Cosa possiamo fare per vincere il conflitto iniziato da ISIS

È sempre meglio attendere qualche giorno prima di commentare fatti terrificanti come quelli accaduti a Parigi venerdì scorso. Avevamo fatto così dopo Charlie Hebdo, abbiamo deciso di fare così anche stavolta. Quasi 130 morti, più di 350 feriti. Una Parigi mai stata così vulnerabile, un’Europa mai stata così divisa, un conflitto mai stato così fuori dall’ordinario. Andare avanti si può, si deve. Ma prima bisogna avere consapevolezza di alcune cose. La prima è che bisogna agire, o meglio contrattaccare, ma in modo razionale e chirurgico.

People hold hands to form a human solidarity chain at Place de la Republique near the site of the attack at the Bataclan concert hall in Paris, November 15, 2015. REUTERS/Pascal Rossignol

I fatti di Parigi ci confermano che il nostro mondo è governato dal caso. Pensateci: voi andate nel vostro locale preferito, o nel vostro ristorante abituale, e mentre siete lì seduti in un posto che ritenete confortevole, amico e familiare, irrompe un commando armato e inizia a giustiziare i presenti. Eppure, nessuno di noi mai avrebbe pensato che quel luogo confortevole, amico e familiare, potesse essere un obiettivo terroristico. È la teoria del caos alla sua massima potenza, è la conferma che la non linearità fa parte della nostra vita. Ma è anche il punto di partenza per una serie di riflessioni che possono mitigare tale caos.

Il problema maggiore, oggi, è che si sta combattendo un conflitto, inutile e sciocco chiamarlo in modo differente, contro un nemico che è percepito come non identificato dai più. Chi è ISIS? Cosa è ISIS? Quali cellule son attive? Dove sono attive? Quali sono i vertici reali? Come mutano? Sono domande a cui anche l’intelligence risponde con lentezza. Ricordando Sun Tzu e L’arte della guerra, bisogna conoscere chi si combatte: “Conosci il nemico, conosci te stesso, mai sarà in dubbio il risultato di cento battaglie”. Noi, inteso come Europa, non solo conosciamo poco il nemico, ma nemmeno noi stessi. Impossibile quindi poter fermare quanto avviene? No, perché qui si entra in uno scenario più complicato. E serve uno sforzo univoco. E sono quattro le considerazioni che emergono dai fatti di Parigi, senza retorica e soprattutto senza reazioni di pancia, le peggiori in casi come questi.

La prima è che contro strategie così molecolari, la risposta deve essere altrettanto molecolare. Vale a dire, più intelligence, più utilizzo di fonti infiltrate, con tutti i rischi che ci sono in azioni di questo genere. In gennaio, quando ci fu l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, su queste pagine abbiamo invocato una conferenza mondiale sul terrorismo. Abbiamo anche invocato misure specifiche, come “la condivisione in tempo reale delle informazioni sulle cellule terroristiche, o come la creazione di uno o più database globali che non siano solo appannaggio della CIA o dei singoli servizi segreti nazionali”. Qualcosa è stato fatto? No. E non è questione di complottismo, o dietrologie da social media. È questione di interessi nazionali. A forza di preservarli, si è perso di vista un aspetto: in un mondo libero e globalizzato, dove non esistono frontiere, il caos può agire indisturbato, utilizzando le lacune di ogni singolo Paese. Basti pensare al cyber-terrorismo. Fare raid aerei è quindi la soluzione? Apparentemente no, perché dove si va a colpire? Chi? Cosa? Il rischio di sparare, letteralmente, nel mucchio è troppo elevato. Una conoscenza superficiale delle cose è infatti ben più dannosa dell’ignoranza. Serve pertanto un’azione di contrattacco verso quelli che sono i vertici conosciuti di ISIS. Le azioni esterne del Califfato hanno un duplice scopo, infatti. Da un lato distolgono l’attenzione dai fatti mediorientali, dall’altro mostrano la ricerca di un’attenzione che non si può più avere tramite azioni plateali, come la distruzione di opere d’arte. Traduzione: in prima battuta, l’ISIS per vivere e per fare proselitismo ha (anche) bisogno di essere al centro del palcoscenico, e in seconda battuta ha compreso che il modello difensivo europeo, e occidentale, basato sulla staticità è fallimentare nel lungo periodo. Più si eleva il muro, più si costruiranno catapulte capaci di superarlo. È questo ciò che sta accadendo. Tenere in mente questo punto, e sfruttarlo strategicamente e tatticamente, a nostro vantaggio, è fondamentale.

La seconda considerazione è che noi siamo in mezzo a qualcosa che non comprendiamo a pieno, a un conflitto non nostro, a una guerra di religione che prima di tutto è interna all’Islam. Il controllo del Medioriente è il punto focale. Sunniti e Sciiti combattono da decenni e in un quadro di totale incertezza, in cui i clan e la struttura tribale sono il tessuto connettivo di un’area strategicamente impossibile da gestire. In un contesto del genere, ISIS guadagna potere. Sia con la propaganda più spiccia, facendo sognare un futuro migliore ai giovani disperati (che hanno così una scusa di elevazione sociale per il martirio), sia con lo sfruttamento dei buchi amministrativi di cui sopra, il terrorismo è passato al piano superiore, quello del condizionamento della nostra esistenza quotidiana. Ma questo aspetto potrebbe significare, come ampiamente discusso in ambiti diplomatici, che la forza di ISIS sta diminuendo nei territori che controlla. Agire massivamente per riguadagnare consensi e dimostrare al mondo la propria forza. Proprio come fatto dal pesce palla quando si sente minacciato. Del resto, e arriviamo al prossimo punto, il terreno per questo genere di azioni è fertile.

La terza riguarda ciò che sarà. Chiudere le frontiere è un gesto giusto? Personalmente credo che sia inutile, perché le cellule dormienti sono numerose e sono già presenti sul territorio da anni, il tutto senza contare l’impatto del cyber-terrorismo, un piano su cui ISIS è carente, ma solo per ora. Gli attentatori, per la maggior parte, sono persone che sono cresciute con noi, di fianco a noi, ma che sono sfuggite al controllo delle comunità islamiche moderate, le altre vittime di questa barbarie, proprio come noi. Alimentare l’odio razziale, quello più becero e populista, affermando che bisogna cacciare gli immigrati non fa che inasprire un rapporto di convivenza che già oggi è difficile. E non è colpa né nostra né loro se è difficile: nessuna delle due parti vuole un conflitto. È il terrorismo che lo vuole, perché sa che con il caos può guadagnare posizioni. Meglio quindi agire in maniera chirurgica, coordinata, ed energica, alla fonte dei problemi. È possibile farlo? Data l’esperienza d’intelligence di alcuni Paesi, come Germania, Regno Unito e Italia, sì.

La quarta considerazione, infine, è quella che forse spaventa di più. La fragilità dell’Europa non è solo sull’asse Francia-Belgio. È vero che questi Paesi sono punti deboli, anche urbanisticamente (basti pensare alla ghettizzazione de facto provocata dal Périphérique di Parigi), ma è altrettanto vero che la struttura molecolare di ISIS è tale ovunque. Come spiegare ai propri figli cosa sta succedendo? Come narrare la nostra debolezza? Come raccontare loro che la nostra libertà, così come quella dei musulmani moderati, è in pericolo? Farlo con pacatezza, senza fronzoli. Perché l’educazione, la razionalità e la conoscenza sono la migliore arma contro chi usa la rabbia, la violenza e il terrore. Un terrore che si può combattere.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA