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Il Fmi processa la globalizzazione, ed era anche ora

È iniziato il processo alla globalizzazione. Durante i meeting annuali del Fondo monetario internazionale (Fmi) il fenomeno economico e sociale più importante degli ultimi trent’anni è finito al centro delle discussioni di economisti e policymaker. Se perfino il numero uno del Fmi, Christine Lagarde, ha spiegato che occorre ripensare la globalizzazione, al fine di armonizzarla e renderla capace di ridurre le diseguaglianze che ha contribuito a creare, la situazione è tale da imporre una riflessione su larga scala.Perché è vero che la globalizzazione è in grado di fornire benefici diffusi, ma occorre che sia più inclusiva, come ha sottolineato la Lagarde.

Christine Lagarde, Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) durante il meeting annuale di FMI e Banca Mondiale. Washington, USA, 9 Ottobre 2016. REUTERS/Yuri Gripas
Christine Lagarde, Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) durante il meeting annuale di FMI e Banca Mondiale. Washington, USA, 9 Ottobre 2016. REUTERS/Yuri Gripas

“La crescita è troppo bassa da troppo tempo e le conseguenze sociali e politiche sono evidenti. Le disuguaglianze restano alte, conflitti e migrazione sono un prezzo pesante”. Con queste parole la Lagarde ha aperto il Vaso di Pandora sui processi di sviluppo su scala globale. E gli ha fatto eco il numero due della Federal Reserve, Stanley Fischer, che dal meeting dell’Institute of international finance (Iif), la lobby dei banchieri, ha fatto il punto sul commercio internazionale e sulla globalizzazione.

“Resta un enorme sorgente di crescita economica, anche se bisogna migliorarne molti aspetti”, ha detto Fischer, che ha espresso molta preoccupazione per “i crescenti sentimenti anti globalizzazione nati dall’universo politico”. Chiaro il riferimento al candidato repubblicano per la Casa Bianca, Donald Trump, che ha più volte accusato il libero commercio e i liberi scambi internazionali di essere uno degli ostacoli a una maggiore espansione economica statunitense.

I timori di Lagarde e Fischer non sono campati per aria. Secondo la World trade organization (Wto), il commercio internazionale è al livello più basso dal 2007. Cioè da prima del collasso di Lehman Brothers, che ha poi completamente bloccato gli scambi per buona parte del 2009. E il vento contro alla globalizzazione è tornato a spirare. Non solo da Seattle, ma anche da New York, Washington, Londra e Beijing.

Ma chi sono i politici a cui facevano riferimento sia Lagarde sia Fischer? “Chi sente di essere un cittadino del mondo è in realtà cittadino del nulla”, ha detto alla conferenza annuale dei Conservatori Theresa May, ultima tra i leader mondiali a scagliare i propri dardi contro la globalizzazione. The Economist ne ha ricordati alcuni: Hillary Clinton ha preso le distanze dal Trans-Pacific Partnership (TPP), un trattato che pure ha contribuito a negoziare. François Hollande ha criticato pesantemente il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) in discussione tra Stati Uniti ed Europa. E non va dimenticato che buona parte dei consensi intorno a Donald Trump è dovuta al fatto che il candidato repubblicano ha contestato tutte le intese firmate dagli Stati Uniti per liberalizzare i commerci, a partire dal North American Free Trade Agreement (NAFTA) stipulato con Messico e Canada.

La tendenza, sul versante politico, è chiara. Ovunque si vogliono innalzare muri contro le persone e barriere contro le merci. Secondo il Wto, nel 2016 il commercio internazionale aumenterà solo dell’1,7 per cento. Tra il 1985 e il 2007 import ed export sono cresciuti a un ritmo doppio rispetto a quello del Pil mondiale. Negli ultimi 4 anni i dati si sono allineati. Nel 2016 il Pil globale crescerà di più (2,2). I dazi tra Paesi sono diminuiti di un punto percentuale l’anno tra il 1986 e il 1995, di mezzo punto fino al 2008. Adesso  questo calo si è fermato. Il numero di accordi di libero scambio negli anni Novanta era di circa 30 l’anno, nel 2011 sono stati 10.

