Così l’Europa di Visegrad prova a riscrivere i patti con i capitali dell’Ovest

Da Budapest a Varsavia, la rivendicazione della sovranità passa dall’economia, a colpi di nuove tasse e riacquisizioni. Ma il patriottismo economico è un gioco non privo di rischi. Perché il legame creato dopo l’89 con i gruppi stranieri è difficile da sciogliere. 

Operai camminano al logo Skanska posto sulla recinzione di cantiere a Varsavia, Polonia. REUTERS / Kacper Pempel
Operai camminano al logo Skanska posto sulla recinzione di cantiere a Varsavia, Polonia. REUTERS / Kacper Pempel

C’è stato un lungo periodo, prima e dopo l’allargamento europeo del 2004, in cui nei Paesi del Gruppo Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) la crescita economica è stata vista come un fenomeno continuo, che non aveva bisogno di troppe regole, men che meno di vincoli. Un fenomeno che, grazie al flusso di fondi europei e investimenti dall’estero (e sono i secondi a fare davvero la differenza), avrebbe prima o poi offerto benefici a tutti: anche ai “vinti” della transizione, tagliati fuori dalla partita del benessere.  

Le economie dell’Europa Centrale hanno contratto con il grande capitale occidentale, con quello tedesco a giocare un ruolo di prim’ordine, un patto fondato su reciproci vantaggi. Da un lato hanno offerto condizioni eccellenti, sgravi e mercati del lavoro flessibili per attrarre gli investimenti. Inevitabile, visto che nel 1989, al momento del crollo dei regimi comunisti, questi Paesi avevano le gomme a terra. Dall’altro, i capitali occidentali hanno portato denaro, strutture e lavoro.

Oggi l’Europa Centrale ha voglia di riscrivere questo patto, e ciò si lega a una ribellione generale nei confronti della disciplina imposta dopo il 1989 dall’Europa e dall’ideologia liberale-liberista. Il recupero di sovranità tanto evocato nella regione passa anche da questo aspetto, oltre che dal no all’accoglienza ai rifugiati, che accomuna un po’ tutti, e dalla battaglia tra Varsavia e Bruxelles sullo stato di diritto (la Polonia non ha intenzione di emendare le riforme sulla giustizia, come chiesto dalla Commissione).

Recuperare la sovranità in economia significa innanzitutto riequilibrare il rapporto di forza tra i capitali stranieri e quelli locali. È stato Viktor Orban in Ungheria ad avviare questo discorso. Tornato al potere nel 2010, dopo un primo mandato nel 1998-2002, il premier magiaro non ha rinnovato il prestito del Fondo monetario internazionale, che aveva salvato Budapest dal crack nel 2008, scegliendo di reperire risorse altrimenti: soprattutto con tasse salate su grande distribuzione, telecomunicazioni e banche, settori controllati per lo più dal capitale straniero. Parallelamente, Orban ha avviato un processo di riacquisizione di asset e fatto molto welfare. Per Orban il modello di crescita sin qui praticato ha prodotto troppe disuguaglianze, oltre a mettere l’Ungheria in posizione genuflessa davanti al grande capitale.  

Per quanto la situazione di partenza fosse diversa, ben lontana dalla bancarotta, la Polonia di Kaczynski ha fatto sue queste idee e seguito la strada aperta da Orban. Le banche sono state tassate, e la grande distribuzione pure, anche se il gioco di balzelli stabilito dal governo (i grandi, tutti stranieri, pagano tanto; i piccoli, tutti polacchi, poco o nulla) non ha convinto la Commissione, che lo ha bloccato. Lo Stato ha fatto un po’ di shopping nel bancario. E adesso si pensa di ridurre il peso del capitale straniero nel settore dell’informazione, anche se non sarà facile concretizzare la “ripolonizzazione” dei media, come la chiamano a Varsavia.

Kaczynski ha fatto molto anche sul welfare, dove spiccano gli assegni familiari, generosissimi. A ogni famiglia vanno più di cento Euro al mese per ogni figlio, a partire dal secondo, e fino alla maggiore età. Una misura che sta facendo crescere i consumi, aiutando la crescita (quest’anno potrebbe sfondare il muro del 4%). Anche se c’è chi critica il fatto che gli assegni siano per tutte le famiglie, non solo a quelle bisognose, assumendo così la forma di un furbesco strumento di consenso.  

Il “patriottismo economico” ungherese e polacco sta funzionando, anche grazie al fatto che la popolazione, un po’ a tutti i livelli, chiede più sicurezza sociale, dopo anni di transizione scarsamente regolata. Ma è un gioco rischioso. Budapest e Varsavia non possono – e sembra per ora che non vogliano – superare la linea rossa, inimicandosi oltre modo i capitali stranieri. Le loro economie non possono farne a meno. E questo vale anche per Repubblica Ceca e Slovacchia, dove il recupero di sovranità economica è per ora più a parole che a fatti.

In Polonia e Repubblica Ceca un lavoratore su tre è impiegato da aziende straniere. Il Pil ungherese dipende all’80% dalle esportazioni, realizzate in larga parte dai gruppi stranieri. La Repubblica Ceca è sugli stessi valori, e ha nella Skoda, controllata dalla Volkswagen, il fattore imprescindibile della sua economia. Nella vicina Slovacchia il numero di auto costruite pro capite è il più alto al mondo. E questi sono solo alcuni dei dati, tra i tanti, che fanno capire il tipo di vincolo che si è instaurato dopo l’89.

Questa battaglia per la sovranità economica non potrà essere che graduale, e in fin dei conti limitata. Al massimo, il rapporto tra capitale straniero e locale potrà essere ritoccato, ma senza esagerare. Si potrà inoltre cercare di selezionare in modo migliore gli investimenti esteri: meno manifattura e più innovazione, meno ricerca di vantaggi di costo, più attenzione per la nuova economia.

E comunque tutto questo non è slegato dalle altre partite per la sovranità. Dire no al piano Ue di ricollocamento dei migranti, un piano reso vincolante dal voto del Consiglio, e sostenere – nel caso polacco – che l’Europa non può impicciarsi delle riforme fatte a Varsavia sulla giustizia, significa disconoscere forza e legittimità delle istituzioni europee. E per chi investe in questi Paesi, sapendo bene che le loro economie dipendono da come va l’Europa, da quello che dà l’Europa e dall’appartenenza all’Europa, queste dispute, questi strappi, potrebbero a un certo punto diventare fattori di cui tenere conto, ben più di quanto non accada oggi, nella pianificazione delle attività e degli investimenti. 

@mat_tacconi 

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