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G7: Tokyo e Washington ai ferri corti sulle politiche monetarie

«Ogni vertice del G7 è tanto inutile quanto affascinante. Del resto, è sempre suggestivo per un capo di Stato visitare posti nuovi». La frase è di Paul Donovan, economista di UBS, e risale a qualche anno fa, ma è ancora valida in molti casi. Eppure, il G7 in corso a Ise-Shima, in Giappone, rischia di passare alla storia come il meeting che sancirà la rottura definitiva della tregua valutaria tra Tokyo e Washington. 

REUTERS/Jim Watson/Pool

Un mese fa, alla vigilia degli IMF Spring Meetings, nei corridoi dell’istituzione guidata da Christine Lagarde circolava un’indiscrezione, poi confermata dai fatti. Al fine di frenare il declino dello yen, il Giappone avrebbe domandato ai partner internazionali la possibilità di intervenire sul mercato valutario. E sarebbe stata la prima volta dal 2011, quando intervenne per supportare la divisa nipponica dopo il sisma del Tōhoku, che provocò 15.703 morti accertati e fece capitolare l’economia del Paese. Detto, fatto, rifiutato. Tokyo non ha ottenuto il placet per scendere sul mercato forex. A opporsi con maggior vigore, gli USA. 

Quella che va in scena oggi in Giappone non è quindi nient’altro che la riproposizione di quanto verificatosi a Washington. A giocare la partita però non saranno solo i leader di Giappone e Stati Uniti d’America, ma anche quelli di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, più i presidenti di Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e Consiglio Ue, Donald Tusk. Come spiegano fonti governative statunitensi, «si vuole evitare una guerra valutaria a tutti i costi». Non sarà facile, però. 

Alla vigilia del G7 finanziario, appena concluso, il segretario del Tesoro statunitense, Jack Lew,aveva già ammonito il corrispettivo nipponico, Taro Aso. «Non ci sono giustificazioni per un intervento sul mercato da parte del Giappone, dato che non consideriamo i recenti movimenti dello yen come “disordinati”», ha spiegato Lew. La risposta di Aso non si è fatta attendere: «I movimenti unilaterali, bruschi e speculativi si sono verificati contro lo yen, e sono del tutto indesiderabili, specie se consideriamo l’importanza di una stabilità valutaria a livello globale». Traduzione: Tokyo e Washington sono ai ferri corti come non mai negli ultimi cinque anni. 

Dall’inizio dell’anno a oggi la valuta giapponese si è deprezzata dell’8,71% (dati Bloomberg fissati alle ore 10 del 26 maggio 2016) nei confronti del dollaro statunitense. E secondo gli analisti di Goldman Sachs potrebbe perdere ancora più terreno nel caso la Bank of Japan decidesse di lanciare un nuovo round di stimoli fiscali o monetari. L’anemica crescita di Tokyo e la debolezza della domanda domestica potrebbero infatti costringere la banca centrale giapponese ad allargare la base monetaria ancora una volta. Quando? A luglio, come spiega Valentin Bissat, economista di Mirabaud AM. Questo perché il numero uno della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, durante l’ultimo meeting ha affermato senza giri di parole che la sua istituzione avrebbe fatto di più: «Qualora fosse necessario, aumenteremo gli stimoli su tutte e tre le dimensioni». Secondo Bissat è lecito aspettarsi l’arrivo di nuove misure. «Dato il contesto caratterizzato da inflazione bassa, da uno yen più forte, da una spesa per gli investimenti debole e da una crescita dei salari limitata, riteniamo che la BoJ aumenterà il proprio supporto in termini di politica monetaria a luglio, aumentando gli acquisti di ETF (Exchange Traded Fund, fondi negoziabili come azioni, ndr)», ha detto l’economista di Mirabaud AM. 

Se così fosse, tuttavia, si aprirebbe uno scenario nuovo e inesplorato. Dato che le principali banche centrali globali (Federal Reserve, Banca centrale europea, Bank of England, Bank of Canada, People’s Bank of China e Bank of Japan) stanno continuando a utilizzare la politica di tassi bassi, o negativi, si stanno riducendo i margini operativi per l’efficacia degli stimoli messi in campo. In altre parole, il meccanismo di trasmissione della politica monetaria resta fragile, se non rotto in alcuni casi, come quello del Giappone. Ma cosa si può fare di più, se non allargare la base monetaria ed espandere i bilanci delle istituzioni monetarie tramite l’acquisto diretto di asset? Gli interventi sul mercato valutario, cioè quello che domanda da mesi Tokyo. 

Non è un caso che il primo ministro giapponese Shinzō Abe, in apertura del G7, abbia messo in guardia gli altri leader sui rischi che corre l’economia globale. «La situazione delle commodity e dei Paesi emergenti ricorda molto da vicino, se non è addirittura peggio, quanto accadde dopo il collasso di Lehman Brothers. È doveroso fare di più», ha detto Abe. Quel “di più” però rischia di peggiorare ulteriormente la situazione. Il fallimento delle tre frecce dell’Abenomics (allargamento della base monetaria, investimenti strategici a pioggia, un piano per la crescita economica) è conclamato, mentre cresce lo scetticismo degli investitori istituzionali sull’attuale politica monetaria di tassi negativi (Negative interest rate policy, o Nirp) della Bank of Japan. 

Entrando sul mercato valutario, Tokyo potrebbe provocare il malcontento di Washington, da un lato, e dall’altro esaurirebbe anche l’ultima arma che ha a disposizione. Nel caso non funzionasse nemmeno ciò, il Giappone si ritroverebbe con la credibilità della banca centrale totalmente erosa e con un’economia ancora più stagnante. In pratica, le perfette condizioni per l’avvio di un nuovo decennio perduto. 

@FGoria

Articolo pubblicato su ispionline.it http://www.ispionline.it/articoli/articolo/global-governance/g7-tokyo-e-washington-ai-ferri-corti-sulle-politiche-monetarie-15199

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