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Il G7 è servito a qualcosa. Ha fatto capire l’inadeguatezza di Trump

Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sull’attuale strategia politica statunitense, il G7 di Taormina li ha fugati tutti. L’amministrazione del presidente americano Donald Trump - con ogni probabilità - sarà ricordata come una delle peggiori di sempre. Per la sua improvvisazione, per il suo doppiogiochismo, per la sua inadeguatezza e per il deterioramento senza fine dei rapporti transatlantici. Ha ragione il cancelliere tedesco Angela Merkel quando afferma che l’Europa è da sola. Il nuovo isolazionismo di Trump rischia però di danneggiare ambo i lati dell’Atlantico.

Donald Trump al G7 a Taormina. REUTERS/Stephane de Sakutin/Pool
Donald Trump al G7 a Taormina. REUTERS/Stephane de Sakutin/Pool

Non è stato un G7 qualunque. Si è discusso molto di commercio internazionale e lotta al cambiamento climatico. Ma soprattutto è emersa una totale divisione tra l’Europa (con Canada e Giappone) e l’America di Donald Trump, sempre più arroccata su posizioni che sono - da un punto di vista economico e diplomatico - impossibili da difendere nel 2017. Secondo il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni «discutere è utile» e il clima “informale” di Taormina ha dato maggior importanza al summit. «L’America è il nostro principale alleato, lo era, lo è tuttora, e con la scelta del popolo americano noi facciamo i conti» ha sostenuto Gentiloni, definendo Trump «molto dialogante, molto curioso, con una capacità e una volontà di interloquire e di apprendere da tutti gli interlocutori». Tutto bene? Non esattamente.

Non proprio dello stesso avviso, Angela Merkel che all’indomani del vertice di Taormina (dove non ha tenuto la conferenza stampa finale ma ha solamente dichiarato che sul clima la discussione è stata “insoddisfacente”) dalla sua Baviera esorta gli altri Paesi della Ue ad unirsi di fronte alle nuove ed emergenti politiche di divergenza degli Usa. «Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino», continuando naturalmente «a mantenere relazioni di amicizia con Usa e Gran Bretagna e con vicini come la Russia». Parole importanti ma, forse, non di rottura definitiva. Però che danno il senso della distanza tra Europa e Stati Uniti. Una distanza che, a oggi, a Trump non pare interessare colmare.

A settant’anni dal Piano Marshall, che diede inizio alle relazioni speciali tra Stati Uniti e Europa occidentale ci si chiede se le relazioni transatlantiche siano davvero agli sgoccioli. Una cosa è certa: oggi Stati Uniti e Germania parlano due lingue diverse, e non ci saranno miglioramenti fino a quando ci sarà Trump alla Casa bianca. Sul commercio a Bruxelles Trump ha definito i tedeschi “very bad” riguardo all’export delle automobili in Usa. Attaccare le aziende tedesche però potrebbe anche essere pericoloso. Infatti si tratta di investimenti da circa 255 miliardi di dollari negli Stati Uniti e che danno da lavorare a 670 mila persone. Numeri non proprio irrilevanti. Senza contare che non sono pochi gli impianti produttivi tedeschi in America.

Anche sul clima divergenza assoluta, come era prevedibile attendersi. La Germania investe moltissimo nell’energia rinnovabile e non intende muoversi di un punto sull’Accordo di Parigi. La nuova amministrazione americana invece punta tutto sul carbone e sui combustibili fossili. A fine marzo è stato emesso un ordine esecutivo per rivitalizzare l’industria del carbone e nell’ultima proposta di budget della White House si chiede di tagliare i fondi federali del 70 per cento per la ricerca in energia rinnovabile e auto pulite, del 31 per cento le dotazioni dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente ed eliminerebbe il programma della Nasa sul clima. E al G7 di Taormina ha preso tempo e ha impedito che l’accordo prendesse forma. Del resto, non c’era da aspettarsi molto di più, anche dopo l’ordine esecutivo, emesso a fine aprile, di revisionare tutti i National monument istituiti dopo il 1996, circa 26, molti dei quali situati in aree di interesse energetico. Al fine di mantenere la promessa elettorale di ridare un lavoro ai minatori del Midwest o delle Great Plains, Trump ha deciso di agire in modo contro intuitivo sullo sviluppo delle fonti energetiche statunitensi. E ha fatto un doppio-gioco: accomodante prima del G7, incurante dopo. 

Alla vigilia il rapporto di Trump con l’Unione europea sembrava - almeno sulla carta - più cordiale ma in realtà resta sempre abbastanza frenato. Lo scorso giovedì a Bruxelles nell’incontro con il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk il presidente Usa ha confermato di voler cambiare rotta rispetto alla linea dell’amministrazione Obama per quanto riguarda il commercio. Ciò significherebbe che il TTIP - Transatlantic Trade and Investment Partnership - è da considerare da rifare. Si è parlato di un accordo per «iniziare un lavoro per un piano d’azione congiunto sul commercio», ma non di più. Anche con Bruxelles rimane il nodo del clima e dell’attuazione degli accordi di Parigi. Non è un caso che Angela Merkel abbia espressamente detto che l’Europa deve vedersela da sola. Le strategia politica di Steve Bannon e Peter Navarro, i due principali consiglieri di Trump, agli occhi della comunità diplomatica di Washington rimangono nebulosi, schizofrenici e senza un apparente progetto di lungo periodo. Si vive giorno per giorno, senza pianificazione specifica. E a dimostrarlo sono ancora tutti i posti vacanti all’interno delle istituzioni della capitale, a cominciare dal Tesoro, dove il segretario Steven Mnuchin resta a corto di personale.

Rapporti un po’ scricchiolanti, quindi, ma non di certo del tutto spezzati. Sono, infatti, ancora molte le istituzioni, a partire dalla Nato che, tengono unito il Vecchio Continente con l’altra sponda dell’Oceano. Ma anche in sede Nato, Trump ha fatto sentire la sua voce e ribadito che l’Europa deve spendere di più per la propria difesa e che la Nato deve diventare il centro internazionale della lotta al terrorismo. Una richiesta che è considerata irricevibile dai partner europei, Germania in primis.

 Fin qui, tutto normale? Non del tutto, visto che mai si era vista una divergenza così marcata su un così ampio spettro di temi. Da un lato, colpa della formula del G7. Piatta, incapace di produrre risultati concreti, semplice occasione per i leader mondiali di vedersi e discutere di temi cruciali - come il climate change - senza però arrivare a conclusioni specifiche. Dall’altro, colpa dell’improvvisazione di Trump e del suo staff. L’inadeguatezza di The Donald si sta rivelando sempre più evidente, giorno dopo giorno, ma resta un presidente eletto democraticamente. Il problema è che quando anche la sua base elettorale capirà il bluff, così come lo stanno capendo la Merkel e gli europei, sarà forse troppo tardi. Perché gli Stati Uniti avranno perso gran parte della loro influenza a livello globale, già deteriorata negli ultimi 20 anni. E riguadagnarla, in un mondo più multipolare che mai, non sarà facile. 

@FGoria @LaviniaPelosi

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