La lobby tedesca dell'auto impone a Bruxelles le sue emissioni di CO2

La Commissione europea ha stilato i nuovi parametri per le emissioni di CO2. Ma un documento interno di Volkswagen, pubblicato da un quotidiano tedesco, testimonia che i tagli sono stati limitati dalle pressioni della potente industria. Grazie anche a una telefonata a Juncker

Una stazione per la carica delle batterie elettriche delle automobili a Berlino. REUTERS/Fabrizio Bensch
Una stazione per la carica delle batterie elettriche delle automobili a Berlino. REUTERS/Fabrizio Bensch

Ai costruttori tedeschi la nuova normativa sulle emissioni di CO2 non va esattamente a genio, eppure grazie alla loro potente lobby hanno ottenuto il massimo che si poteva avere. Secondo la nuova direttiva europea presentata ieri dal commissario Ue per l’ambiente Miguel Arias Cañete entro il 2025 è previsto un taglio delle emissioni per le nuove vetture del 15%, taglio che salirà al 30% entro il 2030.

Stilando questi nuovi parametri, che dovranno essere discussi sia dal Parlamento europeo che dai singoli parlamenti nazionali, si è cercato di venire incontro alle varie e diverse richieste: dei cittadini che chiedono di vivere in città meno inquinate, degli ambientalisti, dell’industria automobilistica e dei governi. Un compito affatto facile visto che l’industria automobilistica tedesca aveva indicato come sforzo massimo il 20% di riduzione entro il 2030, mentre gli ambientalisti puntavano al 60%.

I produttori di automobili made in Germany hanno rialzato la testa, prima fra tutti proprio Volkswagen, il principale imputato nello scandalo diesel gate. Come si legge in un articolo della Süddeutsche Zeitung la Commissione Ue aveva inizialmente fissato i parametri al 35% in meno di emissioni. Solo che a quel punto sarebbe scesa in campo la potente lobby tedesca dei costruttori, riferisce il quotidiano di Monaco. Matthias Wissmann, il grande capo della VDA avrebbe telefonato direttamente al Presidente della Commissione Jean Claude Juncker. In un documento interno di Volkswagen di cui la SDZ è venuta in possesso, si raccomanda di intervenire presso diversi commissari europei, in particolare con quelli provenienti dalla Repubblica Ceca, dall’Ungheria e dalla Spagna, Paesi nei quali VW ha suoi stabilimenti, per abbassare i parametri decisamente “eccessivi” richiesti dagli ambientalisti. A quanto pare l’hanno spuntata.

Forse, scriveva il settimanale Zeit sul suo sito “sarebbe stato chiedere troppo a quest’industria che per anni ha truffato la propria clientela. Probabile che la sua potente lobby la spunterà anche in futuro. Probabile che i costruttori tedeschi continueranno a investire molto più nei loro mostruosi Suv piuttosto che in vetture ibride ecocompatibili. Chissà forse non sanno fare altro”.

Nonostante ciò, sono immediatamente fioccate le critiche. A partire dai diretti interessati, i costruttori. Questi giudicano i parametri ora presentati “estremamente severi” e comunque sia irrealistici. “Se si tiene conto del punto in cui ci troviamo è assai improbabile che la tempistica indicata ora dall’Ue possa essere rispettata” dichiarava il portavoce dell’Associazione tedesca dell’industria automobilistica (VDA) ieri al quotidiano Die Welt. Innanzitutto perché mancano le infrastrutture, cioè le colonnine per la ricarica e l’aiuto promesso ora dall’Ue non basterà certo per colmare il ritardo. Secondo la VDA la Commissione avrebbe dovuto elaborare un programma molto più dettagliato con indicazioni precise anche sui lavori infrastrutturali spettanti ai singoli governi.

Ma anche gli ambientalisti e più in generale i sostenitori di una politica maggiormente ecocompatibile non si sono mostrati contenti. I Verdi hanno bollato il documento come “pacchetto fuffa made in Bruxelles”. Al posto di questo catalogo di timidi e remissivi propositi, ci si sarebbe aspettati un “elenco di obiettivi ambiziosi e non trattabili” faceva sapere il deputato Verde Stephan Kühn, responsabile per le politiche dei trasporti. Anche l’esperto del settore Michael Müller-Görnert condivide questo giudizio: “Sarebbe assolutamente auspicabile che la Germania rivestisse un ruolo propulsivo e non frenante in questo ambito”. E ancora, che i probabili futuri partner di coalizione Cdu, Csu, liberali dell’Fdp e Verdi assumessero impegni concreti affinché la riduzione delle emissioni non resti solo un proposito sulla carta, ma diventi realtà.

Peccato che proprio sulla politica ambientale e nello specifico sulla questione emissioni le posizioni siano piuttosto distanti. I Verdi insistono nel voler eliminare entro il 2030 il motore a combustione e da lì in poi accettare per l’immatricolazione solo più vetture a emissioni zero. Inoltre vogliono l’abolizione immediata degli incentivi fiscali di cui godono i diesel. I liberali dell’Fdp così come l’Unione (Cdu e Csu) sono invece contrari al divieto dei motori a combustione. Solo su un punto ci si è trovati fino a ora d’accordo: cioè sull’incentivare la diffusione delle vetture elettriche.

La stessa Angela Merkel già nel 2008 si era posta come obiettivo far sì che entro il 2020 siano un milione e passa le vetture elettriche sulle strade tedesche. Peccato che nove anni dopo e a poco più di due anni dalla data indicata da lei stessa, sulle strade tedesche si contino giusto 90-100mila vetture tra ibride o completamente elettriche. Un risultato più che deludente, che molti imputano in prima persona a Merkel, accusata di aver sempre avuto un particolare occhio di riguardo verso l’industria automobilistica. Accuse alle quali lei ha sempre ribattuto che questa industria è uno dei pilastri sui quali poggia l’economia tedesca e, dato tutt’altro trascurabile, sempre questa industria conta 800mila posti di lavoro. Certo, anche lei ha criticato duramente Volkswagen e gli altri costruttori tedeschi che hanno manipolato con un software le emissioni delle vetture diesel ribandendo, ciò nonostante, ancora questa estate: “Continuiamo ad aver bisogno anche del motore diesel se vogliamo rispettare i parametri di emissioni CO2 che ci siamo dati”.

 @affaticati

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