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Il fallimento del “Pivot to Asia” di Obama e Clinton è già oggi il prossimo problema degli USA

Non sempre la realtà è come appare. Il “Pivot to Asia” lanciato nel 2011 dall’amministrazione Obama sembra essere rimasto sulla carta, quantomeno sul piano militare. Meno attenzione al Medio Oriente, più risorse verso il Sud-est asiatico: questo avrebbe dovuto essere il nuovo asse della politica estera americana, con un occhio rivolto alle mosse della Cina. E, invece, secondo una ricerca pubblicata dal Council on foreign relations (Cfr), l’assistenza alla regione in materia di sicurezza è diminuita di 34,5 milioni di dollari, ossia del 19%, dal 2010 al 2015.

REUTERS

Quando Hillary Rodham Clinton, nel novembre 2011, scrisse “America's Pacific Century”, pubblicato su Foreign Policy, il mondo scoprì il significato del ribilanciamento della politica estera statunitense verso l’Asia. Dimenticato il Medio Oriente, o meglio - nelle credenze di Barack Obama e del suo staff - stabilizzato, era ora di guardare allo sviluppo - e alle potenzialità commerciali - del Sud-est asiatico. Ma nemmeno dopo cinque anni, le prime critiche, aspre, fecero capolino sui tavoli dello Studio ovale. Una delle più dure arrivò dalle colonne del Washington Post, dove Fareed Zakaria demolì sia l’idea della Clinton sia le mosse del suo successore al Dipartimento di Stato, John Kerry. Ma quella di Zakaria non era l’unica voce contraria.

A oggi, a pochi mesi dalle elezioni che segneranno la fine dell’esperienza Obama, nel mondo dei think tank di Washington c’è fermento. Le analisi sul lascito, soprattutto in ambito diplomatico, di Obama sono contrastanti, ma ci sono due costanti di fondo, la crescente debolezza degli USA nella politica estera e il fallimento de facto del “Pivot to Asia”. «Non è stata un’esperienza entusiasmante quella di Obama, se si guarda la sua amministrazione con gli occhi della diplomazia. Come Commander-in-Chief non è stato esaltante», spiega Brookings Institution in una nota di pochi giorni fa. Tuttavia, ricorda il think tank, «è anche vero che Obama si è trovato a fronteggiare problemi non suoi, come la lotta al terrorismo internazionale e la destabilizzazione del Medio Oriente». Tutto vero, ma il problema sotto questo versante, è che si è ignorato il pericolo che stava nascendo - la guerra di potere tra Al-Qaeda e il nascente Islamic State (Is) - e non si è data abbastanza importanza fattuale allo sviluppo dell’Asia-Pacifico.

Nello specifico, l’analisi del Council on foreign relations lascia poco spazio all’ottimismo. Tra le dieci nazioni del Sud-est asiatico, solo Laos, Myanmar e Vietnam hanno ricevuto fondi più ingenti negli ultimi cinque anni, e soltanto ad Hanoi, nemesi storica, gli aiuti hanno coinvolto in maniera specifica l’esercito e il suo potenziamento (il sostegno al Laos ha riguardato soprattutto la campagna per lo sminamento, come in Myanmar, dove gli americani hanno finanziato anche le operazioni anti-droga). Rispetto al 2010, l’assistenza militare alla Thailandia è crollata (-79,9%), così come quella a Singapore (-71,4%). Anche Indonesia e Malesia hanno ottenuti molti meno fondi che in passato (rispettivamente, -51,7 e -58,2 per cento). Gli aiuti a Cambogia e Brunei sono rimasti sostanzialmente irrilevanti.

Più volte l’amministrazione Obama ha dichiarato a gran voce la volontà di difendere la sicurezza dei mari e la libertà di navigazione, ma solo nel 2015 gli Stati Uniti hanno avviato un rafforzamento del sostegno al sud-est asiatico in questo campo. Il taglio dell’assistenza militare alla Thailandia, scrive il Council, è conseguenza del colpo di Stato del maggio 2014, mentre Cambogia, Myanmar e Laos restano Paesi instabili e semi-autoritari, il che spiegherebbe la prudenza di Washington. Malesia, Indonesia e Filippine, però, sono relativamente stabili, nonché comprensibilmente critici della riluttanza americana ad impegnarsi maggiormente a loro difesa.

L’agenda politica sembra imporsi ad Obama, sottolinea il Cfr nel suo rapporto: mentre l’Asia aspetta i fondi americani, le priorità restano l’Europa e, soprattutto, il Medio Oriente. L’assistenza al Vecchio Continente è anch’essa calata (52,9 milioni di dollari in meno tra il 2010 e il 2015), ma rimane circa il triplo di quella per il sud-est asiatico. La voce di bilancio più grande, però, è di gran lunga il Medio Oriente, dove, con buona pace della dottrina Obama sul progressivo disimpegno dalla regione, gli aiuti in materia di sicurezza sono cresciuti di 1,3 miliardi di dollari nell’ultimo quinquennio: da 6,7 a 8 miliardi di dollari (quelli all’Asia sud-orientale, per fare un parallelo, sono 147,6 milioni).

Cosa aspettarsi quindi dalle elezioni del prossimo novembre? Lo scenario di base resta incerto. I due principali candidati emersi finora (a meno di sorprese dell’ultimo...), Clinton per i democratici e Donald Trump per i repubblicani, riusciranno a riportare la politica estera al primo posto dell’agenda della Casa bianca? E se sì, come? Si completerà il “Pivot to Asia” senza dimenticare la doverosa stabilizzazione del Medio Oriente? A oggi sono domande che non hanno risposta. Impegnati entrambi in una lotta a chi urla di più al fine di conquistare il consenso elettorale di una classe media sempre meno media e sempre più povera, Clinton e Trump rischiano di dimenticare quanto sia debole e fragile la politica estera statunitense.

Dall’Asia all’Europa, passando per l’Africa, il Sud America e il Medio Oriente, non pare esserci area in cui Washington è capace di influenzare diplomaticamente il corso della storia. Non sarà colpa di Obama, come scrive Brookings, ma quello che è certo è che gli USA stanno ancora cercando quel centro di gravità che hanno perso a partire dalla Prima guerra del Golfo.

@FGoria @vannuccidavide

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