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Bruxelles pronta a tagliare i fondi per piegare Polonia e Ungheria

Nel nuovo budget Ue, la ripartizione dei fondi sarà determinata anche da criteri politici e dal rispetto dello Stato di diritto. Nel mirino Polonia e Ungheria, ma piegarle sarà dura. Anche perché gli investimenti esteri (aziende tedesche in testa) non rallentano, anzi

Un carro di carnevale raffigurante  Jaroslaw Kaczynski e Viktor Orban alla sfilata di carnevale di Duesseldorf, Germania, 12 febbraio 2018. REUTERS / Thilo Schmuelgen
Un carro di carnevale raffigurante Jaroslaw Kaczynski e Viktor Orban alla sfilata di carnevale di Duesseldorf, Germania, 12 febbraio 2018. REUTERS / Thilo Schmuelgen

Nei prossimi giorni la Commissione europea renderà nota la propria proposta sul budget comunitario2021-2027, vale a dire la quantità di fondi che verranno ripartiti tra i vari Stati membri sulla base delle priorità di crescita che il blocco europeo si darà in questo periodo.

Le idee della Commissione sono il punto di partenza su cui gli Stati membri negozieranno, fino a giungere a una decisione finale. Già da ora, rispetto al bilancio per il 2014-2020, sembra però che i criteri per l’allocazione dei fondi saranno influenzati da novità rilevanti. Bruxelles vorrebbe infatti che il loro stanziamento, finora legato esclusivamente al Prodotto interno lordo, dipendesse anche da fattori quali disoccupazione, impegno per l’accoglienza dei rifugiati, educazione e ambiente, riporta il Financial Times in un pezzo dei giorni scorsi. Il principio che finora ha prevalso – i ricchi devono dare ai poveri alla luce dei dislivelli economici – non verrà smontato ma, appunto, potrebbero esserci delle rimodulazioni.

In tal caso, i più penalizzati sarebbero i Paesi dell’Europa Centrale. Da un lato, hanno economie in forte espansione e disoccupazione ai minimi storici dal 1989, dall’altro non sono proprio virtuosi su ambiente e rifugiati. Non basta. Perché a quanto pare i commissari chiederanno anche di vincolare l’assegnazione dei fondi al rispetto dello Stato di diritto. E se i nuovi criteri appena accennati riflettono gli scenari che crisi economica e immigrazione hanno disegnato in questi anni, quest’ultimo ha invece un sapore tutto politico.

Sebbene la Commissione ne dia una lettura tecnica - una giustizia indipendente è garanzia irrinunciabile per avere controllo sui fondi, evitando frodi e corruzione -, questo appare in tutto e per tutto come uno strumento per arginare i Paesi Visegrad, in particolare Ungheria e Polonia, i due più problematici. Il governo Orban a Budapest, fresco di riconferma, e quello di Mateusz Morawiecki a Varsavia, dove comanda de facto Jaroslaw Kaczynski, sono promotori di una linea sovranista e stanno effettuando una vera e propria “presa dello Stato”, che ha avuto ripercussioni importanti sul piano degli equilibri tra poteri e sui corpi intermedi, come stampa e Ong. Tutte cose che scuotono le fondamenta dell’Ue.

Varsavia, sullo Stato di diritto, ha addirittura un fronte aperto con Bruxelles, che davanti all’offensiva del governo polacco sulla giustizia, purgata e occupata, secondo i critici di Kaczynski, ha addirittura attivato la procedura d’infrazione prevista dall’articolo 7 del Trattato dell’Ue. In sostanza, si tratta del deferimento di uno Stato membro per violazioni dei valori consacrati nello stesso trattato - democrazia, libertà, stato di diritto, etc. -.

Il confronto Bruxelles-Budapest non è ancora a questo stadio ma potrebbe arrivarci. Di recente, la commissione per le libertà civili del Parlamento europeo ha discusso proprio la possibilità di attivare l’art. 7 che, nel peggiore dei casi, potrebbe costare persino la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio europeo. Si voterà in merito a giugno.

