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L'Unione Europea attiva l'opzione nucleare contro la Polonia

Alla fine è opzione nucleare. La Commissione, stufa dei continui rifiuti di Kaczynski di rivedere le leggi sulla giustizia, ha attivato l'articolo 7 del Trattato contro Varsavia. Ma la violazione del principio di separazione dei poteri in Polonia ha origini nel recente passato

Il presidente polacco Andrzej Duda durante una conferenza stampa successiva all’annuncio della Commissione europea della decisione di avviare la procedura dell'articolo 7. Varsavia, Polonia, 20 dicembre 2017. REUTERS / Kacper Pempel
Il presidente polacco Andrzej Duda durante una conferenza stampa successiva all’annuncio della Commissione europea della decisione di avviare la procedura dell'articolo 7. Varsavia, Polonia, 20 dicembre 2017. REUTERS / Kacper Pempel

Ieri la Commissione europea ha scelto l’inevitabile: attivare nei confronti della Polonia la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato per l’Unione Europea. È la cosiddetta “opzione nucleare” e può portare alla sospensione di alcuni dei diritti di voto nel Consiglio europeo.

Da quando è stata introdotta con il Trattato di Lisbona, questa leva non era mai stata impugnata. Di solito le controversie tra Commissione e Stati membri si risolvono con il dialogo, al limite con qualche meccanismo di deterrenza di portata minore. Con la Polonia non è stato possibile. Varsavia si è sempre rifiutata di fare marcia indietro sulla giustizia, che è il grosso nodo del contendere. La Commissione ha più volte chiesto di fermare, o riscrivere, le riforme con cui i nazionalisti di Jaroslaw Kaczynski, al governo dalla fine del 2015, hanno ridotto l’autonomia dei massimi organi della magistratura, falsando gravemente il principio di separazione tra i poteri, secondo Bruxelles.

Anche ieri, subito dopo l’annuncio della Commissione sull’art. 7, da Varsavia è arrivata la consueta risposta irremovibile. A strettissimo giro il presidente della repubblica Andrzej Duda, quasi sempre d’accordo con le scelte della maggioranza, ha rivendicato la firma delle due leggi che hanno fatto scattare l’art. 7. Una delle due leggi si occupa di riformare il Consiglio nazionale giudiziario, l’organo di autogoverno dei giudici, l’altra legifera sulla Suprema corte, competente per il terzo grado di giudizio. Con queste due misure, riscritte rispetto alla prima formulazione bocciata in estate dal veto dello stesso Duda, si chiude quella che, a detta delle opposizioni a Varsavia, è stata una vera e propria presa della giustizia.

Prima di queste due ultime misure, ne era passata una che aumentava il controllo del ministro della Giustizia sui tribunali locali e un’altra sul Tribunale costituzionale, il cui compito è vagliare le leggi del Parlamento. In questo secondo caso si era consumata una rottura clamorosa che vale la pena di ricapitolare. Appena prima delle elezioni del 2015, la coalizione liberale uscente aveva nominato nuovi giudici al Tribunale, forse in modo poco opportuno politicamente ma nel rispetto della legge. Il presidente Duda non ha mai fatto giurare i nuovi giudici, bloccandone l’insediamento. Al contrario, ha concesso le credenziali a quelli, graditi a Kaczynski, che la nuova maggioranza parlamentare aveva nominato subito dopo il voto, in modo del tutto svincolato dalla procedure vigenti. Oltre a questo, i nazionalisti avevano modificato quorum e funzionamento del Tribunale. Quest’ultimo, con una sentenza, aveva definito incostituzionali questi passaggi. Il governo non l’ha mai pubblicata sulla gazzetta ufficiale. E questa è stata la scintilla che già dal 2016 ha aperto il confronto con la Commissione e la fonte al tempo stesso del movimento di piazza che in questi due anni ha protestato contro il governo. Ci sono stati alti e bassi nella partecipazione ma la protesta è stata una novità importante, una sorta di risveglio civile per un Paese che dopo il 1989 si era un po’ addormentato sotto questo punto di vista.

