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Perché Giulio Regeni è importante per la nostra generazione

Un “Martin Luther King italiano”, uno “scalatore di muri”, un “simbolo della resistenza egiziana” o più semplicemente un “ragazzo globale”. Ognuno ha la propria definizione per Giulio Regeni e un buon motivo per identificarsi con lui. Eastonline è sceso in piazza per ascoltare le voci di chi non vuole smettere di ricordarlo.

La mano di un manifestante solleva verso il cielo azzurro di Roma un cartello giallo su cui è raffigurato il volto di Giulio Regeni durante la manifestazione del 25 gennaio a Roma. Photo credits Amnesty International.
La mano di un manifestante solleva verso il cielo azzurro di Roma un cartello giallo su cui è raffigurato il volto di Giulio Regeni durante la manifestazione del 25 gennaio a Roma. Photo credits Amnesty International.

«Giulio era un ragazzo globale, nell’accezione migliore del termine». Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, prende in prestito le parole dai genitori di Giulio Regeni per descrivere il dottorando di Cambridge, scomparso, torturato e ucciso un anno fa in Egitto, al Cairo. Un anno dopo, in tanti si danno appuntamento sul “pratone" dell’Università La Sapienza di Roma. Tutti lì per tenerne vivo il ricordo. La cosiddetta società civile, spesso descritta come uno spettro, si scopre attiva, si veste di giallo e prova a far sentire la voce in un panorama ancora in divenire. Fra i partecipanti c’è Francesco, 37 anni, un dottorando in storia dell’Università di Torino che si trova nella Capitale per terminare il proprio progetto. Il caso di Giulio Regeni, per quanto drammatico, ha avuto il merito di accendere i riflettori sulle attuali condizioni dei ricercatori italiani. Sono tanti, vivono all’estero e rivendicano l’importanza del loro compito: «Penso a Giulio Regeni, ma anche a Valeria Solesin (ne abbiamo parlato qui). Erano - dice Francesco - entrambi fuori per motivi di studio. Nell’ambiente si è aperto un dibattito sulla nostra professione, perché tutte le università dovrebbero valorizzare la figura del ricercatore. Qualche collega scherzando dice: “Alla fine siamo pagati per fare un gioco”, quasi sminuendo il lavoro. E invece è importante ciò che facciamo, non dobbiamo dimenticarlo. E in parte l’abbiamo riscoperto grazie a Giulio Regeni». Nella piazza, il cui punto di riferimento è il palco allestito da Amnesty, dominano due hashtag: #veritàpergiulioregeni e #365giornisenzagiulio.

Per alcuni - siano essi familiari, amici, colleghi o semplici cittadini - sono stati 365 giorni pesanti a causa dell’assenza. Lo scrittore Erri De Luca, invece, osserva la questione da un’altro punto di vista: «Ho un rapporto strano con la morte. Per me l’assenza significa presenza. Non conoscevo Giulio, ma in quest’anno l’ho sentito presente nella mia vita. Sono stati 365 giorni “con” Giulio e non “senza”», dice prima di leggere un brano estratto dalle pubblicazioni del dottorando friulano. Ormai per tutti è diventato semplicemente “Giulio”, come fosse un amico di lunga data. Giulio rappresenta una generazione globale, obbligata e desiderosa di vivere all’estero; una generazione curiosa e attiva, non pigra come viene descritta dalle blande statistiche. Una generazione capace di fare propria una battaglia per i diritti umani dei lavoratori egiziani. Una generazione poliglotta e aperta al dialogo. È divenuto il simbolo della sua generazione, ma è già d’ispirazione per quelle future. Incontriamo Nicola, un liceale dello psicopedagogico dell’Isituto Caetani, mentre affigge dei fogli in ricordo di Regeni. «Ci sono poche persone come Giulio, diventerà un personaggio storico. Penso a lui e mi viene in mente Martin Luther King, una persona senza paura». E non si tratta di parole vuote. Nicola ci dice di aver fatto un’assenza pur di essere presente alla manifestazione. Un piccolo gesto, ma comunque importante nell’economia scolastica di un liceale.

Lsafny, italo-egiziano, ci tiene a far sentire la propria voce. Fa parte del Comitato Libertà e Democrazia per lEgitto e tiene stesa una bandiera italiana fra le mani. «È vero che le mani del regime sono sporche di sangue, ma Giulio è diventato un simbolo anche in Egitto. Ha dato voce a tanti altri studenti e ricercatori vessati dalla dittatura. Non lo conoscevo ma immagino che fosse onesto e interessante. Parlava la nostra lingua e si interessava alle nostre questioni interne in maniera sincera: era evidente il suo amore per l’Egitto». Lo ricorda anche Beppe Giulietti, presidente della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana): «Rappresenta una generazione di ragazzi contemporanei con un infinito desiderio di conoscenza. È il simbolo di tutti quei giovani che viaggiano per scalare i muri e non per costruirli, come si fa oggi. Voleva costruire ponti, illuminare l’oscurità». La mattinata si chiude con un flash mob di Amnesty, la telefonata con i genitori, i messaggi di solidarietà e infine le note del coro de La Sapienza. Poi tutti - con un braccialetto giallo al polso o un cartello in mano - prendono la propria strada, ripensando all’importanza del sacrificio di Giulio nelle proprie vite.

@AlfredoSpalla

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