A due settimane dal voto, la maggioranza necessaria per ratificare la Brexit è lontana. May punta sull’incubo “no deal” per trovare i voti. Intanto prende corpo l’ipotesi di un altro referendum. La Ue sembra pronta a concedere più tempo. Ma serve il sostegno del Labour. E il partito è spaccato

Manifestanti protestano contro la Brexit davanti al Parlamento di Londra, Gran Bretagna, 28 novembre 2018. REUTERS / Henry Nicholls
Manifestanti protestano contro la Brexit davanti al Parlamento di Londra, Gran Bretagna, 28 novembre 2018. REUTERS / Henry Nicholls

Londra - L’11 dicembre il Parlamento britannico deciderà se approvare o rigettare i due documenti concordati in 18 mesi di difficilissimi negoziati fra il governo di Theresa May e Bruxelles: le 586 pagine – legalmente vincolanti – dell’accordo di recesso, che indicano le condizioni del divorzio fra le parti, e le 26 della dichiarazione politica – non vincolante – che tracciano, modellandole sui principi concordati nel primo testo, le linee guida dei rapporti futuri in materia commerciale, di difesa, cooperazione, politica estera, sicurezza.


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Il Sì della maggioranza dei parlamentari sarebbe la prima ratifica ufficiale del processo di uscita. Dopo il voto del Parlamento europeo, previsto entro gennaio, non ci sarebbero più ostacoli alla separazione fra Regno Unito e Ue, fissata per le ore 11.00 londinesi del 29 marzo.

Ma, a due settimane da quel voto, Theresa May è lontanissima dall’avere la maggioranza per quell’approvazione, fissata a 320 voti. L’aritmetica parlamentare non sarà certa fino alla fine ma, secondo accreditate previsioni, la sua Brexit rischia di essere respinta con uno scarto che va dai 30 ai quasi 200 voti contrari. Distribuiti fra tutti gli schieramenti.

Circa 90 sarebbero i Conservatori contrari, che si aggiungono ai 12 Lib-Dem, i 35 nazionalisti scozzesi, i 10 unionisti nord-irlandesi, i 240/250 laburisti fedeli al mandato del segretario Jeremy Corbyn, deciso ad affossare il deal, andare al governo e, da Downing Street, rinegoziarne uno sulle premesse indicate dal manifesto laburista per Brexit.

Theresa May ripete da giorni, con ferrea determinazione, come il suo deal sia il migliore e l’unico disponibile. Una posizione sostenuta anche dal presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk che, dopo la firma, hanno più volte chiarito come non sia possibile riaprire i giochi.

La strategia del Primo Ministro è, di conseguenza, molto lineare: ripetere il mantra «il mio deal, no-deal o no Brexit», tenendo insieme il lavoro di pressione sui parlamentari, da persuadere con le buone con le cattive, e una serie di iniziative sul territorio che somigliano in modo sospetto ad una campagna elettorale.

Ecco il calcolo: nessuno, eccetto una minoranza di fanatici Brexiteers, vuole un’uscita senza accordo, a cui il Paese è drammaticamente impreparato. Nei giorni scorsi, con un timing coordinato, sia il Ministro del Tesoro Philip Hammond che il Capo della Banca d’Inghilterra Mark Carney hanno reso note le loro proiezioni economiche in caso di mancato accordo: crescita fino all’8% inferiore alle aspettative, raddoppio della disoccupazione, pesante svalutazione della sterlina e del mercato immobiliare. Scenari troppo pesanti perché qualunque politico di carriera abbia il coraggio di contribuirvi. Paradossalmente, quindi, il giorno del voto alla House of Commons ci sarebbero due maggioranze negative: una contro il deal e l’altra contro il no-deal.

Dal punto di vista legale, respingere il piano del governo significa però precipitare nell’abisso di una uscita cliff edge. Il countdown verso Brexit non si ferma e il Parlamento deve trovare una soluzione alternativa.

