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Il terrorismo, le parole che non vorresti rileggere e che non vorrei riscrivere

WASHINGTON, DC - Non mi piace scrivere in prima persona. Ma in un’epoca in cui il deterioramento del rapporto tra giornalista e lettore, in Italia, è ai massimi storici, ritengo che sia necessario per commentare, cercando di evitare banalità, gli attentati di Bruxelles. Ed è la terza volta che tu, caro lettore, leggerai queste mie parole. La terza volta dopo Charlie Hebdo e dopo il 13 Novembre. Probabilmente ti sentirai stanco di rileggerle, se lo hai già fatto una volta. Ma, temo, che non sarà l’ultima occasione.

The Eiffel Tower is seen with the black, yellow and red colours of the Belgian flag in tribute to the victims of today's Brussels bomb attacks, in Paris, France, March 22, 2016. REUTERS/Philippe Wojazer

Come a gennaio e a novembre dell’anno scorso, anche in questo marzo ci ritroviamo, io e te, a dover fare i conti con una realtà che non pensavamo fosse possibile fino a qualche lustro fa. Il terrorismo alle porte. È un senso alienante, quello che proviamo. Abbiamo paura, entrambi. Ci fidiamo di meno del prossimo. Ripetiamo nella nostra testa che “La vita va avanti, che non possiamo fermarci”, tentando di portare razionalità in una barbarie che di razionale ha nulla. Ieri, caro lettore, a caldo ho scritto queste parole su Facebook e sul mio Tumblr. Te le riporto fedelmente, affinché tu possa comprendere parte di ciò che pensavo in quei momenti.

“Stamattina, qui a DC, ci siamo svegliati presto, come sempre. Eravamo ignari di ciò che era appena successo in Europa. Silvia, dopo circa un quarto d’ora dal suono dell’allarme sul telefono, mentre eravamo ancora più o meno nel dormiveglia, ha però lanciato un urlo. «Un attentato a Bruxelles,» ha detto, mostrandomi una foto di Marco Castelnuovo pubblicata su Twitter. L’intorpidimento dovuto al sonno appena rubato dagli impegni ha lasciato lo spazio alla freddezza che spesso mi contraddistingue in questi casi, seppur con un distinguo notevole. Bruxelles è una città che amo, che ho vissuto, che mi ha regalato tante cose (fra cui proprio Silvia) e nella quale ho sempre avuto piacere ritornare.

Non mi sono stupito dell’attacco terroristico, però. Primo, perché so che questo genere di operazioni sono sempre molto difficili da sventare in tempo. Secondo, perché conosco i limiti amministrativi di Bruxelles e del Belgio. Terzo, perché è noto quanto sia semplice introdurre un ordigno, le cui dimensioni possono essere assai ridotte ma il potenziale distruttivo assai elevato, in luoghi pubblici come l’area check-in di un aeroporto o nella stazione di una metropolitana. Quarto, perché da quasi un anno e mezzo scriviamo, su EastOnline, che senza un’intelligence capace di superare gli interessi (e i limiti) nazionali, è inutile pensare di essere al sicuro in Europa. Quinto, perché le stragi (in EU e altrove) non termineranno fino a quando non si comprenderà che c’è una guerra di potere in corso, tra Al-Qaeda e IS, in cui entrambe le parti stanno andando al rialzo, colpendo laddove ci sono lacune, di intelligence o amministrative.

Il fatto che non sia stupefatto non significa che non sia addolorato. Il pensiero, il primo, è andato a tutti gli amici, conoscenti e colleghi presenti nella capitale europea. Siamo stati fortunati, scrivo in modo egoistico: non abbiamo perduto nessuno. Ma quello che ho visto oggi, oltre alla devastazione di un aeroporto le cui soglie ho varcato diverse volte, sempre con piacere, è stato peggio.

Ho visto una rabbia irrazionale, un melting pot di faciloneria, di complottismo, di pensieri deboli, di cattiveria gratuita, che sono l’esatto prodotto che questo genere di attacchi terroristici vuol creare. Ho letto di prese di posizione contro l’Europa, contro le istituzioni europee, contro i musulmani, contro l’Islam. Il tutto dimenticando gli attentati a matrice politica, sociale e religiosa che hanno flagellato il mondo dalla notte dei tempi, non solo nell’ultimo lustro.

Eppure, nonostante il dolore per una vita quotidiana stuprata della sua normalità e per un futuro sempre più incerto, non bisogna scadere nel banale. I musulmani non sono tutti terroristi. Alcuni terroristi sono musulmani. In Italia, credo, mettere da parte l’irrazionalità, in favore di una visione di più ampio respiro, gioverebbe a molti.”

Ora, a freddo (anche se francamente potrei scrivere tiepido), non posso che confermare le parole che hai appena letto. Ma con l’aggiunta di un altro sentimento, l’impotenza. Sì, perché so che anche tu ti senti così, impotente. Dal gennaio 2015 a oggi si è fatto qualcosa, ma non abbastanza. Sono ancora troppi i gap amministrativi, burocratici, giudiziari, e via discorrendo, che lasciano spazio operativo ai terroristi. So che ci sentiamo impotenti, tutti, di fronte alla facilità con cui si può colpire nel cuore una capitale europea. Eventi sportivi, aeroporti, stazioni ferroviarie, ipermercati, qualunque manifestazione pubblica. Sono tutte occasioni valide, per la propaganda del terrore.

Due sono le domande che entrambi ci stiamo ponendo. Quale sarà la prossima? Berlino, Londra, Amsterdam, Roma? E ancora: cosa fare per evitare nuove stragi? Prevedere i movimenti dei terroristi non è mai facile e necessita di un coordinamento comune, che a oggi manca su molti livelli. Su queste pagine hai letto più volte il mio richiamo a un sistema di condivisione delle informazioni rilevanti, senza sciocchi limiti imposti dalla burocrazia. Non scrivo però di una versione europea del Federal bureau of investigation (Fbi), che richiederebbe molto tempo per essere creata e porrebbe diversi interrogativi sulla sua gestione operativa. Scrivo di mera condivisione tra Stati dei dati sensibili dei terroristi e presunti tali. Un fronte su cui le lacune sono ancora elevate. Sarebbe un primo passo, significativo, per comprendere le reti sociali in cui si muove il terrore.

È inutile dire che non abbiamo paura. Tutti, io e te, abbiamo paura. Ma la ragionevolezza, il pragmatismo e la paura possono e devono andare d’accordo. Perché solo così tu potrai evitare di rileggere ancora una volta queste parole e io potrò evitare di scriverle nuovamente.

@FGoria

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