Una recente inchiesta del New York Times ha raccontato alcune storie di vittime della globalizzazione, soprattutto negli Stati Uniti. Se in Asia Orientale le persone in stato di estrema povertà sono passate dal 60% del 1990 al 3,5% di oggi, in Occidente i settori esposti alla concorrenza straniera hanno sofferto perdite ingenti in termini di occupazione. E mentre negli Anni Novanta il boom di Internet e quello immobiliare avevano fornito un’alternativa, adesso quell’alternativa non c’è più. Alcuni dati: dal 2000 al 2010 gli Usa hanno perso circa 5,6 milioni di posti di lavoro nella manifattura: solo il 13% di questi, secondo il Center for Business and Economic Research della Ball State University, in Indiana, sono dovuti alla concorrenza straniera (la prima causa, infatti, sono i processi di automazione). Eppure lo spauracchio continua ad essere la Cina, la cui quota di mercato dopo l’ingresso nella Wto si è allargata a dismisura: l’export di Pechino è passato dai 266 miliardi di dollari del 2001 ai 2.300 del 2014. In certi settori l’impatto è stato pesante: nel 2005 i cinesi producevano un terzo dell’acciaio mondiale, adesso è la metà (il NYT fa l’esempio di un lavoratore dell’acciaio passato dagli 86.000 dollari annuali a un sussidio settimanale di 425 dollari a un impiego in un magazzino per 12 dollari l’ora).

Sia The Economist che il New York Times rilevano due elementi. Da una parte i benefici della globalizzazione sul potere d’acquisto dei cittadini e sulle entrate: il prezzo dei vestiti per bambini negli Usa è calato del 10% dal 1999 al 2013, gli europei immigrati in Gran Bretagna dal 2000 sono contribuenti netti e hanno portato alle finanze pubbliche 20 miliardi di sterline. Se tornassero le barriere, il potere d’acquisto dei cittadini più poveri calerebbe del 63 per cento. Dall’altra, i limiti nella protezione di
chi perde il posto e nel processo di riconversione produttiva, soprattutto in America, dove solo lo 0,1% del Pil viene speso in politiche attive del lavoro.

Il problema non è nella globalizzazione, che resta un processo di sviluppo capace di giovare a un vasto numero di individui, che con un altro modello non avrebbero accesso a benefici diffusi. Il problema è che la velocità di globalizzazione è stata poco omogenea. Questa lentezza ha alimentato, e continua ad alimentare, i populismi che poi creano le nuove spinte protezionistiche sull’onda dell’ineguaglianza, economica e sociale.

Ma nel XXI secolo possiamo permetterci di mandare al macero l’evoluzione tecnologica che ha favorito la globalizzazione? Possiamo dimenticarci di colpo che la capillarità di internet ha contribuito a semplificare le nostre vite, incrementare i nostri redditi e unificare il mondo degli attori economici? No, perché sarebbe come se i nostri antenati avessero scientemente deciso di rinnegare la navigazione commerciale, che è stato il prototipo della globalizzazione. Pensare un mondo in cui le merci non possono essere scambiate liberamente non è semplicemente possibile. Pensare, invece, a un modello di globalizzazione capace di essere più inclusivo e in grado di ridurre le disuguaglianze è possibile. Ed è per questo che è doverosa la discussione. Non solo tra le istituzioni internazionali come il Fmi, ma anche a livello di nazioni, che dovrebbero essere il primo attore nella lotta all’ineguaglianza all’interno delle loro macro-aree economiche. In questo caso, il Fmi può solo indicare la via, ma devono essere gli Stati a percorrerla.

@FGoria @vannuccidavide

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