Secondo i più acuti osservatori politici, il governo ora scommette sulla paura del no-deal. Come scrive Robert Peston: “La May, i suoi ministri e il suo capogruppo alla Camera puntano sul fatto che, quando i parlamentari rigetteranno il piano, il mercato azionario e la sterlina in particolare precipiteranno e questo spaventerà i Tories ribelli, al punto da convincerli a tornare sui loro passi e approvare l’accordo in un secondo o terzo voto”. È una possibilità ma, come nota sempre Peston, presenta forti rischi politici: “Se un accordo che la maggioranza dei parlamentari ora respingono come un affronto al diritto di autodeterminazione democratica venisse approvato per paura della reazione punitiva degli investitori e del grande capitale, questo diventerebbe terreno fertile per estremisti e populisti”.

E, in ogni caso, potrebbe fallire. Per questo, ora, alle spalle del Primo Ministro si guarda a possibili alternative. Una di quelle che sembra raccogliere crescenti consensi è l’ipotesi di un secondo referendum: una nuova consultazione popolare probabilmente con tre quesiti, inclusa l’opzione di restare nell’Ue.

Fin dall’indomani del risultato del primo referendum, attorno a questa ipotesi si sono raccolti innanzitutto i Lib-Dem, da sempre europeisti, che però hanno solo 12 seggi in Parlamento. A loro si è unita la strana coppia Anna Soubry-Chuka Umunna, rispettivamente per i Conservatori Remainers e per la fronda laburista ribelle ai dettami del segretario Corbyn.

Ma da quando il deal è stato presentato alla House of Commons come non emendabile, cresce il numero di parlamentari che, pur di non votarlo e di evitare contemporaneamente una uscita senza rete, sembrano orientati a riportare la decisione nelle mani degli elettori. Una delle voci più autorevoli è Justine Greening, ex ministro conservatore dell’Istruzione, che sta facendo campagna per un voto da tenere il 30 maggio 2019.

È una prospettiva non irrealizzabile: richiederebbe una estensione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona con l’assenso di 27 Stati europei ma da Bruxelles arrivano segnali di disponibilità alla concessione di maggiore tempo, purché finalizzato ad un obiettivo preciso.

Serve, però, il sostegno del Labour. E il Labour è tuttora profondamente spaccato fra una maggioranza di delegati e di giovani attivisti decisamente contrari a Brexit e una leadership molto tiepida. A metà novembre, in una intervista al tedesco der Spiegel, alla domanda “Se potesse fermare Brexit, lo farebbe?”, Corbyn ha risposto “Non possiamo fermarla. C’è stato un referendum. È stato invocato l’articolo 50. Quello che possiamo fare è prendere atto delle ragioni per cui la gente ha votato Leave”.

Che però è la sua linea, non quella uscita a settembre dal Congresso del Partito che, dopo un aspro scontro, con la segreteria ha votato a maggioranza una mozione per lasciare aperte “tutte le opzioni”. Tanto che Sir Keir Starmer, il ministro ombra per Brexit e campione dei laburisti Remainer, in una intervista a Sky aveva platealmente contraddetto il capo: «Brexit può essere fermata. Ma dobbiamo prendere delle decisioni difficili».

La novità degli ultimi giorni viene però dal numero due di Corbyn, John McDonnell, che in una intervista alla BBC, in contemporanea con la pubblicazione degli apocalittici scenari economici da no-deal, ha dichiarato che un secondo referendum sarebbe «inevitabile» nel caso in cui, dopo la bocciatura dell’accordo in Parlamento, non sia possibile andare ad elezioni. È un segnale che la testa del Labour sta cambiando strategia? Per il momento, Corbyn mantiene la sua ambiguità.

Il leader dei laburisti è stretto fra due incudini: la May lo accusa di volere sabotare Brexit manovrando per restare in Europa mentre un’ampia parte del suo elettorato lo accusa di non farlo abbastanza. È una posizione che non potrà tenere a lungo. Il 9 dicembre, due giorni prima del voto alla House of Commons, ci sarà uno scontro in diretta televisiva fra lui e Theresa May e sarà difficile non scoprire le carte.

@permorgana

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