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Cosa ci dice l’incontro tra Salvini e Orbán sul futuro della Ue

Il matrimonio annunciato tra populisti del continente non è così scontato. Ma si porta dietro un nuovo scenario politico in vista delle elezioni europee di maggio. Tre lezioni dall’incontro tra Matteo Salvini e Viktor Orbán

Viktor Orban e Matteo Salvini a Milano. REUTERS/Massimo Pinca
Viktor Orban e Matteo Salvini a Milano. REUTERS/Massimo Pinca

Dopo anni di ammiccamenti, il lungo corteggiamento tra i poli sovranisti d’Europa sembra vicino all’essere consumato. Tuttavia, è rimasto deluso chi si aspettava l’annuncio di un fidanzamento elettorale alla cena galante di martedì tra il leader leghista Matteo Salvini e il premier illiberale Viktor Orbán.

Al di là delle dichiarazioni di rito, potrebbe ancora tardare una decisa congiuntura tra euroscettici del blocco di Visegrád e movimenti populisti dell’Europa occidentale rappresentati dalla Lega e dal nuovo Rassemblement national di Marine Le Pen.

Mentre il gioco della politica fa il suo ritorno nella grigia Bruxelles in vista delle elezioni europee del 23-26 maggio, l’incontro tra Salvini e Orbán è servito soprattutto a introdurre un nuovo scenario accanto a quelli possibili. Tre, le direttrici principali.

Il fronte anti-migratorio è solo l’inizio

Dietro lo scontro sulle migrazioni che ha allontanato molti Stati membri da Bruxelles e unito il fronte populista, va rinvenuta l’opposizione atavica nata insieme al grande allargamento: quella tra chi persegue le aspirazioni delle origini e chi mantiene una concezione più utilitaristica d’Europa. L’Unione europea attuale non sta più bene ai movimenti sovranisti, che cercano di osteggiare scatti in avanti di qualsiasi tipo verso forme più strette di integrazione.

Il fronte anti-migratorio non si limita a denunciare la cattiva gestione della cosa pubblica europea, ma riconosce un nemico comune in Emmanuel Macron (onorato di essere considerato tale). Ancora più di Angela Merkel, immagine dell’establishment che ha proposto e ottenuto l’austerity, il presidente francese è un bersaglio ideale perché rappresenta il fallimento di una riforma dell’Europa ispirata dai vecchi canoni federali.

La gestione migratoria li ha fatti incontrare, ma l’obiettivo comune diventa quello più ampio di costruire una nuova Unione. Obiettivo che non è detto porti a un’alleanza squisitamente politica. Resta da capire, infatti, se continuare sull’attuale linea di intese a livello intergovernativo (molti dei partiti sovranisti non siedono assieme all’Europarlamento) o se serve davvero creare una nuova famiglia politica che possa spezzare il compromesso storico tra popolari e socialisti che, con il benestare dei liberali, ha dominato Strasburgo e Bruxelles nelle ultime legislature.

La previsione attuale più rosea, quella dell’ideologo Steve Bannon, vedrebbe un fronte populista capace di conquistare tra un quarto e un terzo dei seggi a Strasburgo. Troppo poco se si considera che l’esperienza della recente legislatura ha dimostrato come sia difficile organizzare un’opposizione unita tra questi partiti che fanno riferimento a orientamenti politici diversi e spesso contrastanti.

La posizione di Visegrad sulle migrazioni potrebbe cambiare. In peggio

Incontrando un altro leader europeo, Salvini ha voluto rispondere a chi lo aveva accusato di aver isolato l’Italia dopo la crisi della nave Diciotti. Il messaggio sottinteso era che anche altri Paesi membri condividono la linea leghista. Ad ogni modo le posizioni ufficiali dei governi di Visegrad e di quello italiano sulle migrazioni restano inconciliabili.

Gli interessi che muovono la politica estera sono raramente sacrificabili in virtù della simpatia verso altri governi e, mentre Salvini accoglieva Orbán a Milano, Giuseppe Conte incontrava il suo omologo ceco Babiš spingendo ancora sui ricollocamenti. Qualora si decidesse di rinsaldare il fronte populista, il punto di compromesso non potrebbe che essere quello di un rifiuto tout court dei flussi migratori, sigillando i confini d’Europa.

In passato i Paesi di Visegrad avevano sposato la così detta “solidarietà flessibile”, un approccio che potrebbe essere inquadrato in una forma di integrazione differenziata. Pur in netto contrasto con la soluzione dei ricollocamenti proposta dalla Commissione, prevedeva altre forme di aiuto per alleviare l’onere degli Stati rivieraschi. L’asse con i populisti mediterranei porterebbe a un inasprimento netto di tale posizione, proponendo un’esternalizzazione estrema delle frontiere e forse anche la previsione di campi profughi fuori dall’Ue, come nei Paesi balcanici che avrebbero in cambio un percorso agevolato di accesso al club degli Stati membri.

Orbán resta un alleato ambiguo (per tutti)

Se Macron identifica quell’Ue che non va più, Orbán resta il leader euroscettico per eccellenza. Gli è riconosciuta una forma di autorità nel campo sovranista e c’è la fila per incontrarlo lanciando un chiaro messaggio di schieramento anti-establishment. Un gioco a cui non si è piegato solo Salvini, ma anche il cancelliere Sebastian Kurz e il primo ministro ceco Andrej Babiš.

E tuttavia Orban non si è ancora smarcato dalla propria famiglia politica di appartenenza, quel Partito popolare europeo (Ppe) che con Juncker, Tuske Tajani esprime al momento le tre maggiori cariche dell’Ue. Orban potrebbe essere tentato di uscire dal Ppe per guidare un fronte di cui sarebbe quasi certamente il capo.

Non va dimenticato però che proprio l’affiliazione al Ppe di Fidesz ha evitato che diverse procedure di infrazione ai danni dell’Ungheria andassero in porto, al contrario della scure comunitaria abbattutasi sulla Polonia di Kaczyński sprovvista dell’ombrello popolare. E a Budapest si sono sempre temute possibili penalità che prevedano il congelamento dei fondi europei: secondo Eurostat il 95% di investimenti pubblici in Ungheria è cofinanziato dall’Ue, mentre nel 2016 l’Ue ha assegnato circa 4 miliardi e mezzo di fondi (più del 4% del Pil) a fronte di un contributo al di sotto del miliardo.

Per cui alle critiche, anche aspre, non sono mai seguiti strappi, il che rende anche difficile capire a cosa miri realmente Orban. “Sono ungherese e noi ungheresi siamo leali” ha nicchiato sulla domanda di una possibile uscita dai popolari. Anche per incontrare Salvini avrebbe chiesto il permesso a Berlusconi, referente in Italia del Ppe. Al di là del valore simbolico di una conferenza stampa congiunta, starà alla Lega capire se è il caso di fidarsi del premier ungherese o cercare diverse vie di intesa politica.

@gerardofortuna

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