Tanto nel caso polacco quanto in quello ungherese è difficile che si arrivi alle estreme conseguenze. Per rendere efficaci le sanzioni intra-comunitarie serve il consenso unanime degli Stati membri e non ci sono le condizioni per ottenerlo. La Polonia salverebbe con il veto l’Ungheria e viceversa. Senza contare che baltici, Repubblica Ceca e Slovacchia non sembrano propensi a fare i duri. Ecco allora che la condizionalità tra fondi e democrazia – un’opzione che trova consenso abbastanza ampio tra gli Stati membri – diventa uno strumento di pressione in più che va a incidere sulle “tasche”.

Per questi Paesi i fondi sono decisivi. Si stima che per la Polonia, che ne è la massima beneficiaria - nel 2014-2020 si è assicurata 86 miliardi di Euro -, significhino un punto percentuale di Pil all’anno. Il dialogo che Varsavia, dopo mesi d’intransigenza, ha voluto aprire con Bruxelles sullo Stato di diritto indicherebbe che c’è l’effettivo timore di perdere una parte di questi soldi.

Parallelamente, però, va ricordato che Kaczynski, non troppo tempo fa, ha affermato che è disposto a sacrificare la crescita pur di portare avanti il suo progetto per la Polonia, dunque anche le riforme sulla giustizia che la Commissione contesta - per Kaczynski i giudici sono una casta liberale, servono pulizia e riordino -. Non sarà facile, né con la procedura dell’art. 7 né con la minaccia di taglio dei fondi, convincere il governo polacco, che pensa a variazioni cosmetiche, a emendarle profondamente.

Le aperture nei confronti di Bruxelles vanno inquadrate anche in un’ottica interna, elettorale. Molti polacchi restano sensibili al verbo sovranista ma pensano anche che l’Europa abbia dato benefici al Paese. Per di più, in autunno ci saranno le elezioni amministrative e Diritto e Giustizia, il partito di Kaczynski, è in flessione nei sondaggi. Meglio annacquare lo scontro con Bruxelles.

Come si diceva, l’Ungheria non ha contese legali aperte con la Commissione. Ma come la Polonia, e forse ancor di più, non pare propensa a fare dei passi indietro nella costruzione di quello che lo stesso Orban definisce uno Stato “non liberale”. C’è da credere che, anche in questo caso, un po’ di crescita e di fondi in meno siano un sacrificio tollerabile.

E poi c’è da dire che più che dai fondi europei, usati soprattutto per le infrastrutture, la crescita di questi Paesi beneficia del flusso degli investimenti dall’estero, che resta decisamente sostenuto. Le aziende estere non sembrano né sfiduciate, né oltre modo angosciate da sovranismo, nazionalismo e loro derivati. Finché l’economia va e finché ci saranno buone opportunità per fare business non c’è motivo di non investire.

Un atteggiamento, questo, che prevale anche tra le aziende tedesche: le principali portatrici di finanziamenti diretti nell’Europa Centrale. Lo scorso febbraio Handelsblatt, quotidiano economico tedesco, aveva dedicato un’inchiesta a questo tema, citando vari addetti ai lavori. Bernard Bauer, a capo della Camera di commercio tedesco-ceca, aveva spiegato che «la politica non è così importante per chi fa affari. Gli ordinativi volano: è questa la cosa che conta». Mentre Gabriel Brennauer, che dirige la Camera di commercio tedesco-ungherese, aveva affermato che «per le piccole e medie aziende le decisioni riguardanti il business sono più importanti dell’ideologia politica», aggiungendo che il livello di soddisfazione di chi opera in Ungheria «non è mai stato così alto».

Per fermare Orban e Kaczynski l’Europa, probabilmente, ha bisogno di deterrenti più efficaci.

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