20D: vademecum per la Spagna che verrà

Il 20 dicembre (20D) segnerà la fine del governo politico della Spagna così come lo abbiamo conosciuto. La 13° economia al mondo non sarà più governata da un bipartito come dall'avvento della democrazia nel 1978. Il centrodestra ora al governo, il Partito popolare, potrebbe vincere con un buon margine, ma non arriverebbe ai 176 seggi che occorrono per avere la maggioranza ed esprimere la presidenza.

Workers stand in front of graffiti that says in Spanish "The future is in your hands 20D (December 20)" in Oviedo, northern Spain, December 14, 2015. REUTERS/Eloy Alonso

Tutto può accadere perché, innanzitutto, nel sistema spagnolo una differenza di due punti può tradursi in ben 30 seggi.

Secondo, il "partito" degli indecisi, ha toccato punte del 41% e nelle ultime ore è sceso ma non sotto il 25%

In terzo luogo ci sono le ampie differenze nei sondaggi delle varie società di ricerca. Tanto più che il Partito socialista (Psoe), Ciudadanos e Podemos restano tutti in una fascia tra il 18% e il 22%. Podemos incalza lo Psoe che resta secondo. La volatilità è da imputarsi innanzitutto alla prima volta nelle elezioni generali dei due partiti non tradizionali, Ciudadanos e Podemos.

In parte hanno cambiato scelta un 4% dei dieci milioni di spagnoli rimasti incollati alla tv per il primo e unico dibattito due cui si prestato il presidente e candidato per il Pp, Mariano Rajoy, e Pedro Sanchez, il candidato presidenziale dello Psoe. Nell'insieme è stato deludente, ma ha sorpreso per l'attacco senza guanti bianchi di Sanchez.

Se il suo obiettivo era sopire le divisioni interne allo Psoe e mostrarsi intransigente con il governo per fermare l'emorragia verso Podemos e l'ormai minore Sinistra unita (Si) lo ha conseguito. Meno vincente se voleva dimostrarsi all'altezza di ricoprire il ruolo di presidente di tutti gli spagnoli e di rappresentante presso l'Ue della 5° economia. Sanchez ha usato la carta forte della corruzione, che negli ultimi mesi ha macchiato persino il governo ripetutamente. "Lei non è una persona perbene", ha detto senza peli sulla lingua Sanchez a Rajoy, rinfacciandogli inoltre i tagli alle pensioni e alla disoccupazione, la riforma del lavoro (secondo ricetta Troika) e l'immobilismo rispetto alle spinte indipendentiste come quella catalana. "Lei è di un altro secolo", ha aggiunto.

Rajoy si è difeso brandendo l'eccezionale crescita dell'economia spagnola del 3,4%, il pagamento del debito "contratto dai governi socialisti", l'approvazione di cui gode in Europa per le riforme strutturali e la creazione di 1 milione di posti di lavoro in due anni. Si vedrà se stata efficace strategia di sintetizzare le sue intenzioni nella parola occupazione, sottintendendo la necessità di continuità per consolidare i passi avanti dell'economia.

Il dibattito conta perché se ha ragione Íñigo Errejón, il numero due di Podemos, "è stato l'ultimo tentativo di salvare il bipartitismo. I due partiti ancora hanno la fiducia di molti spagnoli, ma la Spagna non è più ciò che ha fatto vedere il dibattito". Paradossalmente, dice Errejón – e lo pensano in tanti – hanno perso tutti e due perché prima gli indecisi votavano per il meno peggio, ora hanno un'alternativa.

Podemos è emerso "per fare qualcosa di qualitativamente diverso da ciò che i partiti hanno fatto finora", ci ha spiegato Rita Maestre, della cerchia stretta della direzione di Podemos. "In Spagna, la classe politica è costituita dai dirigenti dei due partiti che si sono alternati per 35 anni, formando una densa rete tra pubblico e privato, più oligarchia che borghesia, più dipendenti dagli appalti nel settore pubblico che dall'innovazione e lo sviluppo della produzione. Con il tempo si sono distaccati dalla realtà".

Il leader Pablo Iglesias (classe 1978), in una campagna frenetica, ha parlato di salario minimo e della difesa dei diritti dei lavoratori annullati dal austerità. Podemos ha sostenuto Tsipras, ma ha percorso un'altra strada più lenta e sicura conquistando prima le amministrazioni locali. L'altro ieri ha superato in alcuni sondaggi la sua versione di centrodestra , e alternativa ai popolari, Ciudadanos.

La corruzione, un governo legato al poteri forti e lontano dalla gente è ciò a cui Albert Rivera (Barcellona, 1979) si contrappone. E ci è riuscito: da zero al 17-20% in poco più di un anno. Nel poster della prima campagna, Rivera ha posato addirittura nudo per simbolizzare la nascita immacolata del partito.

Aperto in materia di diritti civili ed economia – difende la libertà imprenditoriale e le conquiste fatte dal governo popolare, vuole "rafforzare la classe media tanto punita dalla crisi". E alla classe media piace Rivera, stanca com'è di scandali e del sospetto, e spesso della prova, che i politici finora hanno pensato più che altro a loro stessi.

Rivera piace anche ai lavoratori perché promette meno tasse e un salario minimo, pur senza essere contrario tout-court all'austerità come Podemos. È la faccia nuova della destra moderata e ha rubato voti al Pp e allo Psoe. Rajoy ha ieri sfidato Rivera a impegnarsi a un accordo postelettorale "più stabile" sostenendo la sua candidatura a presidente, perché ciò trasmetterebbe fiducia a livello internazionale.

L'altra grande incognita è la Catalogna. Pp, Psoe e Ciudadanos ribadiscono con fermezza di essere contro la secessione delle regioni. Iglesias è l'unico che parla del diritto dei catalani a un referendum e di un "progetto di paese che difenda la diversità e la plurinazionalità". La Catalogna potrebbe quindi apportare molti voti alla lista viola, come i millennial, che poggiano anche Sinistra unita.

"Le elezioni hanno due funzioni", ha spiegato il professore di scienze politiche all'Università Carlos III, Lluis Orriols, subito dopo il faccia a faccia. "Una è chiedere a chi ha governato di rendere conto e l'altra è di decidere tra le proposte per il futuro". Il 20D, come semplificano in Spagna la data del voto che sancirà la svolta del sistema politico spagnolo, la prima funzione peserà parecchio.

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