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Il realismo che serve in un mondo senza guida

Torniamo indietro di qualche anno. Pensiamo alle festività natalizie di qualche decennio fa. In pochi le ricordano, al netto di fattori personali, con un’accezione negativa. Diamo invece un occhio a quelle odierne. Pensiamo alle parole che più ricorrono sui giornali: ISIS, banche, riscaldamento globale, crisi. Conviene abituarsi a questo nuovo ordine globale, perché difficilmente si tornerà indietro.

Brussels, Belgium - A Belgian soldier patrols a shopping street in central Brussels as police search the area during a continued high level of security following the recent deadly Paris attacks, Belgium, November 24, 2015. REUTERS/Yves Herman

Ormai tutti parlano di “nuova normalità”. Pochi sanno a cosa si riferisce. Prima di tutto, bisogna attribuire a  Mohamed El-Erian, già a capo di Pimco, la paternità dell’espressione. Nel pieno della crisi post Lehman Brothers, El-Erian fu il primo, durante la Per Jacobsson Lecture del 2010, a parlare di “nuova normalità”. Il motivo era semplice: sapeva che tre galassie - quella economica, quella finanziaria e quella industriale - non sarebbero mai tornate, se non nel lunghissimo periodo, ai livelli antecedenti il collasso di Lehman Brothers. Poi, il termine ha iniziato a girare, prima nelle redazioni poi negli studi televisivi. Tutti parlavano di “nuova normalità”. Infine, è arrivato anche in Italia. E anche lì, solito giro, dalle redazioni al bar sport. Ora tutto ciò che appare anormale è la “nuova normalità”. Ma siamo sicuri che sia davvero così?

Prendiamo le festività natalizie 2015. L’illusione che vada tutto bene, che i problemi del mondo non esistano, che la mancanza di una leadership globale non sia un rischio enorme, ha la prevalenza. Ma si tratta di una bolla, creata ad hoc per spirito di autoconservazione. Lo scriveva Henrik Ibsen: «Strappa all’uomo medio le illusioni di cui vive, e con lo stesso colpo gli strappi la felicità».

La minaccia del terrorismo jihadista è seria, concreta. E potrebbe presto spostarsi su un piano differente. «L’Unione Europea e i suoi Stati membri devono prepararsi alla possibilità di un attacco chimico o batteriologico sul proprio territorio da parte dell’Islamic State (IS, ndr)», ha scritto il Parlamento Ue in un rapporto di inizio mese. Lo ha riportato per noi Irene Giuntella, ma la notizia è passata quasi sottotraccia. Come se non esistesse questa evenienza. No, esiste. E come spiegano fonti diplomatiche, non v’è dubbio che se l’Islamic State fosse realmente dotato di questo genere di armi, ne farebbero uso. Perché porterebbero il conflitto interno fra Al-Qaeda e IS su un piano differente. IS vuole guadagnare il potere perduto negli ultimi mesi nei territori del Levante e per farlo potrebbe voler dare dimostrazione ad Al-Qaeda di essere perfino superiore, nell’applicazione della strategia del terrore in Occidente. Eppure, nonostante i pericoli esistano, pare che non ve ne sia più traccia nelle discussioni sui media, nei talk show e fra la gente.

Ancora. Ci sono i rischi economico-finanziari. La Federal Reserve ha iniziato l’exit strategy, innalzando il tasso di riferimento che era fermo proprio dal crac di Lehman Brothers. Era il 2008. E ora il governatore della Fed, Janet Yellen, dovrà stare molto attenta a non urtare la ripresa globale, che appare sempre modesta e disomogenea. Il 2016 sarà all’insegna della volatilità su quasi tutte le classi di asset, dall’azionario all’obbligazionario, perché delle due l’una: o la Yellen fornisce una road map precisa agli investitori o non la fornisce. Nel secondo caso, l’incertezza sarà la guida della logica d’investimento. Il tutto mentre la Banca centrale europea di Mario Draghi sta percorrendo il sentiero opposto a quello della Fed, ovvero l’espansione del proprio bilancio con la speranza di dare una scossa all’economia europea.

Già, l’Europa. Quella Europa sempre più caratterizzata dalla fine dei partiti politici tradizionali e incapace di superare gli interessi nazionali nemmeno nel mezzo di una crisi umanitaria alle porte, quella legata alla guerra civile in Siria. Anzi, proprio la questione dei rifugiati è diventata centrale per la propaganda dei partiti nazionalisti, come il Front National di Marine Le Pen, e di quelli populisti, come la Lega Nord di Matteo Salvini. In mezzo c’è un’Ue che in alcune aree, come l’Italia, sta vivendo una crisi di legittimità quasi peggiore di quella vissuta nei periodi più neri della crisi dell’eurozona. L’ultimo Eurobarometro del Parlamento Ue ha infatti evidenziato che solo il 44% degli italiani è interessato da quel che succede a Bruxelles contro il 54% del resto degli europei. Numeri che dovrebbero far comprendere la gravità della situazione ai policymaker Ue. E pure ai politici. Invece che alimentare l’astio verso le istituzioni europee al fine di non perdere consensi, meglio sedersi intorno a un tavolo e parlare per fatti concreti, anche se negativi, e non per slogan, come se si fosse in una campagna elettorale permanente.

Infine, un’occhio all’Italia. L’impressione è che la bolla dell’illusione sia più resistente, e grossa, a Roma e dintorni. Non è chiaro se sia solo una questione di narrativa, ma osservando dall’esterno l’Italia pare che i rischi geopolitici, così come quelli economico-finanziari, non interessino al lettore, al cittadino. Allo stesso tempo, quando un evento esterno - prendiamo il caso degli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre - suscita interesse nei cittadini, questi lo dimenticano dopo poco tempo, tornando in un letargico sonno della ragione. Colpa dei giornalisti, colpa delle istituzioni, colpa del sistema educativo, colpa dei cittadini stessi. È più facile vivere nella bolla che cercare di analizzare i fenomeni complessi, come il terrorismo o la crisi economica. O meglio, è più semplice farlo fino alla prossima tragedia.

Il realismo è ciò che serve. Viviamo in un mondo senza guida e senza una bussola definita. È lo scenario descritto da Ian Bremmer nel 2012, il G-Zero World. Ma è anche quello spiegato da Mary Kaldor e Charles Krauthammer. Prendere atto di questo attuale disordine mondiale è il primo passo per trovare un nuovo centro di gravità.

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