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Effetto Grecia: i timori dei mercati

Sono lontani i giorni oscuri del marzo 2012, quelli in cui la Grecia si avviava verso il primo default sovrano della storia dell’area euro. A tre anni di distanza le finanze elleniche restano insostenibili, ma l’insolvenza del Paese fa molta meno paura. 

Athens, GreecePeople make their way past a stencil by street artist Flip in Athens June 4, 2015. Greek Prime Minister Alexis Tsipras emerged from late-night talks with senior EU officials in Brussels saying a deal with creditors was "within sight" and that Athens would make a payment due to the IMF on Friday. REUTERS/Alkis Konstantinidis

 Lo stato attuale delle trattative è incerto, specie se proiettato nel lungo termine. Da un lato abbiamo il Brussels Group composto dal Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce), Commissione Ue, con l’aggiunta dello European stability mechanism (Esm). Dall’altro il governo greco di Alexis Tsipras e del ministro delle Finanze Yanis Varoufakis. In mezzo, i mercati finanziari. E questi ultimi ben poco si curano, tranne che nel caso del mercato forex (che per natura è schizofrenico), delle vicende elleniche. In altre parole, già prezzano un eventuale default sovrano, che avvenga domani o che avvenga nel 2018. Diversi sono i motivi. 

Il primo riguarda l’architettura dei meccanismi di gestione delle crisi all’interno dell’euro area. Negli ultimi tre anni è nato lo Esm, che funge da baluardo contro il contagio da Paese a Paese; è sorto il Single supervisory mechanism (Ssm) della Bce, nell’ambito della Banking union, che monitora il sistema bancario dell’intera zona euro; la Commissione europea ha velocizzato le procedure in caso di crisi potenzialmente sistemica; la Bce sta proteggendo la domanda interna, e il commercio, attraverso il Quantitative easing (Qe) che durerà fino al settembre 2016. 

La seconda ragione riguarda la composizione del debito greco. Secondo i dati Bloomberg, è pari a circa 330 miliardi di euro, circa il 3% del Pil dell’eurozona. La grande maggioranza, circa il 73% del totale, è nelle mani del Fmi, della Bce, dello European financial stability facility (Efsf) e dalla Banca europea degli investimenti (Bei). Ogni azione sul debito quindi rischia di innescare pericolose conseguenze nel rapporto fra Grecia e creditori internazionali, che Tsipras, stando alle indiscrezioni, vuole evitare a tutti i costi. E non bisogna aver timore nemmeno del mancato rimborso al Fmi di una tranche dei prestiti. Atene ha deciso di accorpare quelli di giugno, 1,533 miliardi di euro, in una unica rata, da pagare al 30 del mese in corso. È vero che il più recente precedente è quello dello Zambia, ma è anche vero che tecnicamente la Grecia potrebbe saltare un pagamento in toto. 

Se così fosse, dopo un periodo di grazia di 30 giorni le autorità finanziarie come l’International swap and derivatives association (Isda), l’organo che regolamenta i derivati finanziari mondiali, avrebbe la legittimità di dichiarare insolvente il Paese, innescando il pagamento dei Credit default swap (Cds) e scatenando un “credit event”, un evento creditizio. Di contro, se le autorità elleniche si accordano con il Fmi per un piano di rientro pluriennale - una fattispecie giuridica contemplata dal Fondo -, allora sarebbe possibile evitare la dichiarazione di insolvenza. E così, Atene avrebbe a disposizione circa 24 mesi per ripagare il debito, scaduti i quali il Fmi sarebbe autorizzato a effettuare un prelievo forzoso dei beni della Grecia. Ma prima che si arrivi a questo scenario, ci sarebbe la sospensione del diritti di voto della Grecia nel Fmi, quindi la sua estromissione de facto. Storicamente, nessun Paese ha subito questo trattamento. 

Il terzo motivo di relativa tranquillità dei mercati finanziari è che tutte le recenti vicende greche si basano su scelte meramente politiche. Sia da una parte sia dall’altra. È stata una scelta politica quella dei creditori internazionali di non rilasciare la tranche del secondo programma di sostegno da 7,2 miliardi di euro nei mesi scorsi. Colpa del mancato impegno di Tsipras a completare il piano sottoscritto dal governo ellenico nel 2012. Del resto, il leader di Syriza aveva fatto di questo punto - la rinegoziazione del programma di bailout - il caposaldo della sua campagna elettorale. Accettando tutte le condizioni del Brussels group, Tsipras perderebbe il consenso elettorale. Ma gli operatori finanziari sanno anche che, secondo i più recenti sondaggi nel Paese, più del 75% dei greci vuole restare all’interno dell’euro area. Più passa il tempo, più cala la liquidità, più va sotto pressione il sistema bancario interno, più cresce il rischio di un’uscita “accidentale” della Grecia dall’eurozona. Un quadro che né Tsipras né Varoufakis desiderano, dato che il loro mandato elettorale prevede la rinegoziazione del bailout, non la secessione dall’area euro.

La banca statunitense Goldman Sachs, per voce del suo chief european economist Huw Pill, ha cercato di guardare a tutte le possibilità. Pur tenendo conto che lo scenario di base è positivo, e prevede un’intesa duratura (quindi non solo l’ennesima estensione del programma attuale), bisogna fare i conti con la realtà. Una realtà che vede la Grecia nella più totale insostenibilità finanziaria di lungo periodo. Pertanto, se tutto dovesse deragliare, meglio un’insolvenza su parte del debito sovrano, con conseguente ritorno alle urne, che un’agonia senza fine sia per i greci sia per le autorità elleniche sia per i creditori internazionali. Quale scelta - politica - prenderà Tsipras? 

@FGoria

Tratto da http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/effetto-grecia-i-timori-dei-mercati-13442

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