Ieri, oltre a Duda, altri pesi massimi della fazione oggi al potere si sono fatti sentire. Ha parlato il ministro della Giustizia, il potente Zbigniew Ziobro. Quella della Commissione “è solo una decisione politica”, ha detto. “La Commissione usa l’art. 7 per marginalizzarci”, ha invece detto il ministro degli Esteri, Witold Waszczykowski.

Difficile prevedere come andrà a finire questa partita. La Commissione ha bisogno del consenso di 22 Stati membri per constatare formalmente la violazione dello stato di diritto in Polonia. Con ogni probabilità lo avrà. Il secondo scoglio da superare, però, è ben più critico. Se la Polonia non volesse addolcire le riforme sulla giustizia, cosa assolutamente possibile, il Consiglio dovrà pronunciarsi sulla violazione dello stato di diritto a maggioranza assoluta, prima di varare sanzioni. E qui l’Ungheria di Viktor Orban, che ha un legame stretto con Kaczynski, ha già annunciato il veto.

Al di là di tutto, c’è l’impressione che questa sia una battaglia persa: per tutti. Lo è per la Commissione, che non è riuscita a convincere la Polonia a rammendare gli strappi sulla giustizia e si trova costretta a ricorrere a una procedura dagli esiti incerti che, se fallisse, potrebbe affermare l’idea che gli Stati membri in fin dei conti possono fare ciò che vogliono. Ne esce male anche la Polonia, forse ancor di più. Quella di Varsavia fino a poco tempo fa era considerata la grande storia di successo dell’integrazione europea. L’allargamento del 2004 ha riscattato un Paese traumatizzato dal dominio comunista, facendolo crescere economicamente, nella consapevolezza della propria identità e sul piano delle relazioni intra-europee, questo pur ammettendo che il “miracolo economico” polacco e il peso del Paese nell’Ue non vanno sovradimensionati.

La crociata di Kaczynski e dei suoi sulla giustizia, però, ha rovesciato l’immagine polacca. Varsavia è diventata una spina nel fianco per l’Europa, un’attrice cocciuta e insidiosa, pronta a tutto, anche allo scontro totale, anche alle estreme conseguenze, pur di non rinunciare alla propria sovranità. Ed è esattamente su questo piano che Varsavia ha impostato, da principio, la battaglia. Sovranità di fare leggi, e di non doverne rendere conto a nessuno. Non di certo a questa Europa, ritenuta troppo liberale, troppo federalista, decisa a svuotare la sovranità degli Stati membri. A questa visione si aggiunge la convinzione, radicata nella maggioranza, secondo cui i centristi liberali di Donald Tusk, nei due mandati al governo (2007-2013), avrebbero diluito oltre modo l'identità e la sovranità il Paese nell’Ue, tradendone il destino.

Il gran rifiuto di Varsavia è ancorato anche a una lettura storico-politica della recente storia nazionale che spesso non emerge, ma è decisiva per capire la questione. Vi ha accennato di recente il nuovo primo ministro, Mateusz Morawiecki, spiegando sul Washington Examiner, una testata conservatrice americana, i motivi dell’assoluta necessità di riformare la giustizia. Per Morawiecki, l’attuale funzionamento del terzo potere poggia sugli accordi del 1989 tra il regime comunista e l’ala moderata di Solidarnosc (Kaczynski militava in quella più radicale), che aprirono alla transizione ma permisero al primo di potersi riciclare e di prendere decisioni che hanno influenzato negativamente il Paese in questi ultimi trent’anni. Una di queste decisioni fu la possibilità di nominare molti giudici prima che l’epoca democratica prendesse ufficialmente il via. “Questi giudici hanno dominato il sistema per il successivo quarto di secolo. Alcuni sono ancora in carica”. E tutto questo ha creato un sistema di potere fondato su nepotismi, vendette, pratiche poco limpide, frutto del vizio originario: il patto tra i comunisti e i moderati di Solidanosc, di cui i liberali di Tusk sono eredi. Per i nazionalisti la giustizia equivale anche a fare i conti con la storia. Il possibile prezzo da pagare sembra secondario.

@mat_tacconi

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