidentale, via Ungheria; infine a sottoscrivere una partecipazione per 80 milioni di euro al colosso chimico ungherese BorsodChem. In cambio, come già scritto, l’Ungheria diventerà piattaforma logistica ma anche apriporta verso il mercato comune Ue; facilitatore di lasciapassare e autorizzazioni, così come di emissione di visti d’ingresso all’Ue. “Visti che, come tutti sanno – scrive il Pester Lloyd – l’Ungheria vende”. E ultimo, Orbán intende portare, cioè abbassare, gli standard dei diritti dei lavoratori ungheresi al livello di quelli cinesi. “Un’operazione che il governo ci vuole far passare come ‘incentivo agli investimenti’”, è il commento sarcastico del Pester Llyod.

Se il sogno ungherese si avvererà è ancora da vedere, anche perché a competere per aggiudicarsi una fetta dei 50 miliardi di dollari che i cinesi intendono investire in “One Belt – One Road”, come hanno chiamato il progetto, sono una cinquantina di paesi i cui rappresentanti più o meno autorevoli, erano anche loro presenti a Pechino.

Tra questi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, quello russo Vladimir Putin e il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko. Sempre nel suo discorso ai cinesi Orbán affermava che ormai il mondo asiatico, orientale, ha raggiunto livelli pari a quelli occidentali, sia in termini di capitali, profitti, che di know-how, tecnologia. Tutti questi fattori non si concentrerebbero più esclusivamente in Occidente. E questo anche in seguito a un clamoroso autogol occidentale, cioè il suo modello di globalizzazione arrogante e settario, la mania di sempre di dividere il mondo in due classi, quella dei maestri e quella degli allievi. Allievi non solo in materia economica, ma soprattutto in materia democratica e di diritti umani. Ecco invece il modello cinese “Via della Seta”. “Niente maestri, niente allievi” ognuno con il diritto di plasmare la propria società in base alle caratteristiche che contraddistinguono quella nazione. Il fatto di non criticare la dismissione da parte di uno stato di standard minimi di democrazia, di stato di diritto e di diritti umani è per Orbán una lodevole manifestazione di “reciproca accettazione”.

Non stupisce dunque che nulla abbia da eccepire sulla guida autoritaria del presidente turco Erdogan, con il quale ha avuto anche un incontro a quattr’occhi e del quale ha voluto mettere in evidenza la funzione di garante della stabilità in quella parte del mondo.

E giusto per non lasciare dubbi sulla propria visione Orban si è recato anche in piazza Tian’anmen a deporre una corona davanti al monumento ufficiale. Un gesto di pessimo gusto, annotava il Pester Lloyd, visto che allora, nell’estate del 1989, quando in questa piazza 2.600 manifestanti per la democrazia e i diritti umani venivano uccisi, Orbán in Ungheria manifestava per rivendicare gli stessi diritti.

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